Farsi prendere dal “vizio dell’arte”

Di tanto in tanto qualcuno ci casca. Di tanto in tanto, cioè, qualche drammaturgo cede alla tentazione di scrivere, in presa diretta, del proprio mestiere. Dai “Sei personaggi…” di Pirandello a “Tra cinque minuti in scena” della Coletti, se vogliamo citare una pellicola contemporanea ambientata nella banlieu meneghina. E quel che ne sortisce è lo spalancarsi, agli occhi del pubblico, dell’incanto dello svelamento della scatola magica teatrale. Le prove, le paure, le fobie, gli isterismi, gli spaccati di vita, i cliché e tutto il profondo divario fra quel meccanismo perfetto, quando lo è, che è uno spettacolo teatrale finito e l’incommensurabile lavoro, che ne sta alle spalle. Divario, pure, fra quel che il pubblico crede d’indovinare di vite che immagina perfette o comunque lontanissime dagli stereotipi della routine quotidiana, e la miseria, spesso, che un certo paradigma attribuisce agli uomini d’arte. “Bello e dannato”, si dice e citare il Bukowski pro tempore è solo una scorciatoia.

Michele Radice - Ida Marinelli

Michele Radice – Ida Marinelli

Ecco, l’atmosfera è un po’ questa ne “Il vizio dell’arte” di Alan Bennett, che la Compagnia dell’Elfo torna a proporre al Teatro Elfo Puccini di Milano per la seconda stagione. Dopo il successo di pubblico, che gli ha valso il Premio Hystrio Twister 2015 – sezione del Premio Hystrio assegnato appunto dagli spettatori -, ancora una decine di repliche, dal 19 al 31 gennaio, per dar modo ad altri di apprezzarlo. La trama è immediatamente empatica per chi fa teatro: un gruppo di attori, colorito e anche un po’ sgangherato, e un’unica sezione di prove. Una “filata”, nelle intenzioni almeno, ma poi le unità aristoteliche si scompaginano in un flash back dichiarato per scoprire che quel personaggio apparentemente “di servizio” che è il dottorando – cosa di cui si lamenta lungamente l’attore chiamato a interpretarlo – , in realtà è l’io narrante dell’intera vicenda. E’ lui, infatti, il testimone dell’incontro fra l’ormai anziano poeta Wystan Hugh Auden e l’a lui coetaneo musicista Benjamin Britten. Un falso storico, certo – i due collaborarono per poco soltanto, a cavallo degli anni “40 -, ma volutamente perpetrato dal drammaturgo anglosassone per parlare della struggente poesia, ma anche della prosaica e sferzante umana miseria di vite al tramonto, splendidamente restituite in scena dagli Elfi. Dunque quattro, i personaggi di questo “teatro nel teatro”: oltre al poeta Wystan Hugh Auden/Ferdinando Bruni – fautore anche della traduzione e della regia, insieme a Francesco Frongia -, oltre al musicista Benjamin Britten/Elio De Capitani e all’io narrante Carpenter/Umberto Petranca, la “marchetta”/Alessandro Bruni Ocaña, testimone anch’egli, ma a suo modo, giacché alla puntigliosa pertinacia dell’aspirante accademico oppone la fresca pragmaticità dello studente. In scena gli attori – meglio: gli attori che recitano altri attori – sono molti di più. Oltre a quelli di cui sopra, la vice-regista, interpretata da una Ida Marinelli splendidamente misurata e ambivalente, sbrigativa nei modi, eppure con risacche di quell’accudimento, di cui gli artisti, pare, tanto abbisognano. Il regista ha dovuto assentarsi per partecipare a un singolare convegno “sull’importanza storica del decentramento teatrale” e di fatto è lei, a dover tenere le redini della compagnia.
Sul palco della sala grande – sventrato e denudato delle quinte fino a mostrare una vacuità che fa quasi sgomento –, ecco anche Matteo de Mojana – attore, ma anche autore delle musiche, che esegue dal vivo – e Vincenzo Zampa, nel ruolo dell’aiuto regista, suggeritore e interprete, con la Marinelli, dei due gustosi e surreali inserti canori atti a restituire la poetica di Auden, come spiega l’autore. Già, perché fra i personaggi c’è anche l’autore della pièce/ Michele Radice in eterna dialettica, qui per interposta persona, col regista.
Tanti, i livelli di realtà – o di finzione -, così che l’idea interpretativa è di spingere quest’ambivalente finzione fino alle estreme conseguenze, mescolandoli e farceli incontrare nella zona di confine fra la ribalta e boccascena. Non c’è più un “noi” e un “loro” e non c’è più nemmeno la frontalità dell’attore davanti alla platea: quel che resta è una realtà liquida, in cui sembra quasi un accidens l’essere – o non essere – attore, personaggio o pubblico.

Elio De Capitani

Elio De Capitani

E mentre si consuma il dramma – “L’ultimo giorno di Calibano”, che i personaggi attori stanno provando -, quel che realmente avvampa è quel “The Habit of Art”, che in fondo redime le brutture, le miserie, la volgarità e i vizi di vite umane – ahi, troppo umane -, che alla fine potrebbero benissimo essere le nostre. “Parlatemi dei difetti degli uomini issati sulle loro spalle”: questa la prima battuta di Auden, che immediatamente ci porta dentro a un mondo fatto di fragilità e sarcasmo, ma anche di compassione, in cui se non si ha paura di chiamare le cose per nome – i vizi sono vizi e non si fanno sconti al politicaly correct -, poi però non manca anche l’umana pietas. Questo, in fondo, il senso di quell’incontro mai avvenuto eppure raccontato, quasi a dire che un altro modo c’è. Bruni, De Capitani, la Marinelli, ma anche “gli Elfi junior” riescono a interpretare tutto questo con leggerezza, sostenuti da un solidissimo mestiere – la prossemica delle mani di Britten, ad esempio, sprofondato nella consunta poltrona verde mentre si confida all’amico di un tempo: una pratica che, da sola, segna la temperatura dello spettacolo… E non può non intrattenere, ma anche ipnotizzare e appassionare questo pubblico, che quasi scorda il gioco delle parti dell’artificio teatrale.
Per tutti quelli che amano il vizio del teatro e per chi, voyeur del piccolo schermo, voglia capire da quali suggestioni forse arrivino certi format televisivi. Ma anche dove non arriveranno mai, probabilmente, perché una fantasia disciplinata a mo’ di mimesi della realtà spesso risulta più vera dell’emorragia di un banale che si fa litania noiosa e sconsolante.

SALA SHAKESPEARE | 19 – 31 GENNAIO 2016
MAR-SAB: 20:30 / DOM: 16:00

IL VIZIO DELL’ARTE

traduzione di Ferdinando Bruni
costumi di Saverio Assumma
musiche dal vivo Matteo de Mojana
Francesca Romana Lino

Francesca Romana Lino

Teatrofila per passione...
...blogger per voyeristica necessità!
Francesca Romana Lino

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