Al Symposium Internazionale di Shanghai tra innovazione e tradizione

Il nostro worldtour 2017 non ci fa solo conoscere nuovi territori da esplorare, nuove città in cui immergersi, ma ci riporta nei luoghi in cui abbiamo lasciato una parte di noi. E’ il caso di Shanghai, megalopoli capace di abbagliarti con i suoi grattacieli, un dedalo contemporaneo di svettanti pareti luminose, che sembrano bucare un cielo spesso ingrigito dallo smog, ma che sa regalare squarci di un azzurro improvviso dai quali, la notte, fa capolino una pallida luna.

Prima di atterrare sorvoliamo Pudōng. Quella che un tempo era una zona paludosa, oggi è la base dello skyline più famoso della Cina. Un’area dove si concentrano una serie di record, tra cui la terrazza panoramica più alta del mondo. Quell’immagine di città del futuro è ancora impressa nella nostra retina, ne siamo rimasti folgorati meno di un anno fa, quando, durante la nostra tournée in Cina con MADE IN ILVA, abbiamo fatto tappa anche qui per condurre il nostro workshop di teatro “Il corpo organico” alla Shanghai Theatre Academy, e presentare una performance site-specific, esito del percorso, nella Power Station of Art, uno dei musei d’arte contemporanea più importanti del Paese. (Scopro con piacere che uno dei partecipanti al workshop nel frattempo è diventato una star del cinema cinese!) Ed è proprio nell’Accademia di teatro per antonomasia della Cina, che ritorniamo, per partecipare all’International Symposium of theatre discipline’s development, nell’ambito del grande evento Academic Forum on Theatre in International View, il cui tema di quest’anno è a noi caro: between Innovation & Preservation. Due concetti che sono stati alla base del nostro decennale progetto di ricerca Stracci della memoria, che sarà presto oggetto di una pubblicazione.

fotonicolapianzolaMi ritrovo catapultato in una realtà accademica mondiale. Ci sono i più importanti professori delle maggiori università e facoltà di teatro di Cina, Taiwan, Singapore, Germania, Olanda, Polonia, Romania, Bulgaria, Malesia, India, Australia. Uno sguardo contemporaneo e globale su come sta cambiando il teatro nel mondo oggi, in una dialettica costante tra innovazione e tradizione. Gli ospiti sono davvero molti e i tempi serrati vengono fatti rispettare al millesimo di secondo: poche pause e interventi  di 10 minuti scanditi da un campanello che interrompe chi sfora nei tempi.
The Alchemy of the Performer” e “The virtual absence”, i nostri interventi, sono già pubblicati come saggi nel grande libro bilingue che compone l’ossatura di questo lungimirante convegno, che pone per 2 giorni Shanghai al centro del panorama mondiale della ricerca teatrale e accademica. Mi ritrovo seduto ad un lungo tavolo che disegna un rettangolo vuoto al centro. Sembra quasi di essere in un summit tra le maggiori potenze del pianeta, con tanto di auricolare che traduce simultaneamente dal Cinese all’Inglese. Confesso che mi sento un po’ a disagio in questa disposizione ed in mezzo a tanta teoria teatrale. Forse per questo decido, seguendo un istinto risvegliato dalle due ore di sonno per notte del jet leg, di portare una boccata di aria fresca e condividere onestamente con i miei colleghi, quello faccio ogni giorno della mia vita come performer. Così, nella sorpresa generale di professori e volontari, dopo una breve introduzione, mi tolgo scarpe e calze, salgo sul tavolo delle nazioni unite, e salto nel vuoto dello spazio al centro. “Everyday I enter in an empty space, and I’m searching…” racconto di come intraprendo la mia ricerca quotidiana sui linguaggi del performer, sulle nuove forme di comunicazione teatrale e di relazione con lo spettatore. Per la prima volta i relatori alzano lo sguardo, incontrano il mio, si sentono coinvolti, si guardano tra di loro, come una comunità teatrale.

The Performer is like an Alchemyst…” capace di creare con gli elementi visibili e invisibili a sua disposizione: il corpo, la voce, lo spazio, il tempo, i suoi ricordi, la sua immaginazione. Parlo di training e di processo creativo, strumenti essenziali nel nostro lavoro, riportando la relazione con lo spettatore su un piano rituale.
Quando una timida volontaria suona il fatidico campanello, la guardo negli occhi (provocando la ormai a me nota reazione di vergogna che le fa portare la mano davanti al viso, da buona orientale) pronunciando le ultime parole dell’intervento. Quelle che per me riassumono l’essenza dell’atto teatrale: “There are only me and you: one person acting, one person observing”. Inattesi applausi rompono finalmente la formalità del simposio, seguono molte domande, alcune davvero interessanti e che aprono a nuovi orizzonti di ricerca.

cinaIl Professor Artur Duda dell’Università di Toruń, in Polonia, mi chiede quale potrebbe essere la relazione tra il performer e la matematica e immagina la possibilità di misurare l’energia dell’attore. Seguono molti interventi che continuano a sovra stimolarmi: dalle forme di arti performative tradizionali indiane a quelle degli aborigeni australiani, dal teatro sacro della Malesia alla digitalizzazione mediale del metodo di insegnamento dell’Opera cinese. Il discorso si concentra sull’eterno dilemma: mercato o politica. Meglio sostenersi grazie a marketing e box office o tramite il governo, che nel caso della Cina, impone ancora modelli propagandistici e censori?
Dal presente osserviamo il passato del teatro, proiettati nel futuro di una metropoli che si reinventa in continuazione, in cui gli antichi insediamenti dei villaggi fluviali lasciano spazio a shopping mall e food street, dove i fringe invadono le shopping area sempre più occidentalizzate, dove il pubblico teatrale condivide e commenta in tempo reale ciò che vede in scena su Wechat (il whatsapp cinese, con il quale si paga anche il taxi, la spesa, e si possono usare biciclette messe a disposizione in ogni punto della città, insomma strumento fondamentale per la sopravvivenza urbana).

I due giorni volano, non ci abituiamo nemmeno al jet leg che è già tempo di ripartire. Inizia il viaggio verso la parte opposta del mondo, ci aspettano le prossime tappe in Cile e Argentina.

lunghChe dire: “fasten your seatbelts” si riparte con instabilivagantiontour per fattiditeatro.

Il seminario è stato organizzato da Shanghai Theatre Academy e da ITI/UNESCO Network for Higher Education in the Performing Arts e la nostra partecipazione è stata sostenuta dall’Istituto Italiano di Cultura di Shanghai e dalla Regione Emilia-Romagna che ringraziamo ancora una volta per il prezioso appoggio.

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Theatre company at Instabili Vaganti
Fondata a Bologna nel 2004 da Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola, la compagnia porta avanti una ricerca quotidiana sull’arte dell’attore e del performer e sulla sperimentazione dei linguaggi contemporanei. Instabili Vaganti opera a livello internazionale nella creazione e produzione di spettacoli e performance, nella direzione di progetti, workshop e percorsi di alta formazione nel teatro e nelle arti performative. Dal 2014 la compagnia cura la rubrica Instabili Vaganti on tour su fattiditeatro scrivendo diari di viaggio teatrali e reportage dei propri progetti internazionali in vari paesi del mondo.
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