Ariane Mnouchkine e i fantasmi della “justesse” sociale per i 50 anni del Théâtre du Soleil

L’occasione è il cinquantesimo del Théâtre du Soleil, fondato nel 1964 da Ariane Mnouchkine. Per festeggiarlo, il Piccolo ha scelto di mettere in scena “La ronde de nuit” da un’idea della stessa regista, che il gruppo afgano Théâtre Aftaab (“sole” in lingua dari) ha saputo trasformare in creazione collettiva. Dopo aver rappresentato qualche spettacolo in patria, il gruppo – nato nel 2005 da un laboratorio tenuto a Kabul dalla Mnuochkine – è stato costretto ad emigrare verso la Francia. E’ un po’ questo, l’antefatto/atmosfera, che aleggia nella vicenda di Nader, il giovane rifugiato afgano, protagonista di questa sua prima rocambolesca nottata di servizio di guardia ad un teatro tanto simile al Théàtre du Soleil. Così come analogo a quello della regista è il cipiglio della direttrice che lo introduce in scena, spiegandogli – e spiegandoci – il mandato; giro di perlustrazione, anzitutto e, durante questo, le raccomandazioni del caso: ronda ogni due ore e, una volta almeno, anche all’esterno, e divieto di accogliere chicchessia ad accezione di Lena, una giovane attrice momentaneamente ospitata per la notte in uno spazio apposito, Francis, un clochard a cui è consentito fare la doccia, ma solo se in stato di non ubriachezza, e una donna che vive in un camper e che spesso passa a chiedere delle pile. Per ingannare il tempo, l’uomo ha a propria disposizione una radio ed il pc lasciato da Pedro, il precedente guardiano. Sembra tutto chiaro, nonostante quel modo di fare della direttrice, che ricorda i ‘ripensamenti dell’ultimo momento’ del Tenente Colombo – una sorta di “Già, quasi mi scordavo di dirLe che…” -: inevitabile, l’effetto esilarante.

la ronde_famille

Sono proprio questi i registri che duettano per l’intera pièce, in un sottile ed azzeccato equilibrio: da una parte le scene comiche – lo spaccato della famiglia afgana, ad esempio, che, nonostante sia abbastanza evoluta tecnologicamente, da poter essere contattata via Skype, ci si mostra in tutta quell’arretratezza subculturale e superstiziosa, che non può che far ridere… -; dall’altra quelle drammatiche: non mancano le notizie degli attentati a Kabul, riportati dalla radio, né la tensione socio-esistenziale incarnata da quel gruppo di profughi, che s’impone a forza per la notte. E c’è tutta l’amarezza pirandelliana della risata di chi cortocircuita di fronte al non senso – quanto anche la nostra storia nazionale, in fondo, ci ha parlato, fino a qualche decennio fa soltanto, di viaggi della speranza verso Paesi europei e della disillusione e della fatica, di trovarsi a vivere in mondi che la patina della terra promessa, forse, l’avevano solo finché visti da lontano? E c’è tutta la surreale poesia di chi non può che far trionfare il proprio bisogno di ‘lieto fine’, per poter sopravvivere a tutto questo. Poi la trama ci racconta delle peripezie, che accadono al povero Nader travolto dagli eventi, nonostante il suo proposito di attenersi scrupolosamente alle direttive ricevute – il lavoro e la condizione di profugo irregolare: stigmi di quella precarietà che, a proprio modo, ciascuno dei personaggi vive -; meglio: delle vicende – reali, ma anche oniriche: e non per questo meno coinvolgenti – che accadono nonostante la guardia di Nader. Cioè: spesso proprio mentre lui è impegnato nei giri di ronda, avverando – ed inverando – la giocosa profezia della direttrice: “Sa come si chiama in inglese la luce di servizio? Ghost light, che vuol dire luce-fantasma” e racconta che sul palcoscenico si dice recitino dei fantasmi, quando il guardiano è di spalle. E cos’altro sono, in fondo, quei profughi affastellati per terra, con mezzi di fortuna, se non la personificazione di incubi, proiettati, poi, in azioni sceniche dalla liricità limpida e coinvolgente? E toccano tutti gli strali del possibile: sono la struggente nostalgia per il fratello, l’amore per la moglie rimasta in patria, il desiderio erotico di una donna o l’incubo dello stupro, la violenza, che non ti abbandona – non importa in quale Paese ti trovi -, il ricordo del padre uxoricida o degli stenti del gelo, che hanno ucciso il compagno di strada. Bellissime e raffinate, le immagini, nonostante il registro in pochi acmi raggiunga le profondità della tragedia o quelle della comicità del subumano.

La ronde_dolenti

Particolarmente azzeccata è l’idea scenica di realizzare la porta d’ingresso – sulla sinistra – attraverso una sorta di cubo semitrasparente, che funge non solo da finestra sul mondo, a costante monito del rigore di quella notte – quasi a far meglio comprendere la scelta subita dal guardiano –, ma che, illuminandosi, ora allerta il pubblico all’azione che sta per compiersi, ora funge da ‘scatola magica’, dove accadono situazioni surreali e di immobilizzante impossibilità – dall’evocazione dell’uxoricidio, di fronte a cui non ha potuto far nulla, quel bimbo di quattro anni, a “La Libertà che guida il Popolo” di Delacroix, che resta solo un ideale vagheggiato, tanto dai profughi, quanto dagli stessi francesi, accusati da loro di aver in qualche modo tradito quello spirito democratico, che ha animato la stagione forte della loro costituzione. Delacroixiane, del resto, sono molte delle immagini corali: quella stessa umanità dolente, che tanto ricorda i reietti della “Zattera di Medusa”, pur qui tipicizzata e vivacizzata con ironico realismo. E, così, li si può far azzuffare nella lotta fra poveri fra chi ha un passaporto ed un lavoro e chi non ha nemmeno questi – da notare il dettaglio: finché si percepiscono su fronti differenti, gli interlocutori, pur parlando sia l’arabo che il francese, continuano ad esprimersi gli solo nell’una, gli altri solo nell’altra lingua -, fra chi ha o meno il diritto di fermarsi a dormire ed imporre il proprio senso del pudore e della dignità – scontro fra l’attrice, donna, ed uno dei profughi integralisti – o, ancora, fra un potere idealmente precostituito – la Polizia Nazionale, col suo motto: “Proteggere e servire” – e chi, pur di fatto clandestino, espleterà per l’appunto una funzione risolutiva. Queste alcune delle suggestioni di “La ronde de nuit” un collettivo di ben 18 attori, superbamente coordinati: al Piccolo Teatro Strehler fino al 24 maggio.

Piccolo Teatro Strehler
dal 14 al 24 maggio 2014
La ronde de nuit
una creazione collettiva da un’idea di Ariane Mnouchkine
messa in scena da Hélène Cinque
raccontata, sognata e improvvisata da Haroon Amani, Aref Banuhar, Taher Baig, Saboor Dilawar, Mujtaba Habibi, Mustafa Habibi, Sayed Ahmad Hashimi, Shafiq Kohi, Asif Mawdudi, Farid Ahmad Joya, Wioletta Michalczuk, Caroline Panzera, Ghulam Reza Rajabi, Harold Savary, Omid Rawendah, Shohreh Sabaghy, Wajma Tota Khil
Théâtre Aftaab

spettacolo in francese e in dari sovratitolato in italiano
Durata: un’ora e 50 minuti senza intervallo

Francesca Romana Lino

Francesca Romana Lino

Teatrofila per passione...
...blogger per voyeristica necessità!
Francesca Romana Lino