Giovanilistica destrutturazione de “Il giardino dei ciliegi” by Benedetto Sicca

Se non avete ancora fatto progetti per il week end, una cosa da vedere, in questi giorni, a Milano, è “Il giardino dei ciliegi” di Anton Čechov –  allestimento del non ancora quarantenne Benedetto Sicca – al Teatro dei Filodrammatici.

Sara Drago e Beppe Salmetti

Sara Drago e Beppe Salmetti

Interessante la  messa in scena, che annulla la distanza temporale, mantenendo un approccio filologico al testo. La datata famiglia protagonista del racconto – i due fratelli Ljuba/Sara Drago e Gaev/Beppe Salmetti, così come il vetusto servitore Firs/Mauro Lamantia – fin da subito brilla per anacronismo per quel modo di porsi inspiegabilmente leggero, nonostante la gravità della situazione economica in cui versa. E per converso, quando entrano in scena personaggi anagraficamente più giovani quali  Anja (la stessa Drago), la diciassettenne figlia di Ljuba, o Trofimov/Riky Buffonini – “studente a vita” trentenne -, gli umori che aleggiano restano comunque quello della malinconia e dello spleen nostalgico. E tutto sa di vecchio, stantio, superato. Così, l’invenzione, qui, è quella di affidare questi ruoli, a modo loro tutti un po’ sfioriti, ad attori under 30, col risultato di spiazzare il pubblico, pur senza tradirne il mood nostalgico. In più la scelta du una formalizzazione algida, sofisticata ed  essenziale: non solo attori giovani, ma fisicità longilinee ed estetizzanti, che, pur vestendo gli abiti della contemporaneità, non smettono mai i panni di figure quasi angelicate e simboliche.  Perfino l’elemento dell’operosità borghese nel ‘rozzo’ mercante parvenu Lopachin/Giancarlo Latina viene restituito da Timberland immacolate ed la posizione di ‘servizio’ del contabile Epichodov /Luigi Rausa, o, ancora, di Carla Stara/la figlia adottiva Varja  e di Sonia Burgarello, nel duplice ruolo di Šarlotta (governante tedesca) e Dunjaša (governante atteggiata a gran dama), viene semplicemente risolta attraverso contemporaneissime camice in jeans,  lasciate aperte sugli abiti sottostanti.

Riky Buffonini e Luigi Rausa

Riky Buffonini e Luigi Rausa

Ossimoro, poi, anche nella simbologia della scelta dell’allestimento. Una scena spoglia, abitata solo da tre sedie, puntellate da elastici, a significare un mondo ormai in disfacimento. Per terra sale, a richiamar la neve – curioso: proprio il sale, comunemente usato per sciogliere la neve, oltre che per rendere sterile la terra. Ed è corto circuito: di fatto visivamente siamo fin da subito di fronte ad un ‘the day after’, eppure la storia all’inizio indugia sugli ultimi tepori di una situazione inevitabilmente volta ad una disfatta non ancora consumata. Le sedie differentemente orientate a rivendicare la precipua identità del singolo eroe/anti eroe moderno; gli elastici polverosi, che poi diventano cortine via via sempre più protese a demarcare la distanza da quel mondo. E mentre si allungano a delimitare e proteggere quel frammento di un’epoca che non è più, gli stessi personaggi vengono sospinti fuori: sul proscenio – dove si gioca dal secondo atto – e poi in platea – per il ballo. Alla fine la quarta parete sarà  completamente deflagrata ed il pubblico – coinvolto nelle danze, ma anche nella dichiarazione d’amore di Dunjaša – istantaneamente realizza  la sconvolgente attualità di questo quasi surreale racconto. Ciò di cui si parla infondo altro non è che l’umano dolore per la caducità delle cose, a cui alludono anche i tre preziosi inserti tratti da Amleto – sulla corruttibilità della natura umana: “Oh, se questa troppo troppo sordida carne…” -, Alda Merini – “Il suo sperma bevuto dalle mie labbra era la comunione con la terra…” da “Clinica dell’abbandono” – e poi ancora la canzone di Gianmaria Testa ed Erri De Luca, tratta dalla poesia “Don Chisciotte” di Nazim Hikmet.

Carla Stara e Beppe Salmetti

Carla Stara e Mauro Lamantia

Ma la chicca registica e di dramaturg è il ricorso all’ elemento meta teatrale. Così la prima a salire in scena dalla platea è la violoncellista Bruna Di Virgilio, che attraversa il proscenio – da parte a parte  -,  sottolineando, in questo gioco di scomposizione, il suo ruolo di raccordo fra pubblico, attori e testo – è la sola ad indossare un costume d’epoca. E poi irrompe l’altro elemento meta teatrale, che trova il suo tripudio in Mauro Lamantia. curioso figurino in  elegante abito nero, che si diverte ad impersonare non solo il vecchio maggiordomo Firs, ma, giocando su questo ruolo di ‘memoria storica’, anche la ‘Didascalia’ e pure, in qualche modo,  lo spirito di Anton Čechov. Proprio in questa veste lo vediamo restituirci una differente fruizione/punto di vista sul testo attraverso le proprie anticipazioni, commenti, reazioni, emozioni, imbeccate agli attori, chiamati anche col reale nome di battesimo; e poi lo vedremo distendersi là, dove si sarebbe lasciato morire il vecchio servitore dimenticato nella tenuta abbandonata. Risulta fortissimo il cenno all’autobiografico presagio di morte dello scrittore, in quell’essere accolto dall’amorevole abbraccio di una figura femminile, che certo allude alla moglie di Čechov.
Studiato, quindi, il sotto testo di questa messa in scena; ma assolutamente leggibile.
E’ un momento preciso, quello in cui il regista sa risvegliare questa pungente nostalgia del cuore dopo un incipit volutamente leggero fino ad esserne infastiditi, è lì che si apre una delle pagine più struggenti: l’evocazione  della vista del giardino dei ciliegi. Se nell’originale era affidato alla sola Ljuba, qui il focus resta su di lei, seduta sul proscenio con una suggestiva luce di taglio ad illuminarne lo sguardo; mentre dalla parte opposta della profondità del palco, è l’intero cast a mormorarne le sue parole, riecheggiandole. E’ un coro sommesso e dal procedere rallentato, in cui non possiamo non identificarci incantati. Apprezzabili gli attori, soprattutto nelle resa corale, pur accesa dalle singole performance, il tutto sotto lo sguardo divertito ed incantato del ‘fanciullino’ Čechov, che gioca a tirare i fili – è proprio il caso di dirlo… – del suo giocattolo.

PRIMA NAZIONALE
23 ottobre / 02 novembre 2014
IL GIARDINO DEI CILIEGI
di Anton P. Cechov | con Riccardo Buffonini, Sonia Burgarello, Sara Drago, Mauro Lamantia, Giancarlo Latina, Luigi Maria Rausa, Beppe Salmetti, Carla Stara | musiche dal vivo Bruna Di Virgilio | assistente alla regia Astrid Casali | regia Benedetto Sicca | produzione Teatro Ma | con il sostegno di Teatro Filodrammatici

Francesca Romana Lino

Francesca Romana Lino

Teatrofila per passione...
...blogger per voyeristica necessità!
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