“Bull” di Bartlett e l’anti psicologico di Cherstich

Dopo un primo passaggio al Teatro Franco Parenti di Milano, dal 25 al 29 febbraio, “Bull” torna di nuovo in scena dal 29 marzo al 10 aprile.Il testo è di Mike Bartlett, giovane autore inglese, di cui in questa stagione il Franco Parenti ha messo in scena pure “Cock”, dopo esser stato presentato, in Italia, già al Teatro Filodrammatici, l’anno scorso, sia in cartellone che nella rassegna “Illecite visioni”.

Quello che il Parenti fa è creare una triangolazione fra drammaturgia contemporanea, giovani promesse registiche (Fabio Cherstich, nella fattispecie, cresciuto alla scuola di Filippo Timi e della stessa Andrée Ruth Shammah) e attori distintisi già in precedenti produzioni (Linda Gennari e Alessandro Quattro, visti ne “Il malato Immaginario”, Pietro Micci ne “Il Marito di Lolo” e Andrea Narsi in “Peperoni Difficili”, fra l’altro). Quel che ne viene fuori è un ring ideale, in cui si sfidano, all’arma bianca di una parola che è più tagliente della più affilata delle lame, tre pretendenti a rimanere in carica nelle loro posizioni lavorative. Incombente è l’arrivo del capo, che decreterà quale dei tre buttar giù dalla torre; ma già comincia la prima fase di una selezione cannibale. Non vengon risparmiati colpi bassi o affondi nel personale – reale o presunto che sia, poco conta, pur di andare a segno nel punto vivo dell’avversario, fino a servirsi di certe querule confidenze come scudo invulnerabile, facendo leva su un’inaspettata piagneria. Non ci sono regole. Vale la qualsiasi.

bull

“Bull” di Mike Bartlett

Fino a ché l’effettivo arrivo del capoufficio non sancirà quel che è già palpabilmente tangibile nella strategia di auto salvezza dei due aguzzini. “Sparare sul più debole”, sembra essere il diktat, l’imprimatur da poter quasi ascrivere a una sorta di norma non scritta e perciò stesso immodificabile. E’ la darwiniana legge di sopravvivenza del più forte, la tacita regola che, tutelando l’eccellenza, in qualche modo salva la specie tutta, preservandola dall’indebolimento e sospingendone gli individui migliori in una dura, ma fulgida scalata verso il non plus ultra. Un delirio di onnipotenza, in fondo, che non può non far pensare alle farneticanti ideologie, che prostrarono il ventesimo secolo e, per converso, a tutti quei pensieri sulla tolleranza, l’accoglienza, l’inclusività e l’accettazione – ma anche al come fare -, che riaffiorano con prepotenza nell’odierno momento storico, sociologico e politico segnato dagli enormi flussi delle moderne migrazioni.

Fabio Cherstich, regista

Fabio Cherstich, regista

Certo, il testo resta circostanziato all’intervento del cosiddetto “tagliatore di teste” – freddo, chirurgico eppur non meno gigionesco nell’ostentato calcolo empatico –; ma è ben altra, la posta in gioco: e lo si sente. Cherstich sceglie una messa in scena sobria e lineare. Nell’abbraccio degli spalti, su cui è sistemato il pubblico, i contendenti aspettano e si affrontano in un quadrato, che dice subito “ring”, ma che di fatto è un campo da pattinaggio, con tanto di strutture tubolari, a cui sostenersi, specie nei momenti critici, quando si è stretti all’angolo. Pattinaggio su ghiaccio, suggerisce il fondale bianco, anche se i “giocatori” sono fasciati in attillatissimi tailleurs e abiti da uomo rigorosamente blu, a sottolinearne la tonicità e performatività già dichiarate. Benché calzino scarpe di classe business, di fatto sembrano scivolare su quel pavimento come su pattini da ghiaccio: sicuri, efficaci, taglienti. Le luci sono quelle fredde e fisse di tre neon che non risparmiano nulla agli occhi impietosi dagli spalti. Nessun commento musicale o sonoro che sia, a stemperare la ferocia di una parola potente e calibrata, anche quando si perda in apparenti giochini da bulletti delle scuole medie. Vira a un grottesco appena accennato, a tratti; sconfina nella vertigine del: “Ma dov’è la verità?” della vittima, che si senta sopraffatta da una ragnatela per liberarsi dalla quale, più si dimena e più s’involve. Lo restituisce bene, tutto questo, in scena, Andrea Narsi. E’ lui quel capro predestinato, che ora con finte lusinghe, ora col più feroce dei giochi di parole, viene costantemente riportato alla sua inadeguatezza fisica, lavorativa, sociale; destabilizzato, aizzato, fintamente motivato e poi di nuovo precipitato nella sua imbarazzante goffaggine, eppure senza mai scivolare nel patetico o nel caricaturale. Accanto a lui gli altri tre attori (Linda Gennari e Pietro Micci, i colleghi competitors e Alessandro Quattro, il capo) in modo non meno efficace e irreprensibile restituisco il prototipo di un’umanità 2.0, perfettamente skillata nell’infallibile irreprensibilità di una performatività che non ammette deroghe o distrazioni. Volutamente antipatica, scorretta, opportunista e doppio giochista, non suscita empatia alcuna se non quella dell’allontanamento; infatti non è certo l’identificazione emotiva, quel che la regia cerca, ma, forse, lo stigma.

Se vi siete incuriositi, fate ancora in tempo a vederlo al Teatro Franco Parenti di Milano per tutto il week end.

Al Teatro Franco Parenti, 
dal 31 marzo al 10 aprile 2016

“BULL”

traduzione di Jacopo Gassmann
regia e spazio scenico Fabio Cherstich
con Linda Gennari, Pietro Micci, Andrea Narsi, Alessandro Quattro
si ringrazia Vincenzo Latronico per la consulenza drammaturgica

Produzione Teatro Franco Parenti
Prima nazionale

Francesca Romana Lino

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Teatrofila per passione...
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