Gassmann e la garbata pazzia della porta accanto

Sembra essere diventata una cifra della poetica di Alessandro Gassmann regista engagé, l’attenzione per la questione psichiatrica. Così, dopo la lunga tournée di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, già nel 2015 rilancia con “La pazza della porta accanto”, tratto dall’omonimo atto unico di Claudio Fava, che a sua volta lo mutua da una delle poche opere in prosa della Merini, e ora in scena al Teatro Menotti di Milano fino al 29 gennaio 2017.

La vicenda racconta della prima esperienza nosocomiale della poetessa Alda Merini, internata all’età di soli 36 anni con una sentenza pendente di “fine pena: mai”, probabilmente, se non fosse stata per la chiusura dei manicomi grazie alla legge Basaglia. Era il 1978 ed erano già trascorsi una decina d’anni dalla sua più o meno continuativa esperienza di reclusione. Già, perché di questo, si tratta: dell’appassionata e struggente testimonianza di una donna, anzitutto, che poi il caso ha voluto fosse anche una poetessa, e del continuo ed implacabile iato fra il suo spasmodico desiderio di vita e di amore e il rigorismo intransigente di un mondo dominato da una morale borghese e perbenista, che non ammetteva deroghe. Questo, in sintesi, il plot. Questa, in definitiva, la tesi.

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Poi, però, la penna di Claudio Fava va a riscrive una storia, che si stempera. Non c’è nulla dello scontro frontale fra un mondo figlio della tempra intransigente di quando i treni arrivavano sempre in orario e, al contrario, la leggerezza tiepida ed anarcoide di generazioni perdutamente avvinte verso un possibilismo panteista; al contrario riaffiora, a ondate, quel buonismo nostalgico e commovente, che sembra tuffarsi nelle note di De Amicis.
Così alla fine hanno ragione tutti. E chi, in vero, potrebbe sostenere il contrario?
Ha ragione la voce di denuncia, non politica, ma prima di tutto profondamente umana, di Alda, che tutto quello che rivendica, in fondo, è solo un umanissimo e inestinguibile desiderio di vita e bulimia d’amore; e intanto accusa: “Ci avete trattato come bestie…”. Ha ragione lo psichiatra curante, in bilico fra una prassi medica evidentemente inefficace e che altro non poteva fare che reprimere e contenere, e le nuove metodologie. “Ora si fa in un altro modo. Questo lo hanno sperimentato…”, sembra scusarsi, accomiatandosi. Ha ragione l’infermiera, che, tessendo la sua relazione col primario, previene, come si usava: “Prima l’anello… poi tutto il resto…”, di contro a quell’amore libero e incosciente – eppure così intimamente gravido e vitale – di Alda e Pier, che non conoscono le convenzioni, l’una, e neppure “l’amore di donna”, l’altro. Aveva ragione chi avrebbe voluto fuggire col suo amore nella normalità di un mano nella mano su un tram in zona navigli e chi, pur nella sua naïvité, lo intuiva che quella normalità non li avrebbe capiti e accolti, semplicemente perché, quella, non era la normalità che apparteneva a loro. E così aveva ragione, lui, nel dire: “Non ci faranno mai uscire…”; e a aveva ragione, lei, nel replicare: “Siamo già usciti…”, nonostante dovessero continuare a “indossare quei muri”, espressione usata dalla stessa Merini, che li allontanavano; eppure in qualche modo, li nascondevano e, in fondo, proteggevano anche, sebbene nell’orrore di “quel luogo” che, a riguardarlo da fuori, sembrava così spaventoso e mortificante, che doveva essere per forza irreale come le sue calate da girone dantesco.

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Già, ma come si restituisce, tutto questo in scena? Gassmann lo fa anzitutto attraverso un allestimento curato fin nel particolare, ma forse un po’ troppo patinato e didascalico. Muri, cifra manicomiale come ci ricorda l’omonimo monologo della Lazzarini, con scritte sconce e gridi di libertà e liberazione come se ne sono stati effettivamente trovati negli ex istituti psichiatrici di Aversa, Volterra, San Salvi solo per citarne alcuni. E poi grate, cancelli, spazi angusti e intenzionalmente claustrofobici, dalle sfaccettature mutevoli, grazie agl’ingegnosi e versatili macchinari scenici. E luci a tratti disturbanti, quasi a farci rivivere il disagio di chi ha una fotosensibilità acuita dall’assunzione massiccia di farmaci, e un tulle, a far da quarta parete, che didascalicamente ci dice di non preoccuparci, ché quel che accade , in quel locus horribilis, non ci tocca realmente e non può realmente intaccarci – oltre a servire come schermo per suggestive soluzioni estetico-narrative. E, a colare su tutto, quel giallo, che già gli antichi greci additavano come colore della follia e con cui vestivano i matti, stigmatizzandoli altra tesi interessante, in fondo, perché non scordiamolo che, il born out, era la malattia, che finiva col contagiare i normali, che si prendevano cura dei mattiMancano del tutto, invece, le cifre veriste del manicomio: i suoi rumori, umori, odori e le grida di sottofondo, la sporcizia e il degrado, quella sofferenza psichica strisciante e muta, che vengono sublimati in una mimica attorale spesso esplosiva con punte di eccellenza (di certo la protagonista, l’attrice Anna Foglietta, già distintasi in ruoli cinematografici, ma, non meno, il co protagonista, Liborio Natali, talmente in parte, che lo si poteva intravvedere non perdere la dondolante ripetitività compulsiva neppure nei momenti del dietro le quinte, e, in generale, le altre attrici tutte chiamate a interpretare le rinchiuse con Alda). Nonostante il cerone facciale e la gestualità volutamente enfatizzati, però, non hanno agio di staccarsi mai davvero dalla tentazione di un realismo, in cui pur non affondano, librandosi nella leggerezza surreale del clown.

Certo ovviamente rispettabilissima la scelta di non cavalcare del tutto un registro realista; ma un po’ un peccato, a parere di chi scrive, vedere una tal generosità e bravura mimica attorale, nonché una tal disponibilità di mezzi scenici e di idee, mortificate da scelte probabilmente più attente a offrire al pubblico un ritratto della “follia” precostituito ed edulcorato da quanto di davvero disturbante, pur di non incrinarne una ricostruzione forse un po’ troppo melò.

 

24 | 29 gennaio
durata: 85 minuti senza intervallo

Teatro Stabile di CataniaTeatro Stabile dell’Umbria 
PRIMA MILANESE

LA PAZZA DELLA PORTA ACCANTO 

di Claudio Fava 

regia Alessandro Gassmann
ideazione scenica Alessandro Gassmann

con la collaborazione di Alessandro Chiti

costumi Mariano Tufano – musiche originali Pivio & Aldo De Scalzi

disegno luci Marco Palmieri – videografie Marco Schiavoni

con Anna Foglietta

e con Angelo Tosto, Alessandra Costanzo, Sabrina Knaflitz, Liborio Natali, Olga Rossi, Cecilia Di Giuli, Stefania Ugomari Di Blas, Giorgia Boscarino, Gaia Lo Vecchio

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