Intervista a Sol Picò

Immagine 1 – We Woman ( Foto David Ruano )

Claudia Roselli: Cara Sol, grazie per aver accettato, il mio invito ad essere intervistata. Ho potuto assistere, per la prima volta, ai tuoi spettacoli, durante il Festival Fabbrica Europa 2016, a Firenze. Tu sei stata invitata per presentare “We Women” and “One Hit wonders”.                                                                                                                                      

Sol Picò: Hai visto tutti e due gli spettacoli?     

C.R.: Si. “Hit wonders” è un duo, dove tu sei in scena con un altro performer, un assemblaggio delle tue produzioni precedenti. Ed ho visto anche “We Women”, questo spettacolo mi ha impressionata molto, vorrei infatti parlare con te di questo lavoro. Ho letto quanto sia difficile anche replicare, dovendo mettere in scena, donne provenienti ed abitanti in diverse parti del mondo. Prima di tutto puoi fare una breve introduzione su te stessa, sulla tua formazione e sulle tue esperienze di lavoro per presentarti a chi non ti conosce ancora e leggerà l’intervista.                                                                                                                                                      

S.P.: Io ho cominciato a dieci anni a studiare danza classica, danza spagnola e a studiare discipline aeree e poi circo contemporaneo. I primi anni di studio, ho vissuto a Parigi. Io sono nata in un piccolo villaggio della Spagna , ma proprio per questo motivo era difficile evolversi in maniera professionale, ed era perciò necessario arrivare a Barcellona. Barcellona dista dal mio paese natale cinquecento kilometri. E’ lì che ho cominciato ad avere un po’ di lavoro, ho incontrato una compagnia, che mi ha aperto gli occhi, si chiamavano Rinos, ed erano un gruppo di artisti visuali e musicisti, ed io sono diventata la loro coreografa. Ed è da questa esperienza che ho imparato che oltre che ballare potevo anche fare delle coreografie. Cominciando proprio da cose piccole, ma molto performative, nelle discoteche ed in luoghi inusuali per la danza contemporanea, proponendo uno stile abbastanza audace, rock e provocatorio. Lentamente ho costruito un piccolo mondo ed un piccolo linguaggio.

C.R.: Hai cominciato a Barcellona, e lì hai fondato la tua compagnia, e ad avere il tuo gruppo più regolare, costruendo la tua storia.              

S.P. : Tutto è successo lentamente. Non ho mai pensato, sto formando una compagnia, la compagnia si è formata da sé.          

Immagine 2 – We Women ( Foto David Ruano )

C.R.: Nel maggio 2016, ho avuto il piacere di vedere, “One Hit Wonders”: è un montaggio forte di diversi dei tuoi spettacoli: D.V.A (Dudoso valor artístico), Bésame el cactus, Paella Mixta, El Llac de les Mosques, sino al più recente Memòries d’una puça. Come è nato? Che cosa volevi dire con questo nuovo spettacolo?    

S.P.: Bene, per me è stato importante, cominciare a parlare delle tematiche attuali, cose che interessano alle persone che stanno vicine a me, ovvero le cose che succedono proprio a noi. Io internamente sempre rispetto quello che sta succedendo, bene o male è come lo vivi, tu. “One Hit Wonders” è un lavoro di moltissime emozioni, di interiorità umana ed espressività. In “Besame el Cactus” c’è stato un grande lavoro sulla paura. Era un momento nel quale dovevo affrontare la paura e non sapevo come rapportarmi alla paura, in generale nella mia vita. Così ho utilizzato una metafora: provare a ballare in un mondo di cactus, danzare in un giardino di cactus con gli occhi bendati. La metafora era riferita al confrontarsi con qualcosa che ti provoca panico. Invece “Memòries d’una puça” è uno spettacolo sulla crisi che noi abbiamo avuto in Spagna, ma che poi si è verificata nel resto del mondo, è uno spettacolo su come viviamo il”desahucio”. E’ difficile tradurre questa parola in maniera appropriata in Italiano, ma questo succede quando uno si sente completamente vuoto, senza nessuna speranza, ed anche interiormente, come se fosse in mezzo al nulla … Questa parola letteralmente viene usata, quando qualcuno viene cacciato da casa, e si trova a vivere per strada, completamente solo, indifeso, senza soldi, senza lavoro.. una situazione terrificante, di paura nei confronti della propria esistenza. Parliamo di questo nello spettacolo ed è uno dei lavori più interessanti. Ma questa crisi in Spagna si verificò in un momento preciso, la crisi del 2012. Fu un momento molto duro per gli artisti in Spagna, per tutti in verità, ma per gli artisti fu durissimo. Lo spettacolo parlava di questo, ed è uno spettacolo, duro, denso, scuro, triste, ma nello stesso tempo anche pieno di speranza, è ovvio dobbiamo sempre avere uno spiraglio di speranza! Poi “El Llac de les Mosques”, che è uno degli spettacoli più replicati in Europa, parla del passaggio di età, in particolare quando una persona va oltre i quaranta anni, e si deve rendere conto che la vita sta cambiando, che il corpo sta cominciando a cambiare, che le cose saranno diverse e perciò deve cominciare a pensare a come si adatterà a questa trasformazione, ed anche a considerare la tentazione, che di solito è più presente nel mondo femminile. Come cresciamo noi donne e come invecchiamo? In tutto lo spettacolo “One Hit Wonders” per me è importante parlare dell’essere umano, della nostra vita e di quello che ci succede, ed è molto importante sempre considerare tutto con un po’ di ironia, e di black humor. Perché a me interessa vivere la vita con humor, anche se è nero non importa, però che sia humor si. Questo è quello che mi motiva a continuare a fare spettacoli. Il mio ultimo spettacolo, si chiama “Danzando con le ranocchie”, ed è un lavoro sul “maschile. dopo “We Women”, è venuto questo lavoro sull’uomo, sul maschile. Sulla riverenza del patriarcato che ancora resiste e sulla stanchezza di questa riverenza.  Gli uomini stessi hanno parlato di questo, è uno spettacolo forte . Penso che sia anche più forte di “We Women”. E’ duro e c’è un momento nel quale si vuole porre freno a questa mascolinità mal appresa.                                                                                          

C.R.: In “Dancing with Frogs” ci sono solo donne o ci sono uomini e donne in scena?                        

S.P.: Solo uomini.

C.R.: Solo uomini? E tu?

S.P.: Si solo uomini. Io mi metto un paio di baffi, e con ironia, partecipo al mondo degli uomini, mi avvicino, li ascolto, cerco di fare qualcosa, così io posso capire meglio che cosa accade loro. Danzo un poco, ma per lo più cammino tra di loro.                                                                                                        

C.R.: Mi piacerebbe vederlo.

S.P.: E’ molto divertente… Gli uomini sono molto più bambini delle donne, nel momento della creazione. E’ interessante.

Immagine 3 – Dancing with frogs ( foto di Consuelo Bautista )

C.R.: “One hit wonders”, mi dicevi hai messo insieme questi spettacoli perché?

S.P.: Perché era una necessità, un bisogno di esprimere questa cosa. Senza nessuna pretesa. In particolare senza l’aspettativa di cambiare niente. Magari !!! Mi piacerebbe tantissimo poter cambiare le cose. Ma ne ho espresso solo l’idea, il pensiero. E’ interessante, perché sono ventisei anni di esistenza della mia compagnia, è come avere una piccola famiglia artistica, e questo è molto stimolante perché siamo musicisti, danzatori, ma abbiamo anche la produzione, la distribuzione e l’aspetto di management. Dopo ventisei anni tutti insieme – a momenti alterni ovviamente – abbiamo tutti lo stesso pensiero e la stessa ideologia legata al senso della vita e questo è estremamente bello e molto coinvolgente.                                                                 

C.R.: Quante persone siete?

S.P.: Fissi siamo cinque persone, con la produzione e la mia socia che è la manager. Ho uno spazio a Barcellona che si chiama La Piconera, è uno spazio semplice, ma bello, il nostro “quartier generale” diciamo. Le altre persone variano di volta in volta, dipende dalla necessità della produzione, se sono necessarie sei, sette persone, ma dipende a volte anche soltanto una o due.    

C.R.: Torniamo ancora allo spettacolo. Tu all’inizio, come in un sogno, danzi in un cubo bianco; poi c’è una scena nella quale tu sei seduta nella poltrona di un aeroplano e pare che tu stia parlando con una danzatrice, seduta vicina a te, della paura. Che cosa è la paura per te? E che cosa è la danza?    

S.P.: (ride..) La danza è paura per me. La paura ed il dubbio sono per me la stessa cosa, e la paura è una sensazione che sta sempre con me. Perché per me questa professione, la danza, ha un grande carico di responsabilità. E’ un mio pensiero personale, non un insegnamento. Perciò pretendo da me stessa: stare concentrata in quello che amo e che il risultato sia davvero un prodotto che possa interessare le persone, che possa avere un valore, che possa servire a qualcosa. Ho sempre paura, sempre davvero. Ho lo stress dato dalla paura. Per me la paura, è fortemente relazionata con la mia professione.                                                                 

C.R.: Capisco.

S.P.: Ho anche paura in amore, per esempio. Però ho più paura nella danza!

C.R.: Non è distante! Quando si ama molto quello che si fa nel proprio lavoro, l’amore non è lontano dalla danza. Ci sono delle connessioni, soprattutto, in un lavoro come il tuo, dove si usa il corpo e ovviamente ci sono anche delle emozioni. Dal tuo lavoro, al pubblico, arrivano delle emozioni che non passano solo dalla bellezza estetica.  Tornando a “One Hit wonders”, cominci a danzare con un tema di musica classica, sei bendata e danzi a piedi nudi tra diverse piante di cactus. I tuoi movimenti, vanno in una sorta di “crescendo” ed i tuoi sentimenti sono percepibili. puoi spiegare, anche a chi non ha visto la performance sino ad oggi, che stavi cercando e dimostrando con questo movimento?                                      

S.P.: Realmente è quello che ti ho detto prima sul mio desiderio di confrontarmi con qualcosa che mi produce paura, perché è ovvio, non voglio pungermi con i cactus ed allora, è come se stessi cercando il superamento di questa paura. Ed è per questo che il movimento va in crescendo; all’inizio, io vado tranquilla, e potrei continuare così, senza sicuramente pungermi con nessun cactus, ma poi aumento la velocità, perché penso che il mio desiderio è superare questa paura, forzarla, andare oltre, intendo uscirne, in una maniera un po’ surrealista ed anche metaforica per trovare questo superamento. C’è anche rabbia, nell’intero spettacolo, ci sono momenti nei quali sono rabbiosa, nella mia vita anche.  Questa emozione è stata ricorrente: ed è come se questa rabbia dovesse uscire. E’ molto più importante più di quello che pensiamo, far sfogare questa emozione. Se no rimane dentro ed è terribile. Dobbiamo espellere questa rabbia, farla uscire, penso davvero che sia molto importante. Devo lasciarla andare, ma ne ho paura. In ogni caso sono sicura di dover far uscire questa rabbia. Vorrei poter trasmettere che questo è corretto.

Immagine 4 – We Women ( foto di David Ruano )

C.R.:  Interessante. In tutta la performance tu hai, questa relazione molto forte, tra ciò che è vivo ed umano e quello che non è umano, parli anche di ciò che è umano e ciò che non è umano, e la non umanità dell’arte ed anche dell’intera vita; ed è incredibile come la paura, il fallimento e tutte le aspettative ed anche i sentimenti siano mescolati in questo pezzo. Si tutto si mescola ed è molto forte, che cosa puoi dire tu, rispetto a questo. Come sei riuscita a mettere insieme queste cose ed in quale momento particolare della tua vita?

S.P.: Come trovo questa mescolanza? Non la cerco, normalmente, arriva. Facendo la performance, a partire dall’improvvisazione, posso cominciare dalla paura, ma poi attraverso la tristezza, la melanconia ed arrivo in un altro sentiero e poi poco a poco, mi rendo conto che tutto si mescola, c’è anche un altro sentimento molto importante, quello dell’impotenza, la frustrazione, il mondo dell’insuccesso, la lotta dei perdenti, delle persone che falliscono. Per me questo è un tema molto importante. Dentro di noi, c’è sempre una parte che pensa di aver fallito, in un momento, in un punto, almeno secondo le proprie aspettative. “L’altro” non ti vede come un fallito, ma tu ti senti un fallito. E’ molto difficile parlare del fallimento, ma è importante, perché esiste, spesso appare nei miei spettacoli, e nel mio lavoro, perché è un sentimento che conosco bene.

Immagine 5 – We Women ( Foto David Ruano )

C.R.: La reazione al fallimento può diventare anche una danza. Ma parliamo di “We Women”, che è una performance incredibile, la quale ha aperto il Festival di Teatro, Fabbrica Europa, nel 2016. Quattro danzatrici e tre musiciste, tutte donne, provenienti da diverse parti del mondo. Puoi per favore, parlare delle artiste che sono con te nello spettacolo, ad una ad una, come mai hai chiesto loro di prenderne parte e dove le hai incontrate? Sono tutte delle donne molto interessanti, belle e forti. Ed è molto coinvolgente vedervi tutte insieme in scena.

S.P.: Le ho trovate in giro per il mondo. Minako Seki, per esempio, l’ho incontrata a Barcellona. Lei è venuta a fare un workshop, io ero alla ricerca di una persona speciale, che conoscesse la danza Butoh e mi hanno detto di contattarla. Lei mi ha invitato a fare una classe di danza con lei. Io mi sono presentata e le ho detto che stavo preparando uno spettacolo, sulla condizione della donna nelle diverse culture e nei diversi paesi di provenienza. Lei mi ha detto subito si, non mi conosceva neppure, ma mi ha detto subito si. E’ stato molto facile. Poi è stata la volta di Shantala Shivalingappa, lei è indiana, ed ho dovuto lavorare un poco di più. Perché è una donna particolare, viene dal sud dell’India, dove c’è più matriarcato e la sua visione della donna è diversa. Adesso c’è un’altra performer indiana, Shreyashee Nag. E la sua visione della donna è molto simile alla mia, a quella di Minako e quella di Julie Dossavi, che è la donna nera francese.

Immagine 6 – We Women ( Foto di David Ruano )

La famiglia di Julie è africana, del Benin, dove c’è una tradizione terribile per le donne, ed è chiaro che è bene cambiare le cose. Poi ci sono le musiciste, una era sarda Adele Madau, ed anche lei aveva chiarissimo questo concetto, poi c’erano due donne spagnole, una di Siviglia ed un’altra di Huelva del sud della Spagna. Julie era l’unica che conoscevo, perché avevamo un’amica in comune, e ci eravamo già viste, ma poco altro. E’ stato molto interessante, perché tutte partivamo dallo stesso pensiero, ma la cosa più complicata è lavorare con i nostri corpi, perché tutte provenivamo da una diversa disciplina. Riuscire a mettere insieme la disciplina del Kathak, quella del Butoh, con la danza contemporanea africana e la danza contemporanea europea, è stato difficile, ma alla fine ce l’abbiamo fatta.

C.R.: Come è cresciuta l’idea della scenografia? Sembra un campo nomade, ed è molto appropriato, perché ci si può immaginare di incontrare donne di tutte le culture diverse.

S.P.: E’ stata una mia idea; l’ho concepita con la light designer, una donna che collabora con me da tanti anni come Joan. Lo scenografo, la designer delle luci ed io, siamo il nucleo duro. Lavoriamo insieme da almeno venticinque anni. E’ stato in una residenza che abbiamo fatto nel nord della Catalogna, immersi nella natura, io ho detto che avevo bisogno di un panno, di mettere un panno in una determinata forma. Joan, dopo un po’ mi ha aiutato ed ha sistemato tutto un po’ meglio. L’idea iniziale per me è stata molto chiara, uno spazio, dove poter incontrare tutte le donne del mondo.

C.R.: Quindi c’era proprio l’idea di creare una scenografia dove era veramente possibile trovare tutte le donne del mondo.

S.P.: Uno spazio neutro in un qualsiasi luogo del mondo o un campo di rifugiati in qualche luogo.  

C.R.: Due elementi oltre la musica hanno un’identità molto forte: la presenza della terra, della sabbia e la presenza delle mele. Ci puoi spiegare perché? E se sono collegati con una simbologia?                                                                                                                                          

S.P.: La terra è chiaro, è la terra madre. C’è l’elemento della madre, da dove siamo nati tutti. La terra che genera gli alberi, da dove nascono frutti. Tutto no? I semi. La sabbia è vicina all’idea del passaggio tempo, la sabbia non finisce mai di scendere, così come il tempo non si ferma e non smette mai di trascorrere. Come nelle clessidre. La mela per la donna è proibita. Se mangi la mela in paradiso, sarai castigata. Noi, nello spettacolo, mangiamo mele, perché non deve esserci nessuna punizione per la donna. Non devono esserci più punizioni. Basta. Io li ho utilizzati in questo senso, ma spesso il pubblico, da un’altra interpretazione, alle cose che vede. Non pretendo che la mia interpretazione sia l’unica. La terra è anche un luogo dove riposarsi e stare tranquilli, dimora del riposo della morte. Ma anche di qualcosa che non funziona e muore: un’idea, un’intenzione qualcosa che dovrebbe esistere, ma non ce la fa e ritorna alla terra, cade e torna alla terra.

C.R.: E’ molto interessante, ognuno, può vedere tante cose, ci sono molte suggestioni: le immagini, la musica, le donne così diverse. Qual è in questo lavoro il sotto-testo più forte? Che cosa senti tu, come donna e come artista?

S.P.: Per me questo lavoro è stato molto importante. La cosa più significativa è stata trovarmi con tutte queste donne. Ogni volta è come una festa, perché Minako, abita in Germania, Julia in Francia, Swelia tra l’India e la Spagna, allora quando ci incontriamo è sempre una grande festa. Mi piace il messaggio che manda questo spettacolo, le donne devono stare insieme, fare insieme, è una nuova era per le donne. Dobbiamo insistere, ed inviare un messaggio di speranza. Dobbiamo lavorare moltissimo, per cambiare tante cose. Questo per me è la cosa più importante.

Immagine 7 – We Women ( foto di David Ruano )

C.R.: Grazie Sol, ti voglio ringraziare come donna e voglio dirti che al pubblico questo messaggio arriva. Prima di concludere l’intervista ti vorrei chiedere se tu hai un grande sogno per il tuo lavoro. E se si quale è?

S.P.: (Ride) Questa è’ una domanda molto difficile. Si ho un sogno, ma è un po’ complicato da spiegare, il mio lavoro troppo spesso è più interessante per il pubblico che per i grandi organizzatori. Il mondo delle produzioni europeo è un po’ snob, ma il pubblico, nei miei venticinque anni di tour del mondo – in Europa, in Asia, in Centro e Sud America, persino a New York – è sempre stato fortemente coinvolto dai miei spettacoli. Spesso alla fine, le persone si alzano in piedi e vedo che hanno apprezzato molto lo spettacolo, ma per i grandi produttori ed organizzatori non è lo stesso. Sono lontana dal mondo concettuale e snob, sono diretta, e lavoro con le sensazioni e le emozioni, non ho niente di così estetico, né di così tecnico. Ma sono consapevole di non arrivare in determinati luoghi con il mio lavoro.

C.R.: E ti piacerebbe arrivare anche lì?

S.P.: In alcuni luoghi si. E’ come ricevere un riconoscimento più importante. Non credo che arriveranno, forse è un’illusione.

C.R.: La vita è lunga, Sol, e non è detto che non arrivino, e tu hai forza e coraggio. Mi dicevi prima che hai iniziato a lavorare ad un nuovo spettacolo sulla mascolinità. Puoi dirci di più? Hai lavorato con l’energia maschile, coinvolgendo solo attori e performers uomini, questa volta. Ci puoi parlare di questo spettacolo ed anche dirci se verrete in Italia.

S.P.: Mi piacerebbe tornare in Italia, sicuramente, con questo spettacolo. E’ un lavoro diverso, perché gli uomini sono tutti attori e spagnoli: due musicisti, un tenore, e quattro ballerini. Sono sette. E’ un gruppo di uomini forti sia fisicamente che mentalmente. il concepimento è stato un po’ duro, perché loro hanno parlato con me, delle loro esperienze di vita come uomini Per esempio della loro relazione con il padre, che è un elemento molto importante per gli uomini in generale, ma anche della loro infanzia, che per alcuni è stata felice e per altri no. Per alcuni di loro, l’immagine del maschio sempre forte e sempre pronto a tutto, è stato un carico, un peso eccessivo. E’ stato bellissimo, tra lacrime e risate.. Come ti ho detto all’inizio, nella creazione gli uomini sono come bambini e quando io mi giravo di spalle per scegliere la musica, e poi all’improvviso mi voltavo verso di loro, stavano tutti facendo versi come dei bambini. Le donne sono più tranquille normalmente. Io avevo già lavorato sia solo con uomini , che solo con donne, su argomenti diversi, ma gli uomini sono più rilassati. Questa è una cosa che penso derivi dalla diversa educazione che riceviamo sin dall’infanzia, alle bambine viene sempre detto, di fare le buone, e stare ferme con la loro bambola. I bambini invece sono invitati a correre, ad urlare e non può succedere loro nulla.

C.R.: Quando hai finito di preparare questo spettacolo?

S.P.: Abbiamo cominciato a Febbraio 2015, in campagna, lavorando intensamente tutti i giorni, per una settimana. Ma è stato stupendo. Già dopo un’ora esisteva una struttura e poi abbiamo lavorato per tutto l’anno, ma per periodi di quindici giorni, sino alla prima che è stata a Madrid nel mese di Ottobre. Poi lo spettacolo è stato presentato a Barcellona, e poi a Temporada Alta, che è un festival molto importante nel nord della Spagna. Per me è stato più facile lavorare con gli uomini anche perché tecnicamente, ho insegnato loro la mia metodologia; con le donne, come ti ho detto, per motivi legati alla forma e al fatto che ognuna di noi aveva una tecnica diversa. Unirci è stato molto difficile. Io ho sofferto. Con gli uomini no: era improvvisazione, poi coreografia, poi formazione di frasi, molto facili.

C.R.: Come si intitola questo ultimo spettacolo?

S.P.: “Dancing with frogs.” Ti ricordi della fiaba del principe ranocchio? Se una donna bacia il ranocchio, lui diventerà un principe.

C.R.: Sol parlerei all’infinito con te. Ti ringrazio per aver condiviso il tuo tempo con me e ti ringrazio per le tue parole. E’ stato molto bello incontrarti. Spero che l’intervista possa aiutarti a far conoscere di più il tuo lavoro in Italia e spero anche di poterti incontrare di persona presto.

S.P.: Grazie a te Claudia, a presto.

Immagine 8 – Dancing with frogs ( Foto di David Ruano )

Più informazioni su Sol Pico’ e la sua compagnia: http://www.solpico.com