“Letizia forever” e il dualismo vincente di Palazzolo/Nocera

C’è un’anomalia disturbante, nell’iconografia di “Letizia forever”, testo e regia di Rosario Palazzolo, portato in scena da Salvatore Nocera dal 7 all’11 febbraio al Teatro Verdi di Milano.

E l’anomalia consiste nel fatto che, pur ad onta di un titolo, che parla di una donna (Letizia, appunto, il cui nome allude a una joie de vivre, che il personaggio sprizza in modo solo superficiale, benché contagioso), poi in scena, ecco un omone barbuto, che sembra avere poco a che fare col personaggio.

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Sul palco, l’abbaglio di luci fucsia moltiplicate dal movimento della piccola strobosfera e lo stordimento di note martellanti di una Viola Valentino, che diventa subito Viola Valentina, nell’ improbabile gramelot della protagonista, analfabeta, sì, ma comunque attenta a darsi delle spiegazioni pacificatorie traendole da quella bibbia pop, che è, per lei, “Sorrisi e Canzoni TV”. In platea, il divertito sbigottimento di chi ancora deve capire dov’è capitato, ma, nel dubbio, volentieri si lascia coinvolgere dalla stranezza della cosa. Comincia così “Letizia forever”, monologo, che va chiaramente ad inserirsi nel solco di quel teatro di narrazione, che trova in Paolini, Baliani e Celestini i suoi numi tutelari, ma declina subito, in quel déjà vu che è “Dissonorata” di Saverio La Ruina, la fissità del personaggio che racconta con tono garbato e sommesso, fra il serio e l'(auto)ironico, l’ostentatamente inconsapevole ed una sferzante lucidità quasi istintuale. Ma sarebbe riduttivo fare di Letizia una variante di Dissonorata. Se medesima è l’occasione circostanziale (una donna/non donna, questo, il gioco straniante fra personaggio e attore, che ricostruisce la biografia con valenza affabulatorio/testimoniale, se non proprio con consapevole intenzione di denuncia), se comparabili sono la cura della postura, delle mimica, la preziosità del gesto “piccolo” e sempre attento alla coerenza col personaggio (dal movimento pudico e quasi furtivo, di tirarsi giù la gonna a coprire le ginocchia, fino alla leggerezza titubante delle mani che fremono o di quel sorriso di femmina, che si spalanca improvviso, a illuminarne il volto barbuto, trasfigurandolo), se del tutto simile è il magnetismo, direi quasi, e la verità emanati dalla lei, poi i due intrecci si sviluppano in modo differente e autonomo.

La struttura drammaturgica di “Letizia forever” è apparentemente semplice: una canzone anni ’80 (che “Iddi” hanno scelto appositamente per lei, per risvegliarne i ricordi) e poi l’intervista, ovvero un momento di restituzione/riflessione (auto)critica, almeno negli intenti; così, per un’intera musicassetta, una nuova ogni giorno, nella speranza che la terapia di presa di coscienza della realtà sortisca l’effetto desiderato. Anche registicamente si assiste allo stesso ritmo binario. Un quadro-canzone (ogni volta un successo pop anni ’80, con tanto di luci disco, eccitata dal quale Letizia Mossa sciorina un pezzo della propria biografia, sparato al ritmo trivellante di una mitragliatrice, quasi a gareggiare col volume della musica, così da restituirci la modalità delirante e istrionica della paziente) seguito, ogni volta, da un momento di riflessione (le luci si smorzano e anche il tono e l’umore di Letizia scolorano, acquietandosi in una modalità che si fa più intima e confidenziale).

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“E insomma dice, a parole mie, ca questa è una cura della canzone… mi fa come una voce, dentro alla testa, e tutto il rebus che sono io me lo risolve quatro quatro”, spiega, la protagonista stessa, nel suo linguaggio stentato e surreale, sgrammaticato e improbabile, infarcito di dialetto, regionalismi, neologismi, sleng giovanilistici di quegli anni, iperboli, ossimori, non-sense ed esilaranti corto circuiti di parola e di pensiero. É il monologare dialogico con “Iddi”, entità che incombono, per tutto il tempo, con tutto il peso del loro asettico anonimato e della loro assenza, a restituirci il punto di vista di chi, suo malgrado, sia preda di un meccanismo che non comprende, fatto di patti e di regole, a cui dover sottostare. “E perciò mi sono detta: ‘Leti’, e tu immaginati il teatro! Tu immagina che sei l’attrice del teatro e che c’è tanta gente attorno, muta, che ti ascolta…”. Oltre a strizzare l’occhio al pubblico in sale, quest’artificio consente di rivelare tutta la “borbonica” sfiducia nei confronti del sistema e dell’intelligenza della gente ed è epifenomeno di un’esistenza vissuta nello iato fra la maschera indossata e tutto quanto ha covato, sotto all’apparente leggerezza di una donna mansueta, amante solo delle canzoni anni ’80 (“Genere amore”, puntualizza) fino all’esplodere della “porcarìa degli anni ’90”. Volto e maschera, dimensione sociale come recita, scissione fra essere e apparire, fra voler e dover essere, fra ideazione/percezione del sé e adesione a un modello imposto. Sono i temi cari a Pirandello, Eduardo e tutta quella drammaturgia novecentesca, che certo non possono non aver segnato il back ground dell’autore siciliano. Palazzolo li ri-attualizza, non solo e non tanto ambientandoli in un’epoca certo più vicina a noi, ma rendendoli pop in un senso più grottesco che ironico ed escogitando una lingua ad hoc, ma non così improbabile da non risuonare verosimile. Questo fa, spesso, l’ironia: slabra il reale in surreale, fino a contorcere il sorriso in smorfia; questo ha fatto, il riso amaro di Pirandello, restituire spaccati di quotidianità e, in contro luce a questi quadretti spesso risibili per la loro mediocrità, lasciar trasparire, come un affondo all’arma bianca, la stoccata tragica del “terribile”. Ma, in “Letizia forever”, aspetto non secondario, si ride e ci si commuove (se la stagione anagrafica è quella), ripercorrendo i successi e le emozioni di quegli altri, in un gioco di proiezione collettiva, che ha del catartico. Formidabile la prova attorale di Salvatore Nocera, pure musicista folk ed educatore (ha condotto laboratori teatrali con soggetti disabili, minori a rischio e carcerati), che riesce a modulare in modo impressionate la ritmica, la tonalità e l’intensità dello strumento vocale, intonandoli con una mimica e una prossemica, che sembrano farci scordare fin da subito il suo essere volutamente connotato come un animale dalla deformità quasi mitologica. E, così, quell’anomalia disturbante, in modo subliminale, costantemente si riversa dalla discrepanza segnica ad una introiezione semiotica, che ci parla di quel reale monstrum, che è la realtà. Peccato per il finale, forse volutamente sospeso e pinteriano, ma che, lungi dal lasciare una parola definitiva su quella realtà “ingarguliata” e non “semplice e chiara come su “Sorrisi e Canzoni”, forse rilancia nel voler instillare un dubbio ulteriore, che, senza nulla aggiungere, distoglie, invece, dalla suggestione pirandelliana.

A repliche milanesi concluse, lo spettacolo sarà prossimamente visibile il 3 marzo a Robecco sul Naviglio (MI) (CineTeatroAgorà), il 4 a Ragazzola (PR) e dal 23 al 26 al Teatro Tram di Napoli.

dal 7 all’11 febbraio 2017

LETIZIA FOREVER

Spettacolo vincitore della Biennale Marte Live (Sicilia) 2014
Premio Festival Teatri di Vetro 2014
Selezione Torino Fringe Festival 2015

con Salvatore Nocera
testo e regia Rosario Palazzolo

e con le voci di Giada Biondo, Floriana Cane, Chiara Italiano, Rosario Palazzolo, Chiara Pulizzotto, Giorgio Salamone 
scene: Luca Mannino
luci: Toni Troia
assistente alla regia: Irene Nocera
coproduzione Teatrino Controverso / T22 / Acti Teatri Indipendenti
distribuzione Stefano Mascagni

Francesca Romana Lino

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Teatrofila per passione...
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