La ‘pazziella’ pop di Emma Dante a rivisitare il mito di Nessuno e Polifemo

In scena per pochi giorni – dal 25 al 30 settembre – “Io, Nessuno e Polifemo” è  la nuova drammaturgia con cui Emma Dante ha inaugurato la Stagione del Teatro Franco Parenti. Il registro narrativo è quello dell’intervista, nascendo appunto dalle radiofoniche “interviste impossibili”, che videro il surreale incontro fra personaggi della cultura: viventi e non. Nato nel 2008 come testo per la radio, viene poi riadattato, passando dalla lettura scenica –  che vedeva il rimpallo fra lei, la verticale intervistatrice Emma Dante, e Polifemo, interpretato dal convincente Salvatore D’Onofrio – all0 ‘spettacolo’ vero e proprio – con l’aggiunta di un volutamente gigionesco Ulisse/Carmine Maringola, terzo personaggio a (s)bilanciare intenzionalmente il rimpallo dialettico fra i due. Ma ‘spettacolo’, qui, è un’ espressione, che certo rigetterebbe, la Dante, che proprio durante la rappresentazione puntualizza: “Non faccio spettacoli, io faccio teatro…”, richiamandosi al ‘teatro/reato’ del ‘cantore di rapsodie’ Carmelo Bene – come lo definisce lo stesso Polifemo – di contro ad un ‘teatro-civetteria’, ‘piccola fiera delle vanità’, espressioni con cui la Dante stigmatizza il teatro perso dietro ai prosaici calcoli di botteghino, numi di certo a lei benevoli, anche in queste repliche.

Carmine Maringola - Emma Dante - Salvatore D'Onofrio

Carmine Maringola – Emma Dante – Salvatore D’Onofrio

Ed è un po’ questa, la cifra: il gioco sembra essere quello di usare la notorietà del Mito per ammantarlo e dire, attraverso di esso, quell’indicibile che solo la convenzione teatrale sembrerebbe poter sdoganare. “‘A pazziell’e creature”, un “modo di dire… una convenzione”: non diversamente da quel: “Signor Polifemo? E’ permesso? C’è… Nessuno?” con cui l’intervistatrice Emma Dante si fa educatamente strada nella spelonca del gigante. E diventa fin da subito evidente come ci si voglia collocare su toni narrativamente leggeri ed ironici, sul gioco di parole, l’equivoco di tanta parte della commedia dell’arte e all’italiana, ma per toccare temi importanti: dal diritto di ospitalità al dovere di non abusarne; dall’antitesi fra una vita pastorale e naïf, ma autentica  all’avvento di quella cultura,  forse greca, che, anziché elevare, sembra distruggere; dalla questione linguistica – l’importanza della dizione, quando di recita, o, per contro, quanto non sia invece sinonimo di autenticità, secondo la drammaturga, il potersi esprimere in dialetto, con buona pace di una certa critica – al Teatro, in chiosa tratteggiato dall’estero come un’enorme montagna inaridita ed internamente abitata da un’emorragia di stanze vuote, dato che quello, di cui Polifemo denuncia la mancanza, è il senso del ‘partecipare’. Questo, in sintesi, il testo: ambizioso, teorico, dottrinale – come tutto il discorso sull’attore-guitto, impersonato, in qualche modo, da quell’Ulisse-‘busciardo’, ‘mariuolo’ e ‘donnaiolo’,  abbastanza vanitoso da rivelarlo, alla fine, il suo vero nome, a Polifemo, ed altrettanto temerario ed avido di ‘cagnoscentia’ da essere precipitato nell’inferno dantesco – ad usum puerorum. O, se si preferisce, quasi una ‘instruction for dummies’; un luogo protetto, quanto meno, da cui l’autrice possa veicolare il proprio pensiero.

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La messa in scena. Questo nucleo teorico viene poi declinato in un’alternanza con coreografie ricercate e suggestive  – eccezion fatta per il pezzo pop del ‘super-eroe’ Ulisse, a strizzar l’occhio a certi balletti alla Michael Jackson -, in cui la bravura delle tre coreute, però, finisce spesso con l’essere appannata da una lunghezza forse un po’ eccessiva all’interno di un teatro dichiaratamente di parola – e non teatro danza. Sono proprio le tre ballerine, infatti, ad aprire lo spettacolo, incarnando/amplificando quei manichini, che solo dopo capiremo essere gli sventurati compagni di Ulisse nelle gigantesche mani e fauci del ciclope, ma che per ora ci dicono, nei gesti e nello scricchiolio degli ingranaggi meccanici, solo della precarietà della condizione umana. Altrettanto evocativo quello del velo-disvelamento: che il riferimento sia alla verità o alla condizione femminile – e alle dinamiche di rivalità che spesso s’insinuano fra le donne, loro per prime vittime di certe dinamiche socio-culturali – poco conta. Sullo sfondo le grida assordanti di erinni furiose: quasi l’altra faccia di quelle candide vergini velate, Penelope compresa.
Già, perché altro elemento portante è la suggestione sonora. E la musica – colonna sonora scritta e cantata in scena da Serena Ganci alla consolle: un po’ percussionista, un po’ cantautrice nella sua struggente: “Ammuri, malata sugn’iu d’Ammuri…” – è lì in scena a far da controcanto al frizzante battibeccare fra i tre – che ben tengono la scena -, brioso al punto da strappare le sentite risate del pubblico, strizzando l’occhio ad un Eduardo, di cui sapientemente si cita una delle frasi più legate ad un certo immaginario condiviso: “Te piac’o Presepe?” ed è subito empatia…

Tanta carne al fuoco, dunque – per usare un’espressione altrettanto pop -: con idee, suggestioni, intuizioni ed anche professionalità di tutto rispetto. Ma poi forse resta vero che condensare annose questioni teoriche  in minuscole perle, sperando di renderle idrosolubili agli umori del pubblico solo perché li si è ricoperte con un gustoso guscio di ironia, ritmo – e qualche autocelebrativa captatio benevolentiae -, forse è un po’ ottimistico. Come ottimistico, mi sembra, il pensare che ‘sciacquare i panni’ a Mergellina renda meriti maggiori che non mantenere l’autoctonia sicula del Ciclope, che, smesso il modus partenopeo del ‘Babassò’ – come frequentemente lo apostrofa l’astuto Ulisse -, torna, invece, a masticare il dialetto siciliano, nei momenti in cui riaffiora la sua beluina natura di Mostro – in accordo, qui, con la tradizione del Mito. Quale altro motivo, se no, per spostarlo un po’ più a nord – eccezion fatta della pretestuosità dello sciorinare il discorso sulla soggettività e su quanto siano facilmente manipolabili le informazioni? Tanta carne al fuoco – lo ribadisco -: ma forse non basta la sola  rapsodicità delle coreografie o il  fil rouge della voce narrante dell’intervistatrice – in perfetta dizione – a dare consistenza ad uno ‘spettacolo’, che rischia di mancare all’appuntamento col ‘teatro’.

IO, NESSUNO E POLIFEMO

al Teatro Franco Parenti
dal 25 al 30 settembre 2014

Intervista impossibile
testo e regia Emma Dante
con Emma Dante, Salvatore D’Onofrio, Carmine Maringola, Federica Aloisio, Giusi Vicari, Viola Carinci
musiche eseguite dal vivo da Serena Ganci

Francesca Romana Lino

Francesca Romana Lino

Teatrofila per passione...
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