Cinema

12/11/14
Festival del film di Roma 14: da Arlecchino a Shakespeare al cinema

19/06/14
Synecdoche New York. Il cinema s’ispira al teatro (con figura retorica)

30/11/13
Dal circo all’accademia, dentro i ciak del Torino Film Festival

16/11/12
Roma Film Fest. Sguardi teatrali da dietro le pellicole

18/11/12
Roma Film Fest. Dopo il teatro, e fra le polemiche, la danza

04/03/12
Il teatro in carcere secondo i fratelli Taviani

20/11/11
Il lato teatrale del Roma film fest: non solo red carpet 

02/11/11
Questo film è per voi! L’omaggio di Wenders a Pina Bausch

Il Grido

# Il Grido di carta
Marzo 2004
Maggio 2004
Settembre 2004
Novembre 2004

# Azur e Asmar di Michel Ocelot

# Hotel cinque stelle di Christian Vincent

# INLAND EMPIRE di David Lynch

# La mala educacion di Pedro Almodovar

# La vie en rose di Olivier Dahan

# Profondo blu di Alastair Fothergill e Andy Byatt

# Shutter di Banjong Pisanthanakun e Parkpoom Wongpoom

# Still life di Jia Zhang-Ke

# Festival Cinema Africano 2006

# Carlo Riccardi, il paparazzo in Topolino

# “Angela. Da una storia vera” di Roberta Torre (Italia 2002)
La milanese Roberta Torre, alla sua terza prova di regista, indaga ancora una volta l’universo palermitano, sua città d’adozione. Lo fa con un film che gira intorno alla sua protagonista: Angela, giovane e bella donna siciliana, gestisce un grosso giro di eroina da un negozio di scarpe, complice del marito narcotrafficante. La sua vita scorre clandestina e regolare, quasi monotona. Angela cammina per le strade di Palermo facendo le sue consegne, fino a quando conosce il giovane Masino, che diventerà suo amante e braccio destro del marito. Alla fine la situazione precipita, l’intera banda viene arrestata ma soltanto il grande capo, il marito di Angela, sarà condannato a 11 anni di reclusione. Il porto di Palermo sarà lo sfondo della scena finale, che vede Angela, assorta e triste, aspettare il suo nuovo compagno che non tornerà mai, forse ucciso o forse scappato per paura del futuro. E’ un film basato sugli sguardi, sullo scrutare, complice la splendida fotografia di Daniele Ciprì e l’atmosfera palermitana, cupa, buia, anche troppo vera. L’occhio del cinema diventa l’occhio dello spettatore che, in modo voyeuristico, indaga la realtà generale della malavita palermitana e particolare del negozio di scarpe diventato spaccio di droga. Le riprese, quasi tutte fatte con la camera a mano, ci mettono vicino ai personaggi, ci fanno scavare nella loro interiorità, ci fanno carpire il loro respiro. Questi sguardi, precisi, della telecamera portano ad una parziale sfocatura dell’immagine, e grazie ai giochi di specchi, di grate e di vetri, sembrano quasi reali. I colori accesi dei vestiti di Angela contrastano con le atmosfere grigie, fumose, delle riunioni dei maschi. Già, in un contesto dominato dal maschilismo, Angela, donna forte, entra dentro alle situazioni che gli si pongono davanti in maniera sfacciata, andando contro alle ideologie siciliane, e italiane, che vogliono la donna… La trama è scontata: tutto è già chiaro fin dalle prime battute: la polizia che arresterà gli spacciatori, la relazione clandestina tra i due giovani così facile da prevedere, il carcere e gli arresti domiciliari. Il film è fatto di una pasta che privilegia l’ambientazione, le luci, la fotografia e la tremenda realtà che lo accompagna. Il soggetto è tratto da una storia vera. [SP]

# “L’imbalsamatore” di Matteo Garrone (Italia 2002)
Matteo Garrone, giunto qui al suo quarto lungometraggio, indaga questa volta tra le righe di un genere ben delineato: il noir. Il soggetto, sceneggiato insieme ad Ugo Chiti, parte da un fatto di cronaca avvenuto nella periferia di Roma ed è così riassumibile: un nano, invischiato nella camorra e imbalsamatore di professione, conosce un giovane allo zoo, gli insegna la sua arte e lo fa diventare suo aiutante e amico. Col tempo egli giunge ad una morbosa e possessiva gelosia, complice la nuova amante di lui, che sarà motivo di scontri sempre più accesi fra i tre e del suo suicidio finale. La tassidermia, cioè l’arte dell’imbalsamare, di mascherare di vivo ciò che è morto, è forse la miglior metafora di ciò che il regista ci racconta: quella capacità di imbalsamare che ha Peppino nei confronti di Diego, complice la sua grande personalità, e che porterà il giovane a lasciare la sua prima fidanzata e a immergersi nei vizi e nei festini a luci rosse del nano. Questo ambiguo rapporto di coppia diventerà un ancor più ambiguo triangolo amoroso, a tinte vagamente omosessuali, quando ai due si unirà Deborah, che si innamorerà di Diego e andrà a vivere con lui a casa di Peppino. Fino al tragico finale i tre si rincorreranno nella ricerca di un amore che possa alleviare il loro male di vivere, il loro disagio esistenziale. Di sfondo una camorra che non si vede ma si sente nell’aria. Garrone mette in scena un film cupo, lento e preciso, che esalta la solitudine e lo sconforto dei tre personaggi, e il comportamento ambivalente di Diego, sospeso fra la passione per la sua nuova fidanzata e il rispetto misto ad amore e gratitudine per il suo vecchio datore di lavoro, ne è il maggior esempio. Tecnicamente il film trascorre tra intensi primi piani dei protagonisti e alcuni campi lunghi di paesaggi desolanti, in particolare quelli bellissimi della strada che porta a Cremona (luogo di attività mafiosa per il nano e di conquista amorosa per il suo assistente), sospeso fra il genere “road-movie” e un vedutismo che mi ha fatto vagamente pensare a Comerio, e quelli del litorale campano e del famigerato Villaggio Coppola. Il paesaggio, urbano ed extra-urbano, è quindi il quarto protagonista di un’opera che richiama, ancora una volta, la grande stagione del neorealismo, sulla scia di Respiro di Crialese ma anche di altri. Tra gli attori spicca la stupenda prestazione di Ernesto Mahieux, vecchio attore di teatro e cinema napoletano, nei panni di Peppino l’imbalsamatore, che sminuisce le interpretazioni di Valerio Foglia Manzillo e Elisabetta Rocchetti, sicuramente più belli che bravi.
Un’ultima citazione per le suggestioni musicali d’atmosfera, composte appositamente per il film, ad opera della Banda Osiris. [SP]

# “L’imperatore di Roma” di Nico D’Alessandria (Italia 1987)
Jerry, nullafacente di professione, trascorre le giornate da nomade per le vie di Roma, tra una pera di eroina e una bottiglia di whisky, tra l’accattonaggio e il vagabondaggio. Il padre cerca di instradarlo sulla retta via ma, sorpreso a rubare su un autobus di turisti stranieri, finisce internato in un manicomio.
Seconda opera di Nico d’Alessandria, regista della marginalità, autore non allineato, è forse il suo film più significativo. Il film, girato “in tre” come amava ricordare D’Alessandria per sottolineare la semplicità del suo lavoro, nasce dalla vita del suo protagonista: Gerardo Sperandini, preso dal regista all’ospedale psichiatrico di Aversa e messo davanti alla macchina da presa a interpretare la sua vita di tossicodipendente, di “drop out”, di eremita metropolitano. Mettere in scena l’esistenza di un vero personaggio, ritenuto socialmente pericoloso e tornato in manicomio al termine delle riprese del film, abbandonandolo per Roma, rovina tra le rovine, a trascinarsi tra le discariche e gli argini del Tevere, rappresenta molto bene il credo di D’Alessandria, sospeso tra cinema politico militante, e neorealismo contemporaneo (Nico ha collaborato con Zavattini). «C’avete provato a farmi fuori, eh?» dice Jerry, che, in un delirio di fascismo e anarchia, si rivolge al mondo e si autoproclama Imperatore di Roma pronunciando un personale saluto romano («A me!») e tendendo il braccio sinistro. Il suo obiettivo, dichiarato ed illusorio, è quello di liberare Roma dall’ignoranza, dalle vipere e dagli egoisti, per vivere serenamente senza regole. «So’ passati dumila anni, ma io so’ riuscito a resta’ svejo» afferma in una delle scene finali. Il film è girato in un bianco e nero poetico che ben si miscela con la crudezza delle borgate romane e la solitudine e decadenza del protagonista. La colonna sonora è composta da un solo brano in stile dark anni ottanta, che sottolinea bene l’evolversi della storia. Il grave problema di questo film è la scarsissima qualità del suono: le voci dei protagonisti registrate in studio e mal sovrapposte alle immagini (inizialmente il film doveva essere muto) pregiudicano il prodotto finale confezionato dal regista visionario. Ha affermato in un’intervista Nico d’Alessandria, riguardo a L’imperatore di Roma: “ […] cominciai a rendermi conto che il cinema non era fattibile solo con quella pletorica sovrastruttura di maestranze, addetti di produzione, contabili, attoroni e attorini, che mi capitava di osservare dal buco della serratura, quando facevo la comparsa, ma anche corsaramente, con location senza permessi e attori improvvisati, ottenendo lo stesso un buon film”. Il neorealismo ha fatto scuola e D’Alessandria, regista appartato e attento ai destini umili per vocazione, ha imparato bene la lezione. [SP]

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