Brand journalism e teatro: nuove opportunità?

Recentemente, cercando notizie in rete sull’universo “storytelling” (la parola chiave del 2016 anche per il teatro?), mi sono imbattuto nell’ennesima espressione inglese innovativa: brand journalism, concetto spesso affiancato a quello di brand storytelling ovvero la possibilità, tramite gli strumenti del web 2.0, per le aziende di raccontarsi in prima persona.

Declinando tutto questo al mondo del teatro, significherebbe ridefinire completamente i ruoli storici dell’ufficio stampa e del critico teatrale. Da un po’ di tempo mi interrogo su questi argomenti e ne parlo durante i laboratori che conduco in giro per l’Italia. Avevo anche posto la questione oltre due anni fa a Vicenza durante l’annuale incontro di Rete Critica nel mio intervento Teatro e Twitter: un dialogo possibile? e questo post mi dà l’occasione finalmente di pubblicare le slide (puoi scaricare il pdf qui).

brand journalism

Ma che significa brand journalism? Letteralmente che i brand, i marchi, e quindi anche i teatri, le imprese culturali e gli artisti possono fare giornalismo su loro stessi. E quindi diventare editori di loro stessi. Se è vero che “il brand storytelling è il mestiere del futuro” (e che per ogni giornalista ci sono quasi 5 comunicatori!) si potrebbero creare nuovi posti di lavoro anche nel reparto cultura e dare nuove possibilità alla miriade di giovani aspiranti critici teatrali e blogger che stanno nascendo in seno a laboratori e master dedicati.

Esperimenti come DNA Words curato da Sergio lo Gatto per Romaeuropa o La danza nella città curato da Massimo Marino e Lorenzo Donati per la Biennale di Venezia (ma potrei citarne altri) vanno in questa direzione, ma il valore aggiunto del concetto di brand journalism è che il racconto faccia parte di una strategia condivisa e sopratutto parta dall’interno.

E tutto questo non è solo appannaggio delle grandi strutture, come avevo auspicato tempo fa. Raccontare il teatro attraverso i social media può essere un ottimo strumento di auto-promozione anche per tutte le piccole e medie realtà che non hanno risorse (economiche e umane) per attuare politiche di Social Media Marketing, ma che attraverso un racconto empatico possono coinvolgere e ampliare sempre di più la loro community di riferimento.

Le mie non sono sentenze ma sollecitazioni. Sia aperto il dibattito, quindi! E sopratutto segnalatemi esperienze di brand journalism culturale (qui un approfondimento sulla parolina magica). Noi ne parleremo non poco a Bari durante il workshop di social media storytelling in occasione della retrospettiva per il decimo compleanno della compagnia Fibre Parallele.

Simone Pacini

Si occupa di comunicazione, formazione e organizzazione in ambito culturale. Nel 2008 concepisce il brand “fattiditeatro” che si sviluppa trasversalmente imponendosi come forma di comunicazione 2.0. I suoi laboratori e le sue partnership che mettono in relazione performing arts e nuovi media sono state realizzate in 13 regioni. Dal 2015 crea progetti e tiene lezioni e workshop di “social media storytelling” per lo spettacolo dal vivo. Gestisce il b&b Giorni felici a Roma.