Al TAC Teatro fra “Santi, balordi e…”

“Milano capitale dello spettacolo dal vivo”, auspica spesso l’assessore alla cultura Filippo Del Corno; e se c’è una cosa che in effetti non manca, qui a Milano, è una ricca e variegata offerta di eventi teatrali. Ce n’è per tutti i gusti nei teatri tradizionali quali Il Piccolo o il Franco Parenti, l’Elfo Puccini, il Teatro Filodrammatici o il Litta, ma poi anche il Menotti, l’Out Off il Sala Fontana – o, con una programmazione più commerciale, il Manzoni, il Nazionale, il Carcano o il San Babila, per non parlare dei giganteschi Arcimboldi o del Teatro della Luna, spesso adibiti ad accogliere musical –, a tutta una pletora di spazi più piccoli e underground. Alcuni, come il Teatro della Contraddizione, vantano una continuità oramai ventennale; eppure ne affiorano di continuo, quasi a incarnare una pulsione che ancora non sembra esaurirsi.

Ornella Ventre, attrice, autrice, regista e direttrice
Ornella Ventre e Marco Nicosia

Di recente conio è TAC Teatro, che va a posizionarsi in quel segmento che, come il Teatro della Cooperativa, l’Atir, il Pim Off o il Tertulliano, agisce sul e col territorio in zone quasi di confine. Sede in via Ponte Nuovo 51, ideale incrocio fra due arterie della periferia nord quali via Padova e viale Monza, è in questi spazi di un ex fabbrica di leghe metalliche, che prendono sede Ornella Bonventre, Tiziana Bianchini e Marco Nicosia.

sala bunker
sala bunker

Attrice, autrice e regista, la prima, nonché presidentessa del progetto teatrale, co-fondatrice, la seconda, oltre che tesoriere, scelgono di chiamare il teatro come l’omonima compagnia (TAC – Teatro A Chiamata) e danno il via all‘importante lavoro di bonifica dell’articolata ex struttura industriale. Con loro in quest’impresa il già ricordato attore e formatore, oltre che responsabile organizzativo, e Alessandro Aprile, che cura, fra l’altro comunicazione e social. Uno spazio nuovo, non solo perché ha aperto i battenti lo scorso 28 novembre, ma perché coniuga alla vocazione teatrale in un senso quanto mai plurivoco – stagione, sì, ma poi anche corsi e, caso più unico che raro, un piccolo tendone circense per tener viva la vocazione del teatro di strada, per non parlare del “rifugio d’artista”, micro foresteria per ospiti di passaggio – anche sale “dedicate”. Sono spazi atti ad accogliere mostre, come la sotterranea Sala Bunker, il cui basso tasso di umidità la rende particolarmente idonea ad accogliere fotografie, tele, dipinti e materiale cartaceo in genere, o la Sala Tortuga, che, giocando con l’allusione all’isola in cui i pirati custodivano i loro tesori, preserva i cimeli più importanti. E poi il foyer, in cui ci viene raccontato del rito di scambio di Renzo Casali della Comuna Baires: lasciare testimonianza scritta del proprio primo ricordo, in cambio di una parola da portare a casa con sé. “Sine memòria, mé morìa”, la convinzione sottesa. E finalmente la Sala Energa, dal nome stampato sulle casse ritrovate in fase di ristrutturazione: il riferimento è alla “bomba Energa”, usata per il combattimento ravvicinato contro i mezzi corazzati e contro le postazioni fortificate nemiche.

E’ qui che sabato scorso, e poi ancora per due sabati, Giulia Angeloni e Flavia Ripa portano in scena il loro “Santi, balordi e poveri cristi”, uno spettacolo dal sapore tradizionale e artigianale, che ancora sa di tutta la fragranza dell’Accademia. C’è tutta una sapienza laboratoriale e una preziosa abilità mimica nel loro narrare non a parole soltanto: tutta la grazia e la meraviglia di chi abbia amato, studiato e fatti propri i racconti popolari e boccacceschi per poi restituirceli in una sorta di “Mistero buffo” alla Dario Fo. Sembrano risucchiarci indietro nel tempo, intrattenendoci secondo l’antico canone del teatro di giro: di quelli che senza troppe moderne e capziose distinzioni fra autore, attore e regista, semplicemente affidava a un canovaccio, qualche strumento e piccoli oggetti di scena, forse, ma soprattutto all’abilità dei suoi guitti, menestrelli e pure saltimbanchi l’arduo onere di divertire un pubblico spesso solo di passaggio. Non bastava essere bravi, occorrevano estro e carisma; e catturare gli astanti, perché ne andava della propria sussistenza. E, questi, certo non mancano alle due giovani attrici, che, sbucando fuori dalle valigie /banchi di prova, rilanciano la sfida di un gioco nel gioco. Come se fossero loro, quei giullari; come se fossero scappate via da un circo popolato da nani, giganti e donne cannone forse per poi scoprire che è il cosiddetto mondo “normale” ad offrire i più curiosi casi di “fenomeni da baraccone”.

Flavia Ripa e Giulia Angeloni
Flavia Ripa e Giulia Angeloni

Ce li raccontano divertite, mimiche e canterine, mixando diverse abilità: canto, strumenti musicali suonati in prima persona, uso del corpo e della voce in un’esplosione prossemica ora sforzata e grottesca, ora comica, empatica e convincente. Le storie sono quelle tratte delle leggende popolari: una vox populi/vox Dei, in cui l’alto e il basso si confondono, si contaminano lo schietto dialetto con l’italiano maccheronico, la prosa arguta e i versi piani dal retro gusto cortese. E se Gesù è così umano da legarsela al dito per l’affronto di Pietro di non avergli conservato la sua parte di coratella, se il Demonio è un compagno così vicino e carnale, da potergli chiedere quella grazia negata alla devozione e se le tre decrepite zitelle ancora smaniano e battibeccano attorno al giovane pretendente come folcloristiche Parche che si contendano il solo occhio sgusciante, allora forse davvero questo è un mondo di “Santi, balordi e poveri cristi”, che solo lo sguardo indulgente del buffone può raccontare.
Dunque ancora sabato 23 e 30 aprile, al TAC Teatro, se volete ripercorrere con l’elegante Giulia Angeloni e la rutilante Flavia Ripa, fra stornelli e smorfie grottesche, fra iperboli mimiche e sguardi lampeggianti, fra storcimenti vocali e preziosi controcanti d’antan, quel mondo che, se è bello, perché è vario, nei loro racconti senza tempo risulta forse ancora più straordinario, amplificato, grottesco, meraviglioso, pauroso e inaspettato del più tecnologico dei video giochi. Perché la realtà supera la fantasia; o, forse, perché la condivisione della narrazione e quell’ affabulazione mimica e tridimensionale, che ne è la trasposizione teatrale, sono il solo modo per restare profondamente umani.

TAC Teatro

Spettacolo SANTI, BALORDI E POVERI CRISTI

di e con Giulia Angeloni e Flavia Ripa
illustrazioni Donato Loforese

1-9-16-23-30 aprile h. 21

Francesca Romana Lino

Teatrofila per passione...
...blogger per voyeristica necessità!
Francesca Romana Lino