ANIMALI CELESTI teatro d’arte civile, diretta da Alessandro Garzella e con sede a Pisa, è una delle compagnie teatrali d’interesse nazionale nell’ambito dell’inclusione sociale riconosciuta dal Ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo e dalla Regione Toscana.
Venerdì 10 aprile a Brescia, al Teatro Borsoni si potrà vedere per la rassegna Culture Care 2026 e nell’ambito del progetto Equi/Distanze, realizzato con il contributo del MiC e condiviso tra ANIMALI CELESTI teatro d’arte civile e Teatro 19 di Brescia, il suo nuovo lavoro, Lucignoli – rituale porno magico sull’inaccessibilità dell’amore. Nello spettacolo, una sorta di visione allucinata scritta e diretta da Alessandro Garzella, affiancato in scena da Francesca Mainetti e Chiara Pistoia, le vicende di Pinocchio diventano una specie di reality porno show in cui tutte le figure sono corrotte dalla brutalità e dalla volgarità del presente, in un mondo che ha smarrito la poesia.
Di questo ed altro abbiamo parlato con Alessandro Garzella.
Simone Pacini: In che modo lo spettacolo Lucignoli, ma in generale la compagnia ANIMALI CELESTI teatro d’arte civile interseca la mission di Teatro19 e della rassegna CULTURE CARE 2026, «che riconosce nella cultura, così come nel benessere psicologico, non un lusso, ma un bene comune, capace di generare salute, appartenenza e trasformazione»?
Alessandro Garzella: ANIMALI CELESTI condivide con TEATRO 19 progetti e una visione del mondo che persino l’arte, a volte, fatica a riconoscere. Al centro c’è l’idea che la parte sana della follia, le differenze, il dolore e la malattia debbano essere riconosciuti sul piano umano e culturale. Questi aspetti, però, vengono spesso deformati dall’ipocrisia sociale e istituzionale: nelle leggi e nella comunicazione mediatica sono sbandierati come valori, ma nella realtà concreta vengono disattesi, se non addirittura contraddetti. A dominare è invece una vita guidata dal mercato e da modelli superficiali, legati a un’idea di bellezza sempre più banale e volgare. Dal punto di vista operativo, una compagnia che trae la propria forza creativa dalle marginalità sociali si trova ad affrontare limiti, difficoltà e restrizioni spesso assurde, di cui raramente si parla.
Eppure ci si scandalizza quando la violenza esplode tra i ragazzi, nelle scuole e nelle periferie, sia umane che geografiche. Oggi il malessere sembra quasi diventato un farmaco, auto-prescritto da tutti noi. E invece è solo l’accettazione di sé — fragilità comprese — a essere una vera arte: un’arte che cura le malattie e cura anche il teatro.
SP: In che misura e con quali strumenti poetici lo spettacolo, che chiaramente evoca nel titolo il capolavoro di Collodi, trasgredisce il preconcetto che riguarda le persone con disabilità all’interno di uno spettacolo teatrale, e cioè che non bisogna mai affidare a un diverso il ruolo di un diverso, che sarebbe in questo caso il burattino Pinocchio?
AG: Lucignoli denuncia questa ipocrisia, nella consapevolezza che oggi solo la poesia – capace di volare oltre le nuvole ma anche di sprofondare nelle fogne — insieme al mistero e alla forza del sogno, può dare voce a chi non ce l’ha: ai Lucignoli del nostro tempo. Lo spettacolo smaschera le falsità e gli inganni a cui la vita abitua persino i Pinocchi del Terzo Millennio, spesso conformati agli orrori di una società che, perdendo memoria, rischia di smarrire anche l’utopia di un futuro e di un sentire diversi.
Nel teatro, non di rado, i “diversi” vengono fatti agire (o addirittura addomesticati) secondo lo sguardo e i criteri dei cosiddetti “sani”: forse per una fragilità interna al sistema teatrale stesso, o per una tradizione che ha spesso spettacolarizzato il mostruoso.
“Lucignoli”, invece, rivendica, pur nella dimenticanza politica e culturale delle minoranze, un’autonomia creativa delle diversità, un loro fiorire, una gemellarità tra somari capaci di assumersi una responsabilità poetica diretta, drammaturgica direi, lasciando ai vari Mangiafuoco i teatrini che raccontano quanto siano “carini”, addestrabili e compassionevoli gli emarginati del teatro sociale e di comunità. Perché è proprio nelle differenze che si possono scoprire altre vie, altre forme, altri modi di essere capaci, forse, di parlare a tutti.
SP: Il sottotitolo di Lucignoli è «rituale porno magico sull’inaccessibilità dell’amore». “Porno” e “magico” insieme: puoi spiegarcelo?
AG: Ovviamente è una suggestione poetica in cui però risuonano, mi pare, la ferocia del male – espresso dalla pornografia regnante in ogni show sociale, lavorativo, familiare ecc. – e l’ambiguità di un magico, sospeso tra l’effimero dell’illusione e la speranza di una resurrezione immateriale. Dell’amore, appunto.
SP: ANIMALI CELESTI teatro d’arte civile è in tournée anche con un altro spettacolo, che viaggia da molti anni, Canto d’amore alla follia, che si potrà vedere in scena il 3 maggio a Cecina (Li), al Teatro Comunale Eduardo De Filippo, e il 23 maggio ad Anacapri, al Teatro Paradiso per la rassegna Sguardi Teatrali. Che tipo di ricerca contraddistingue questo lavoro? Si può considerare una sorta di manifesto della vostra poetica?
AG: Sì. È un’opera molto particolare. Recentemente, dimenticandomi di esserne l’autore (anche perché in questo caso è l’opera che mi ha scritto) mi è venuto da scrivere che ci sono opere che attraversano un sentire diverso, sono altrove, vanno controsenso, controvento. Esistono perché hanno la forza dell’inesplicabile. Risuonano il fastidio e la bellezza di un mistero. Sono immagini, idee, emozioni libere e agenti in sé. Non hanno bisogno di mercati. Anche se ogni volta che un teatro ci chiama, superando le ritrosie e i pregiudizi che il nostro settore si porta appiccicato addosso, è davvero una magia. Soprattutto per il clima che si crea con gli spettatori. Credo che sia questo il caso. Quest’opera, anche per il suo linguaggio, riesce a ribaltare o compenetrare gli opposti: il bene e il male, sano e malato, giusto e sbagliato e così via.
SP: Cosa ne pensi del tipo di attenzione che oggi le istituzioni rivolgono al teatro sociale d’arte? Sono adeguati secondo te gli spazi offerti dal mercato? Cosa cambieresti/manca, secondo te, all’interno del sistema teatrale?
AG: Non voglio essere annoverato tra i lamentosi, insopportabili quanto i soddisfatti. È un sistema corrotto, basato sugli scambi e sulle amicizie auto referenziali. Manca la premialità alla ricerca artistica di qualità, manca il rischio culturale. Mancano bellezza e poesia anche se il teatro di qualità, seppur ignorato dal sistema, permane. Te lo devi andare a cercare. Io sono tra quelli che vanno controvento: cerco di non venire a patti con ciò che toglie libertà creativa, con ciò che evita la sconvenienza e la rottura libertaria, tutte cose che ritengo indispensabili per andare oltre il sentire comune. Specialmente alla mia età. Finalmente posso solo divertirmi, nel trasmettere ai giovani ciò che so e nel mettere tutte le mie energie nell’ascolto artistico degli spettatori. Specie quelli che a teatro non ci vanno quasi mai. Ma anche quelli che a teatro chiedono qualcosina in più rispetto a ciò che macina e rigurgita l’industria culturale.
Appuntamento con la compagnia ANIMALI CELESTI teatro d’arte civile, quindi, venerdì 10 aprile a Brescia, al Teatro Borsoni, per Lucignoli e, per Canto d’amore alla follia, domenica 3 maggio a Cecina (Li), al Teatro Comunale Eduardo De Filippo, e sabato 23 maggio ad Anacapri.


