Cinismo farsesco per il Mercante di Renda

“Una risata vi seppellirà”, scriveva Bakunin, pare. E, questa lezione, il ventisettenne regista Filippo Renda sembra averla ben digerita e fatta propria, cavalcando una vèrve derisorio dissacrante certo non nuova né al teatro, né alla letteratura. Cinismo, ipocrisia, ferocia – e ancor più feroce satira –, che si volgono nella beffa di una risata: eccoli i tratti della lettura che il giovane demiurgo palermitano offre di questo “Mercante di Venezia” di Shakespeare, produzione Elsinor, in scena al Sala Fontana dal 10 al 26 giugno; e un’allure farsesca che, lungi dall’alleggerire, raggela come di fronte alla banalità del male. E’ feroce, la satira pancratica; non salva niente e nessuno: non i commedianti – attaccati, con furbesca mossa autoironica, fin dall’incipit rock a sipario ancora chiuso -, ma neppure il pubblico – ugualmente incluso in analogo affondo a inizio secondo tempo. Siamo tutti colpevoli. A volerli sciorinare, a uno a uno, i sette vizi capitali, in filigrana alle azioni agite non ce ne sarebbe uno solo a mancare all’appello.

Beppe Salmetti/Shylock
Beppe Salmetti/Shylock

Gli dei son morti e non restano che burattini ebbri, sembra voler far dire qui il Bardo; anche se, qui, le parole del Bardo sono trasposte e, probabilmente, pure le sue intenzioni. Così se la scena si apre su una Venezia stagnante, col malinconico Antonio riverso in una barchetta troppo piccola per contenerne lo smisurato languore e tutt’intorno gli amici a cercar di distrarlo – quante volte l’abbiam vista, questa stessa coralità emotiva, nelle tragedie shakespeariane… -, ben differenti sono le interpretazioni a proposito delle reali intenzioni dei personaggi secondo il Renda. Nessun cuore puro, né fra i gli Ebrei, vil razza dannata, né fra i Cristiani. Ottusamente opposti in un gioco di potere, sopruso e supremazia, nessuna delle due fazioni lesina colpi bassi, mostrando, in contro luce, la bestialità della natura umana qua tale. Non è solo l’Ebreo a “puzzare” – come dice lo stesso Antonio, con tono sprezzante, mentre si tappa il naso, dovendosi addentrare nel ghetto per cercar Shylock l’usuraio -; quel “marcio” che affiora, non solo in Danimarca, ma in molte delle riflessioni universali di William, sembra essere una cancrena, che segretamente attanaglia tutti. Il “buon” Antonio – colui che non presta ad usura, a differenza dell’Ebreo, e che non lesina, qui, a contrar pegno, per amore dell’amico -, è lo stesso feroce detrattore del suo antagonista, che insulta e percuote perfino nel momento in cui gli sta chiedendo il prestito; Belisario sembra essere attratto più dalle ricchezze di Porzia che non dalla sua avvenenza – tanto da restar deluso nello scoprirne l’effettivo volto, non meno di quanto lo sarà lei nel constatare la leggerezza con cui lui e tutti i veneziani in genere si profondono in affrettati spergiuri – e la stessa Porzia, in fondo, abdica la sua figura angelicata nel nome di un gioco sottile, sul filo della seduzione saffica, condotto insieme all’ancella Nerissa ai danni di pretendenti. Scioccamente li dileggia forse più trastullo alla sua noia, che non per un reale razzismo. E se tali sono i “buoni” cristiani – quelli che si riempiono la bocca col nome di “misericordia”, nella scena del processo, salvo poi prostrare l’ebreo nella più umiliante delle maniere: non solo requisendogli ogni bene, ma sottoponendolo al ludibrio estremo di una conversione imposta -, non c’è da meravigliarsi della caparbia ferocia di Shylock nel pretendere quanto è suo – non fa una piega il suo riferimento, mutatis mutandis, all’arbitrario uso che i cristiani fanno dei propri servi, rispetto cui nulla può esser opposto, in quanto loro “proprietà” – o della leggerezza raggelante con cui la figlia Jessica deruba e tradisce il padre, mossa da evidenti ragioni “ormonali”, che la regia consegna all’esplicito gesto del ventaglio.
Ma non basta. Se non si salvano loro, lì, nell’azione scenica, non ci salviamo neppure noi, comodamente adagiati in quelle stesse poltroncine porpora, che vediamo occhieggiare anche sul palco, ai lati delle quinte. E non ci salviamo, perché in fondo siamo noi l’impertinente Porzia, ma anche gli sciocchi spasimanti, incapaci d’interpretare le didascalie del nostro tempo come gli scrigni/porte, coi loro inequivocaboli loghi informatici, sibilano. E se l’irrompere dell’azione scenica in platea ce lo ribadisce in modo inequivocabile, non è soltanto per metterci in una posizione scomoda – costringendoci a voltar lo sguardo alle nostre spalle, ad esempio, incrociando gli occhi di quelle altre reali “bestie bipedi”, che siedono accanto a noi -, ma per parlarci della pluralità dei punti di vista – possiamo scegliere se guardare direttamente a quanto si sta agendo o se accontentarci delle azioni in presa diretta, proiettate in tempo reale, dall’attore che le riprende dalla sua angolatura a bordo palco.

Il Mercante di Venezia_2
Sebastiano Bottari/Antonio, Simone Tangolo/Graziano

Ecco. Una messa in scena ricca d’ intuizioni di allestimento, riscrittura e regia, ma che, giocandosela in farsa, inevitabilmente appiattisce la psicologia dei personaggi alla bidimensionalità del tragicomico. Fortunatamente la minuziosa litania dei simbolismi e la consapevole ed equilibrata modulazione degli attori scongiurano il pericolo avanspettacolo. I costumi sono curati ed espliciti, in quel rosseggiare, che ci parla di clown, farsa, ma poi più genericamente di teatro, oltre che del sangue che oppone-e-lega i personaggi; le scenografie riducono Venezia a un porticciolo di bancali, con esplicito richiamo al mercimonio, che la Serenissima era diventata; gli attori sanno sostenere il ritmo e la caratura di parti, che insidiosamente potrebbero cadere nel macchiettistico o in una comicità da far solo ridere. Bravi tutti, spesso chiamati, come si usava, a ricoprir più di un ruolo: incontenibile Irene Serini/Porzia (oltre che l’avvocato Baldassare, “teatro nel teatro”, ma poi anche Lorenzo), che duetta, in un tubar di colombe, con una non meno versatile Francesca Agostini (l’ancilla Nerissa, ma anche Jessica, la figlia di Shylock); sempre generoso Mauro La Mantia/Bassanio, fra l’altro, e decisamente godibili pure Sebastiano Bottari/Antonio, Simone Tangolo/Graziano e Mattia Sartoni. Pure Beppe Salmetti/Shylock, altrove non sempre così contenuto, qui risulta credibile ed equilibrato nel modulare i fumosi rancori di Shylock e gli scoppi di entusiasmo, nella scena del processo, così come convince nel celeberrimo monologo dell’ebreo, a fronte pubblico, mentre si sveste di quegli abiti da “ebreo”, che depositerà a mo’ di pegno sulla bilancia, trasformandosi in quel boia a dorso nudo, pronto a riscuotere la “libbra di carne” dovutagli.

Dunque un mondo falso e feroce, più ancora di quanto non lo fosse nelle righe di Shakespeare, è quello che affiora, come nebbia dalla laguna, dalla regia di Renda. Un mondo, in cui la dietrologia e, in fondo, un egoismo dalle venature edonistiche e auto appaganti, sembrano solo momentaneamente cedere il passo alla passione per questo o quello. Un mondo in cui nessuno, probabilmente, vorrebbe vivere: eppure un mondo che, dopo averlo stigmatizzato, Porzia e Nerissa scelgono, ultimo coup de theatre, quale estrema occasione per sopravvivere alla noia di una Belmonte improvvisamente divenuta noiosa. “Il diavolo che dice belle parole è come una mela bella fuori e marcia dentro” e, da Eva ad Alan Turing fino a Bill Gates, nessuno pare sia esente dalla tentazione.

Il mercante di Venezia

Produzione Elsinor- Centro di Produzione Teatrale
Di William Shakespeare
Adattamento e regia Filippo Renda
Con Sebastiano Bottari, Mauro Lamantia, Mattia Sartoni, Beppe Salmetti, Francesca Agostini, Irene Serini, Simone Tangolo
Scene e costumi Eleonora Rossi
Assistente costumista Alice Mancuso
Luci Marco Giusti
Assistente alla regia Valeria De Santis

Francesca Romana Lino