Raccontare il teatro sui social nell’era dello scroll infinito
Sui social tutto sembra acquistabile. Il teatro no. Apro Instagram e inizio a scorrere: grow with me, fit-check, skincare routine, brunch perfetti, hotel di lusso, viaggi continui. Creator sempre in giro tra aeroporti e terrazze con vista. Tutto sembra accessibile, replicabile, a portata di mano. È uno degli inganni più riusciti dei social: tutto può essere desiderato, comprato, imitato, condiviso. Scorro ancora. Poi, ogni tanto, compare il teatro. Compare a me, perché lavoro in questo settore, perché lo cerco, perché l’algoritmo sa che mi interessa. Ma a chi non lavora nel teatro, arriva davvero? Il teatro non è un outfit, non è una crema, non è una destinazione. Non puoi possederlo, non puoi mostrarlo come gli altri contenuti. Allora la domanda diventa chiara: come racconti qualcosa che non si può vendere, e che forse nemmeno compare, nello stesso modo in cui si vendono tutte le altre cose?
Un’arte che esiste da sempre
Il teatro esiste da sempre. Dall’antica Grecia, quando tutta la città partecipava a tragedie e commedie, fino ai palcoscenici contemporanei. La sua natura è sempre stata la stessa: un’esperienza che accade solo mentre accade, irripetibile e condivisa con chi è presente. Non lascia oggetti da collezionare, né prove tangibili da esibire, ma qualcosa di immateriale che porti dentro, dentro la memoria e l’emozione. Viviamo in quello che si potrebbe definire un feudalesimo digitale, dove la cultura si consuma ma non si possiede. Non hai più il DVD dei film, non hai più il CD dei tuoi album preferiti, non controlli davvero ciò che ascolti su Spotify, né ciò che guardi su Netflix o Prime. Tutto è in affitto, tutto dipende da piattaforme e algoritmi. Il teatro, al contrario, resta un momento che è tuo solo mentre lo vivi. È un rito che resiste alla logica della disponibilità infinita e immediata.
Aura e riti
Walter Benjamin osservava che l’arte, nell’era della riproducibilità tecnica, perde la sua aura: quell’unicità che nasce dall’essere presente e irripetibile. Una fotografia, un video, un post non restituiranno mai quell’esperienza. L’aura non si copia. Si vive. Byung-Chul Han, in La scomparsa dei riti, sottolinea che nella società contemporanea i riti si dissolvono. La partecipazione collettiva si frammenta. Velocità, ripetizione, consumo continuo erodono l’esperienza profonda. Il teatro, invece, continua a offrire un rito unico, collettivo e irripetibile. Il dialogo tra Benjamin e Han ci aiuta a capire perché resiste: l’esperienza diretta, il momento condiviso, la presenza sono irriducibili a qualsiasi algoritmo o formato social. L’aura resta, e in essa vive ancora qualcosa di antico e intatto.
Il tempo del teatro e dei social
I social chiedono velocità, sintesi, impatto immediato. Il teatro chiede presenza, attenzione, disponibilità a restare. Non sempre si capisce subito, non sempre è facile, e spesso è proprio questo il suo valore. Mentre le piattaforme digitali cercano di trattenerti il più possibile senza chiederti troppo, il teatro fa l’opposto. Ti chiede di esserci davvero, di fermarti, di sentire il tempo che passa insieme agli altri spettatori.
Chi sceglie di comunicare il teatro sui social
Eppure c’è chi ci prova. Penso al lavoro di Simone Pacini con Fatti di Teatro, a Poltroncina, a Rotopalco. Tradurre un linguaggio complesso in una forma accessibile permette di intercettare un pubblico che, altrimenti, non si accosterebbe mai alla scena. È un lavoro prezioso, ma c’è un limite: semplificando troppo, il teatro rischia di diventare un contenuto come gli altri. Il rischio è perdere la sua irripetibilità.
Piccole strutture, grandi sfide
Questa tensione è ancora più evidente nelle piccole strutture, dove pochi devono fare tutto: programmazione, organizzazione, accoglienza, biglietteria e social. Le domande diventano concrete: cosa pubblico, con che frequenza, devo fare video, devo seguire i trend? Ma soprattutto: come racconti qualcosa che si consuma solo nel momento in cui accade? Il teatro è un “durante”, non il prima, non il dopo. È il momento presente, e tradurlo in un formato digitalizzato è complesso.
Il linguaggio dominante
Il feed non smette di scorrere. Micro-tendenze, nuovi format, modi “giusti” di stare online. Tutto va bene, ma quando quel linguaggio diventa l’unico possibile, tutto ciò che non ci entra viene escluso. Anche il teatro, per sua natura, rischia di non entrare nella logica della ripetibilità.
Ha senso parlarne?
Ha senso parlare di teatro sui social? Forse sì, ma non come un contenuto qualsiasi. Non inseguire la visibilità a tutti i costi. Il teatro non funziona così. Forse si tratta di accettare che online non funzionerà mai allo stesso modo di altri contenuti.
Resistere
Sui social il teatro non cerca la performance, ma la resistenza. Accetta il rischio di essere meno visibile e meno integrato, pur di non svendersi all’immediatezza del feed. Se il racconto teatrale ferma il pollice dell’utente anche solo per un secondo, sta già testimoniando la sua diversità. Il focus si sposta dal “come” al “chi”: a chi stiamo parlando davvero? Perché comunicare il teatro sui social non è una caccia alla viralità, ma un atto di custodia dell’aura. In quello spazio minimo che separa un contenuto dall’altro, l’irripetibile trova ancora il modo di esistere.
- Il teatro non è un fit-check (e forse è questo il problema) - 21 Marzo 2026


