Le audizioni, la mia dannazione: 24 ore per imparare Dante.
Era inizio novembre, pioveva su Roma, e io galleggiavo in quello stato d’animo che solo gli attori conoscono bene: quella sospensione nebbiosa tra un lavoro e il prossimo, in cui il futuro è una domanda senza risposta. Poi arriva un vocale su Instagram da un amico: “Hai visto che ci sono le audizioni al Teatro dell’Opera di Roma?”.
L’opera è l’Inferno di Dante, con un epilogo originale firmato dal mio concittadino Tiziano Scarpa e musicata da Lucia Ronchetti. L’audizione è domani. Undici pagine di terzine dantesche da imparare. Nove personaggi.
Bene.
Ho ventiquattr’ore. Se dormo quattro ore e compatto pasti e funzioni corporali in un’unica ora, ho circa due ore a personaggio. Poi chiama mia madre da Venezia — ottantasette anni, il vicino le ha allagato casa, vuole che gestisca io vicini, pompieri e assicurazione. E devo anche prendere un regalo per la mia migliore amica che compie cinquant’anni e festeggia a Napoli, dopo il provino prenderò direttamente il treno. Ricalcolo: un’ora a personaggio. Impossibile. Bisogna essere strategici.
Come ho scelto Brunetto Latini: il personaggio più umano dell’Inferno.
Ugolino? Monologo troppo lungo, e poi — diciamocelo — sono troppo robusto per interpretare uno che muore di fame. Mi butto su Cavalcante de’ Cavalcanti, Brunetto Latini e Pier delle Vigne. Ma è Brunetto che mi conquista. Lo stimato maestro di Dante, infilato tra i dannati per sodomia eppure chiamato ancora “Ser Brunetto” con sincero affetto. Quanta piccola ipocrisia in quel dialogo. Quanta umanità. Immagino quest’uomo colto, attraente, autore di una delle prime enciclopedie della storia, costretto a correre per l’eternità sul sabbione rovente sotto una pioggia di fuoco — con la sua “masnada che va piangendo i suoi etterni danni”. Una bella metafora del mondo contemporaneo, no? Un deserto infuocato da attraversare in compagnia di gente che si lamenta di continuo.
Mi scuso con Cavalcante e Pier delle Vigne. Domani propongo Brunetto Latini.
Alla mattina dell’audizione eravamo un centinaio, altrettanti il pomeriggio. Molti colleghi diplomati al conservatorio o all’Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa. La mia esperienza con l’Opera? I tempi dell’università, quando facevo la maschera al Teatro Comunale di Bologna. Un po’ pochino.
Mi butto. Non ho niente da perdere. Dopo avere fatto il pezzo per la prima volta il regista David Hermann mi chiede di rimanere — vuole rivedermi per una seconda volta. Ho passato la prima selezione. Parto per Napoli felice. A fine novembre, sabato sera, arriva la mail:
“Ciao Eugenio Krauss, sarai il nostro Brunetto!”
Non me lo aspettavo. Sono felice. Tanto.
Le prove con Tommaso Ragno: quando Dante diventa un compagno di giochi.
Il 27 gennaio iniziano le prove.
Due settimane e mezzo per andare in scena con un’opera di cui non so nulla, a tempo di musica, davanti a più di duemila spettatori. Dire che sono terrorizzato è un eufemismo.
Lavorare con Tommaso Ragno — Dante Alighieri — è un regalo. Un attore sensibile e generoso. Sin dal primo istante provo per lui lo stesso affetto e stima intellettuale che Brunetto doveva sentire per Dante. Durante le prove ci divertiamo, scherziamo, giochiamo — e veniamo anche redarguiti dal serissimo David Hermann, quintessenza della professionalità: ogni gesto, ogni respiro devono essere esattamente come dice lui. Una menzione speciale va all’aiuto regista Ivan Rouge, che mi ha guidato nei passaggi musicali come nessun altro avrebbe potuto.
Arriva il giorno della prova generale. L’ansia cresce quando entro la prima volta nella scenografia: uno spaccato in scala 1:1 di un appartamento moderno, le stanze sovrapposte una sull’altra, collegate da un ascensore che si muove traballando nel vuoto. Io comincio al terzo piano — dieci metri d’altezza dal palcoscenico — con la parete verso il pubblico assente, e un sottilissimo filo d’acciaio a fare da balaustra. Il tutto su una piattaforma mobile che sale, scende e trema vistosamente. Sono avvolto solo da un asciugamano in vita, ai piedi infradito. E soffro di vertigini.
Mi ricordo un insegnamento dei miei coach a New York: “Let it go”. Quello che è fatto è fatto. Hai lavorato duro, Eugenio, di più non puoi fare. Divertiti!

La prima dell’Inferno: recitare a dieci metri d’altezza con le vertigini.
E con questo spirito affronto la prima.
La scena scende lentamente rivelando il bagno, con me seminudo allo specchio, mentre mi avvolge la musica di ottoni e timpani — un rock dal sapore medievale che Lucia Ronchetti ha adattato per un ensemble di ottoni e timpani dal live di “And You and I” degli Yes — la band del progressive rock anni ’70 guidata da Jon Anderson. Non è una scelta casuale. Il progressive ha sempre avuto legami profondi con spiritualità, esoterismo e letteratura allegorica. I testi di Anderson esplorano il viaggio dell’anima, l’ascensione verso la conoscenza cosmica — tematiche squisitamente dantesche. Un ponte esoterico tra due epoche, tra la spiritualità medievale e la sensibilità contemporanea.
Entro nell’ascensore, scendo alla sauna, e trovo il sorriso di Tommaso che mi aspetta: “Siete voi qui, Ser Brunetto?” Ogni volta è una sorpresa, gli voglio bene. Davvero. Mi si apre il cuore. È con questo spirito che sul finire del quarto trillo degli ottoni pronuncio le mie prime battute “Oh figliol mio”.

L’umanità contemporanea di Dante e Brunetto.
Ma fermarsi qui renderebbe il personaggio banale e stereotipato, ci deve essere anche qualcosa di torbido in Brunetto il sodomita, e io lo voglio rivelare. Mentre pronuncio la seconda battuta — “non ti dispiaccia, se Brunetto Latino, un poco teco” — guardo dietro Dante come ad alludere che sulle panche della sauna potrebbe consumarsi qualcosa di sconveniente. Poi Dante menziona Virgilio, e tutto cambia registro: da quel momento il mio affetto per lui diventa puramente intellettuale. Voglio sapere cosa farà, dove andrà, che sarà di noi.
Mi viene quasi da sorridere: le parole così ossequiose che Brunetto rivolge a Dante le ha scritte Dante stesso. Un filo di narcisismo nel Sommo Poeta, se me lo permettete. Quando lo studiavo a scuola mi sembrava così distante — invece, riconoscerne le piccole ipocrisie, le invidie, i conti aperti, me lo restituisce umano, moderno, interessante. Non era Dante a essere noioso; ero io, sedicenne, impegnato a combattere battaglie ormonali ben più urgenti.
Dante se ne va, rientra nell’ascensore e mi lascia solo, oggi si direbbe “ghostato”, sento dentro di me un mix di sentimenti dolorosi, la consapevolezza che il momento con Dante è stato solo un fugace attimo e che sono destinato a tornare alla mia sabbia rovente (la panca della sauna), si sovrappone la mia personale paura dell’abbandono, quella dell’oblio che ogni tanto assale ogni attore, la rabbia per avere creduto che questo incontro fosse una svolta. Con questo stato d’animo torno nell’ascensore che mi riporta al bagno, respiro, mentre salgo osservo le duemila persone davanti a me, un momento invertito in cui divento spettatore del mio pubblico e sono colmo di gratitudine per questa esperienza.
L’opera finisce, vado a prendermi gli applausi, standing ovation, avvolto nel mio asciugamano, penso che valeva proprio la pena non dormire quella notte di novembre.
Ha partecipato a numerosi progetti teatrali, cinematografici e televisivi. Tra cui la serie Django trasmessa su SKY e l’Opera Inferno al Teatro dell’Opera di Roma. Ha scritto anche alcuni soggetti per lungometraggi, due dei quali presentati al Premio Solinas.


