L’efferato candore oversize di Sgorbani/Ammendola

Già nel titolo c’è un ossimoro: “Angelo della gravità”, che fa pensare allo splendido dispiegarsi d’ali di fulgide figure celestiali e poi, in qualche modo, a qualcosa di ponderato e pesante. Ed allora viene in mente il terribile Angelo Vendicatore o San Michele mentre schiaccia sotto il calcagno il diavolo; oppure proprio lui – il Diavolo, intendo –, che quella tradizione a cui si rifà lo stesso protagonista vuole radioso e prediletto, prima di venir sprofondato nel più reietto degli abissi…

Ma non c’è nulla di tutto questo nel monologo di Massimo Sgorbani  – lo ricordiamo, fra l’altro per ‘Blondi’, nella passata stagione al Piccolo -, regia di Domenico Ammendola – direttore Artistico di Nove Teatro – e interpretato da Leonardo Lidi: drammaturgia capace di guadagnarsi la Menzione Speciale della Giuria Riccione 2001 “Bignami-Quondamatteo”; in scena al Teatro Oscar di Milano dal 21 al 26 gennaio. Quel che c’è, invece, è la spiazzante contraddittorietà fra eventi di una grevità tale da sconsigliarne la visione ai minori di 16 anni – anche per l’immediatezza di certi contenuti/immagini evocate, sicuramente lontane da quel che si considera politically correct – e una leggerezza ed oniricità, quasi, del registro narrativo, da riportare l’ossimoro ad un livello altro.

"Angelo della gravità (un'eresia)"

Così qui a stridere – in senso intenzionale e costruttivo – è l’efferato candore con cui vengono raccontati i fatti: con un accento messo sempre sulla sillaba che il comune sentire lascerebbe passar sotto silenzio e mantenendo atone invece quelle suggestioni che altrove risuonerebbero.

L’azione si consuma in un non-luogo – una sorta di asettica caverna adiposa – letteralmente ostruito da enormi palloni bianchi, dove tutto è candido – profeticamente troppo candido – ed entro cui si muove un ciccione in tenuta bianca, al centro di un palco dove giace, pesante, un grosso sacco esso pure bianco. Una scelta efficace, che immediatamente riverbera l’asfittica ansia del bulimico, che pure ce l’ha un suo modo magico per mandar via la paura – “Penso alle cose cose buone della colazione e la paura se ne va… se n’è sempre andata: fin da bambino… come se anche lei me la fossi mangiata in un sol boccone…” – oltre ad avere una duttilità cromatica notevole nel colorarsi degli umori della vicenda. Ed eccolo, il candido ciccione – bianca, in questo caso, la sua anima… – mentre rivive, in una sorta di flashback sincopato, i momenti salienti della sua esistenza: l’infanzia da ciccione vessato a scuola, le dinamiche familiari all’insegna del ricatto alimentare – la madre allertata dai consigli nutrizionali della maestra, ma che poi è la prima a consolarlo con sontuose merende -, il rapporto fra i genitori anch’esso subordinato alla medesima dinamica – e quando il padre ubriaco vomita “…le cose buone, che la mamma aveva preparato”, quel che allontana, in realtà, è il suo amore per lei. Così è facile tirar le somme dell’equazione: cibo=amore e – viceversa – chi lo rifiuta pecca. Poco conta che siano le modelle, che se ne astengono per mera vanità o, nel suo teosofico delirio, i figli di Dio, chiamati a nutrirsi del Corpo di Cristo: ma senza masticarlo.

ANGELO_saccoInevitabile, poi, per lui – escluso e sociopatico – cercare, crescendo, un surrogato d’amore nell’immediatezza d’accesso della pornografia. Così quel gesto apparentemente di nutrizione ai suoi occhi è una rivelazione: la summa dell’Amore Totalizzante da somministrare senza indugio – quasi una sorta di laica eucarestia – a chi si ami e per esserne riamati. E’ da uno di questi equivoci che scaturisce la tragedia – quella che lo porterà nel braccio della morte, dove lo troviamo: che aspetta… Ma la tragedia reale è il suo essere goffamente inadeguato ad un mondo, da cui pur tutti i suoi “spessi strati di ciccia” non riescono a proteggerlo; la tragedia è quella sua scollata inconsapevolezza, che lo porta a reazioni violente ed inconsulte contro tutto ciò che sembra rifiutarlo senza un motivo; la tragedia è quel suo pensiero bambino, intrappolato in un corpo morbido, ma possente, che strizza l’occhio ad un Pantagruel lui pure ‘tutto al contrario’ – come il suo stesso nome dice. E resta lì sospeso, goffo, inadeguato, nella paradossale attesa della condanna per impiccagione: che non può essere eseguita perché è troppo grasso perfino per quella.

“Non mangio, non dormo, aspetto…”, confessa ad un microfono così basso da obbligarlo ad inginocchiarsi – forse in un almeno formale ammissione di colpa – con la sola consolazione dell’onirico libro – una bibbia che lo retroietta agli infantili e misteriosi dettami del catechismo – e rifiutando il cibo per poter finalmente essere liberato da quella ciccia – “che ti protegge, sì, ma poi ti fa anche male”. E fino alla fine non c’è coscienza di colpa, nella recitazione coerente di Leonardo Lidi; c’è invece il confluire – matto – di odori, sapori, suggestioni, come in un beverone eretico ed energetico da buttar giù d’un fiato: e passa la paura.

Francesca Romana Lino