‘Polvere’ su Saverio La Ruina

Polvere5Al Teatro Elfo Puccini di Milano dal 20 gennaio al 1 febbraio c’è Saverio La Ruina. A lui è dedicata una personale, che ci darà l’occasione di vedere, in sequenza,  “Polvere” – in debutto nazionale, dal 20 al 25 – poi dal 27 al 29 “Dissonorata” – il testo che lo ha consegnato agli onori della cronaca, facendogli meritare l’UBU, nel 2007, come Miglior Attore Italiano ed il Premio Hystrio alla Drammaturgia 2010 – e, da ultimo, “La borto” – ancora un UBU, nel 2010, come Miglior Testo Italiano e Premio Hystrio.
Grande attesa, quindi, per un autore, che ha fino a qui trattato la tematica del sopruso sul genere femminile con un garbo, che nulla sconta alla denuncia: bisbigliata, ma non per questo meno feroce. E’ con questa stessa disposizione che si accosta al nuovo capitolo.

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Ma qualcosa è cambiato. Non solo nella forma – si passa dal monologo al dialogo – e nell’ambientazione – non più un contesto socio culturale disagiato, in cui si parla un dialetto, che solo di rado riesce ad esprimersi in circonlocuzioni italiane -, ma nella sostanza del punto di vista. Questa volta La Ruina interpreta un uomo. Garbato, posato, che parla a voce bassa e sembra aborrire tutto ciò che è volgarità o violenza, il protagonista ci si mostra nella costruzione della sua storia d’amore: ad affiancarlo la pur brava Jo Lattari, che interpreta la parte della donna sottomessa, nonostante la sua fisicità appariscente – ‘Sofia Loren’, la sminuisce lui, nelle fasi denigratorie.

Una drammaturgia ben scritta – a quattro mani – dai due interpreti, che ci accompagna attraverso il preannunciato traguardo di una storia dichiaratamente anomala. Fin da subito, infatti, c’è qualcosa che non torna. ‘Lui’ e ‘lei’, diventati ‘coppia’ per il solo fatto di aver diviso per una notte lo stesso tetto, che, all’uscita da una festa, già stanno a puntualizzare, recriminare, delineare e vivisezionare ambiti, limiti, criticità ed aree di migliorabilità di un rapporto, che immediatamente sembra un contratto capestro, più che una storia d’amore. E lo fanno con una pedanteria altrettanto voluta e perseguita quanto deliberato è il tono bisbigliato della narrazione.
Quel che si vuol inoculare nel pubblico, forse, è un’overdose di ripetizione. Così l’ossessività delle dinamiche di controllo del personaggio maschile monta fino alla vertigine della saturazione – sfiorando il maltrattamento e, conseguente, il repentino pentirsi. E’ lì che dovrebbe scattare la molla dell’indignazione di fronte ad una dinamica, che, se non è quella dell’uxoricida, di certo racconta di una prevaricazione perpetrata, sottile, sadica, umiliante, benché spunti le armi allo stesso carnefice, prima di tutti – ché non può sottrarsene.

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Dovrebbe… Perché poi, di fatto, è proprio questo crescendo, quel di cui si avverte la mancanza. E non tanto forse a livello testuale, quanto invece di rappresentazione scenica. La scrittura, infatti, ci parla di un dialogare mai davvero palpitante – sono innamorati, i due? Quel che vediamo è che giocano ad esserlo, ma le parole non sono quelle né della passione e neppure dei progetti o dei timidi rossori -, quasi a confermare fin da subito che si tratta di una dinamica distorta. Ma il livello più debole risulta quello della messa in scena. Se funziona, a sortir l’effetto di una situazione asfittica e ‘malata’, il raccontare per quadri brevi, apparentemente insignificanti, monotoni e banali come spesso lo è la vita; e se coglie nel segno anche la rigida alternanza fra sequenza narrativa e ‘buio’ – a sortir l’effetto del susseguirsi dei fotogrammi di una pellicola dalla monotonia insostenibile ed asfissiante – ; quel che non convince è la recitazione: bidimensionale.
Certo, la scelta è precisa: non scadere nel facile cliché machista dell’uomo violento ed esplosivo, così da poterci raccontare un’altra storia. Quanta violenza e prevaricazione possono adombrarsi, a volte, anche nel più garbato e sussurrato dei contegni – quando di fatto s’insinui come una cancrena a voler colmare ogni più piccolo pertugio della libertà dell’altro! E quant’è maledettamente fatale l’incontro fra tipologie di persone, le cui fragilità individuali anziché trovar puntello nel rapporto di coppia, lì trovino invece una cassa di risonanza, che ne ingigantisce i limiti? Perché se certo ‘lui’ non ne esce bene – l’ultima scena ce lo mostra atterrato, e probabilmente atterrito anche, nella mantrica ripetizione di quel pensiero magico, attraverso cui sembra scongiurare che si avveri –, in fondo non riusciamo a solidalizzare fino in fondo neppure con ‘lei’. Empatizziamo, forse , per quel suo essersi dichiarata fin dall’inizio  ‘fragile’ e ora restare in piedi, senza lasciarsi risucchiare nelle dinamiche ricattatorie di quel ‘lui’ bambino.

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Ma in fondo restiamo lontani da entrambi. Perché non c’è vita, in quei personaggi, a parere di chi scrive: non c’è pathos. Non c’è ‘pancia’, profondità, crescendo. E’ come se avessimo assistito all’illustrazione di una tesi, che, per quanto vera e condivisibile, resta poco più che questo: il procedere di un’argomentazione dall’alternanza binaria. Non mancano certo spunti di riflessione o incastri narrativi interessanti. Illuminante, in tal senso, la frase, buttata lì quasi per caso, a chiosa dell’episodio dello smarrimento del padre – ma non a caso la prima cosa che ‘lui’ le racconta di sé e che immediatamente assurge a l’aneddoto-exemplum del potere salvifico dell’amore -: “Sai cosa lo ha salvato?” E sciorina i numerosi capi di biancheria di lana con cui la madre ‘lo vestiva’, chiosando: “L’amore, lo ha salvato”, quasi che l’amore sia protezione fino all’ossimoro dell’ossessione di controllo: ecco perché in fondo è lui, il vero sconfitto, quello, cioè che non potrà mai affrancarsi dai propri rituali compulsivi. Tutto ciò riecheggia, quando, sul finale, quel ‘lui’ sconfitto la implora: “Tu mi hai insegnato ad abbracciare e fare l’amore – le dice, oramai vinto dall’evidenza della presa di distanza di ‘lei’ – Facciamo l’amore e tutto passa… Facciamo l’amore e tutto passa… Facciamo l’amore e tutto passa…”, ripete, in dissolvenza – col tono cantilenante dei mocciosi, quando s’involvono nei loro capricci sfinenti. E come si sa che il solo modo di farli smettere è quello di non dar loro importanza, così la tentazione, qui, è di chiudere le pagine di questo libro: che non modula e non emoziona. Già, ma poi, da settimana prossima ci attende un collaudato “Dissonorata”, che vibra certo su altre corde.

Francesca Romana Lino