Sul successo e le sue trappole
Allora. Sei nel mondo artistico. Stai aspettando la tua dose di successo. Magari la stai inseguendo tra una replica e l’altra, tra un bando che scade “improrogabilmente” e un provino che finirà nel silenzio. Benvenuto. Benvenuta. Bentornata in questo vorticoso carnevale.
C’è un momento, nella vita di quasi ogni artista, in cui ci si accorge di star correndo senza sapere bene verso cosa. Ci si chiede se quello che si sta inseguendo sia davvero ciò per cui si è scelto questo lavoro, o semplicemente la versione più presentabile di sé stessi che il sistema richiede.
Il problema non è volere il successo — è onesto, è sacrosanto, è parte del lavoro. Il problema è che nel frattempo, tra un compromesso e un self tape, rischiamo di perdere di vista perché diavolo abbiamo scelto il mestiere più bello e sottopagato del mondo.
Viviamo nella società della performance — Quella fatta di numeri, di like, di risultati, di nomine ignobili, di sguardi e giudizi che riempiono, ma non ci nutrono. Un videogioco in cui il punteggio è la stima altrui e il livello successivo è sempre fuori portata. Non ne siamo mai sazie. Mai.
Chi sei quando fai arte?
Domanda seria. Non nel senso di “che genere pratichi” o “hai un sito web aggiornato”. Intendo: chi sei tu, lì, quando lo fai davvero?
Il meccanismo è subdolo. Hai un progetto → arriva un risultato → arriva un po’ di stima → vai avanti. Sembra sano. Sembra il ciclo naturale delle cose. Ma è un loop. Una ruota da criceto con le luci di scena addosso. Sembra virtuoso. In realtà è un loop che non sazia mai e ti ritrovi con le tasche piene e la pancia vuota.
Il guaio è che ci sono molti sguardi, come agenzie, talent, produzioni, che tendono a infilarci in scatole preimpostate. Compartimenti stagni. Categorie geometriche ben delineate: sei questo, sei quello, fai quel tipo di teatro, appartieni a quella scena e non puoi fare altro. Come artiste, artisti, artistə, viviamo questo inscatolamento ogni singolo giorno. E queste scatole vengono impilate ordinatamente nella grande piramide della società della performance.
Anni fa ho vissuto un periodo di crisi: Ero fiero — e lo sono ancora — di mantenermi con il lavoro artistico. Ma allo stesso tempo, pochissimo di quello che facevo nutriva davvero la mia artisticità. Stavo lavorando. Non stavo facendo arte, ero solo interprete. La differenza è sottile e la ricerca di alternative era ormai una necessità. In quel periodo mi inoltrai nell’arte drag e creai “Antica Pitale” una maschera queer, un alter ego, con il quale decisi che non sarei mai sceso a compromessi né monetari, né di tematiche: non avrei performato per mantenere gli equilibri con un’amministrazione comunale o per ingrassare direttori di aziende o teatri. Ho creato un personaggio arrabbiato, radicale, performativo, brutto, che non fosse desiderabile dal mercato. Avevo bisogno di esorcizzare tutto il peso del lavoro, perché il “si è sempre fatto così” mi stava spegnendo.
Chi sono io in questo vortice
Ciao, mi chiamo Guido Sciarroni. Sono attore e performer. Co-fondatrice e artivista del Progetto Tiresia, lavoro con Baladam B-Side, il Gruppo Panta Rei, e scrivo e dirigo opere originali. In breve: vortìco anch’io.
E sì, mi sono fatto queste domande. Mi sono chiesto quali parti di me hanno incontrato la disapprovazione degli altri. Ho guardato in faccia le mie aspettative — e le aspettative che gli altri avevano di me — e ho capito una cosa fondamentale: Non c’è sempre bisogno di essere performativi e non si deve piacere a tutti (uso il maschile sovraesteso non a caso). Possiamo volerci bene anche quando falliamo un provino, quando una selezione va a qualcun altro, quando il progetto bello non viene finanziato o capito. L’artisticità va oltre il bando anche se, lo sappiamo, avere spazi e possibilità aiuta e non poco.
Siamo creature strane: più ci allontaniamo dalla società della performance, più ne sentiamo il richiamo. Quella fame non va ignorata — ignorarla è ingenuo. Va gestita, in un mare magnum di compromessi, di finanziamenti condizionati, di logiche produttive che ci sfuggono di mano.
Se può consolarti penso che essere finanziati sia una graziosa gabbia d’oro. I Teatri Nazionali, i TRIC, le strutture sovvenzionate con soldi pubblici — raramente offrono i loro spazi a uso pubblico e gratuito, raramente aprono provini pubblici, call per spettacoli o si aprono a realtà professionali indipendenti che lavorano sullo stesso territorio. Alcuni esempi questi per evidenziare una gestione privata e aziendale di fondi statali destinati alla pratica e alla fruizione artistica. Un paradosso che dovremmo nominare più spesso, ad alta voce, senza paura. In un mondo ideale lo Stato dovrebbe offrire spazi di espressione in cui le identità artistiche possano svilupparsi ed evolvere, invece è tutto inaccessibile, oltre che dannatamente privato e a pagamento. Da una parte è bello rivendicare la genesi di capolavori a partire dal salotto di casa propria, dall’altra dobbiamo abbandonare questa narrazione vetusta e reclamare spazi e diritti. Antonio Rezza ne ha parlato recentemente in una intervista:
Buone pratiche per vorticare
- Distingui il lavoro dall’arte. Puoi fare entrambe le cose, ma non confonderle. Il lavoro ti mantiene. L’arte ti definisce. Lavoro e Arte non sono sorelle, sono vicine di casa.
- Capisci cosa ti nutre e cosa ti finanzia. Sicuramente c’è chi ama fare le Fiction Rai, ma fidati se ti dico che molti colleghi e colleghe le fanno principalmente per finanziare progetti in cui credono (sfido chiunque ad avere come missione di vita recitare in “A un passo dal cielo”).
- Nomina le strutture di potere. I fondi pubblici gestiti privatamente non sono un’inevitabilità: sono una scelta politica. Dirlo è già un atto artistico. Occupa lo spazio che riesci a ottenere con coscienza artistica e politica.
- Crea comunità, non solo carriera. Le realtà che resistono nel tempo sono quelle che costruiscono relazioni, non solo produzioni.
- Smetti di mangiare stima per cena. Ogni tanto, nutriti di qualcosa di meno immediato: uno studio senza pubblico, una prova senza esito, lavora tanto per fare poche repliche di un lavoro in cui credi(se puoi permettertelo), non potrai vantare grandi numeri di tournèe, ma almeno sai chi sei e che hai avuto cura del tuo sguardo e degli sguardi altrui.
- VORTICE: identità frullate e in movimento - 21 Marzo 2026


