Il confine non è un limite: intervista a Chiara Elisa Rossini su Intime Fremde

Chiara Elisa Rossini

Chiara Elisa Rossini

Sta per arrivare a Milano (domani 29 e 30 marzo), nella coraggiosa e ben costruita stagione di Zona K (all’interno del focus “Democracy”) lo spettacolo Intime Fremde di Welcome Project. Io l’ho visto a febbraio al Teatro Comunale di Vicenza nell’ambito del ciclo di spettacoli organizzati dal Teatro del Lemming, che è anche produttore dello spettacolo. In quell’occasione avevo avuto la possibilità di moderare l’incontro tra la compagnia e il pubblico e di rivolgere alcune domande alla regista, scuola Lemming, Chiara Elisa RossiniColgo l’occasione delle date milanesi per pubblicare queste righe insieme ad alcune foto di scena inedite.

Simone Pacini: Chiara, il bellissimo titolo del vostro lavoro (“intimi stranieri” è la traduzione dal tedesco) già dichiara molto dello spettacolo, che è stato costruito tra l’Italia e la Germania (co-produttore è Tatwerk Performative Forschung di Berlino, il centro di una delle perfomer in scena Aurora Kellermann). Per voi 4, donne (oltre ad Aurora in scena ci sono anche Lina Zaraket e Serfiraz Vural) che vivete in Germania ma avete origini culturali differenti, quali sono i confini mentali che vivete e soffrite di più e in che modo avete cercato di portarli sulla scena?

Chiara Elisa Rossini: Penso che il confine, in senso lato, non sia di per sé un concetto negativo. Anzi è un concetto fondamentale, senza il quale non esisterebbe l’io, l’identità, la crescita. Il confine diventa un problema quando si trasforma in un limite che impedisce la comprensione, l’inclusione, l’integrazione, lo sviluppo. Il problema sociale nasce quando il confine viene collegato al possesso o alla privazione dei diritti.

Noi abbiamo lavorato a partire dai nostri corpi, le loro forme e i loro limiti fisici. Ci siamo interrogate sulle nostre paure e le abbiamo riconosciute come generatrici di barriere. Abbiamo per esempio riflettuto su che cosa significhi socialmente e culturalmente innamorarsi nelle nostre diverse culture di origine. Ma non ci interessava mettere in scena i nostri limiti personali in modo letterale. Abbiamo quindi lavorato sulle storie di “altri”, storie di confine. Nessuna di noi ha attraversato il deserto a piedi, ma abbiamo cercato di creare un’intimità fra noi e queste storie lontane. Le abbiamo abitate con le nostre lingue madri e le seconde e terze lingue, con i nostri ricordi e la nostra quotidianità.

Intime Fremde di Welcome Project

Intime Fremde di Welcome Project – foto: Marina Carluccio

SP: I momenti più significativi dello spettacolo sono quelli in cui il rapporto con lo spettatore è reale: le performer lo interrogano, lo toccano. Questo è evidentemente frutto del tuo rapporto con il Teatro del Lemming e il suo “teatro dello spettatore”. Hai provato a distaccarti da certe pratiche consolidate per crearne una nuova tua? In che modo?

CER: Quello che ho imparato da Massimo Munaro e dal Lemming e che condivido profondamente è che lo spettatore non è un voyeur, ma un testimone, un partecipante, un ospite invitato. Ancora di più, può essere addirittura il protagonista o il coprotagonista della drammaturgia. 

Qui in INTIME FREMDE lo spettatore gioca il ruolo dello straniero. E’ lui a varcare i confini del nostro spazio. All’ingresso viene controllato e perquisito. Quello che mi interessava era trovare il modo di giocare insieme a Intimi Stranieri. Ovvero di costruire, assieme agli spettatori, momenti di estraneità, di fastidio, di rifiuto reciproco e congiuntamente attimi di intimità e di rispecchiamento. La relazione diretta con lo spettatore viene agita in INTIME in modi diversi, nella maggior parte dei casi è rivolta all’intera comunità del pubblico, quasi mai è individuale tra un attore e uno spettatore, in altri frammenti cerchiamo la relazione tra i performer e delle sezioni del pubblico, e perché no anche tra gli spettatori stessi.

Aurora Kellermann, Lina Zaraket e Serfiraz Vural in Intime Fremde - foto: Marina Carluccio

Aurora Kellermann, Lina Zaraket e Serfiraz Vural in Intime Fremde – foto: Marina Carluccio

SP: Nella sua fase laboratoriale avete avuto anche un incontro con i richiedenti asilo di un centro veneto. Puoi raccontarmi come si è svolto e come ha influito, se lo ha fatto, sulla vostra creazione artistica?

CER: Il caso ha voluto che andassimo a trovare i richiedenti asilo dell’ostello Canalbianco di Rovigo proprio in un pomeriggio in cui anche Salvini si trovava nella struttura per fare una conferenza stampa. All’ingresso del centro i carabinieri non volevano farci entrare nel timore che fossimo venute lì per disturbare l’evento in corso. E’ stato un pomeriggio di chiacchiere al sole.

Non è stato facile spiegare le ragioni del nostro desiderio di incontro a delle persone che si trovavano comprensibilmente e giustamente in una posizione di diffidenza. Ma seduti nel prato ci siamo reciprocamente fatti delle domande e ciascuno ha dato le sue risposte. La casa non è un luogo fisico, ma il raggiungimento di una condizione desiderata, di libertà e di benessere. Ci siamo sentite dire che la differenza tra noi e loro è che chi possiede un passaporto europeo può viaggiare, spostarsi, crescere. Alcuni di loro per scappare da una guerra, hanno dovuto attraversare il deserto a piedi.

INTIME FREMDE nasce proprio dall’esigenza di affrontare il tema così scottante della difficoltà dell’Europa ad accogliere rifugiati e richiedenti asilo e delle conseguenze che questo comporta. E’ un’esigenza forte e condivisa da tutti i componenti di Welcome Project. Tanto che l’impegno di alcune di noi non è in tal senso soltanto artistico, ma anche fattivo e quotidiano. Ma INTIME FREMDE non è uno spettacolo di “teatro civile” o “documentario”, o un lavoro “politicamente corretto”. Non pretende né di descrivere un fenomeno, né tanto meno di analizzarlo.

Con questo spettacolo ho cercato di pormi delle domande, di tradurre in termini teatrali le contraddizioni che sento per poterle rivivere ogni sera di replica assieme al pubblico che viene a trovarci. Per me l’opera d’arte non è qualcosa che spiega, né una metafora che “si decifra”. Al contrario credo che le opere, come la realtà, pongano in modo ustionante questioni, contraddizioni, inducendoci se possibile a riflettere.

Serfiraz Vural, Lina Zaraket e Aurora Kellermann in Intime Fremde - foto: Marina Carluccio

SP: Come Welcome Project o come artista singola stai lavorando su nuovi progetti? Ci dai qualche anticipazione?

CER: Sono terribilmente attratta delle paure, da come ci comportiamo quando ne siamo in balìa, dalla loro origine, dal loro potere di trasformare la realtà. Al momento mi piacerebbe lavorare sulla fiaba dove le paure si manifestano in animali, streghe, oggetti che si trasformano, incantesimi. Dove i personaggi sono il frutto di uno strano miscuglio tra la cultura popolare e le immagini di un inconscio collettivo. Mi sembra che nella fiaba il sogno, la realtà e l’incubo si intersechino e ci parlino di noi come individui e come società. Ma si tratta solo di un desiderio ancora privo di forma e in cerca di un pensiero strutturato.

SP: Due differenze significative che ci sono fra fare teatro a Berlino e farlo in Italia?

CER: Questa è la domanda più difficile. Berlino è al momento un fenomeno culturale un po’ a sé. E’ la capitale della Germania, ma a mio parere è molto diversa dalla Germania. Culturalmente sembra voler assurgere al ruolo di capitale europea. Al primo seminario che ho realizzato attorno INTIME FREMDE ho incontrato venti persone di sedici diversi paesi. Qui ci sono performer che arrivano davvero da tutto il mondo e tutti hanno un progetto e un’idea a cui lavorare. Questa è un’immensa ricchezza, ma anche una grande fonte di dispersione.

In secondo luogo a Berlino c’è una fortissima cultura di danza contemporanea, c’è una tradizione sulla performance, quella agita negli squat, che elude la forma e cerca la provocazione; c’è una forte corrente di teatro contemporaneo legato alla parola, etc. Tuttavia scoprire il panorama teatrale di questa città mi ha fatto comprendere che tutta quella fetta di teatro, così varia al suo interno e non ancora del tutto legittimata, che noi chiamiamo teatro di sperimentazione o di ricerca, contemporaneo, è una ricchezza del nostro paese che non dovremmo sottovalutare!

Simone Pacini

Si occupa di comunicazione, formazione e organizzazione in ambito culturale. Nel 2008 concepisce il brand “fattiditeatro” che si sviluppa trasversalmente imponendosi come forma di comunicazione 2.0. I suoi laboratori e le sue partnership che mettono in relazione performing arts e nuovi media sono state realizzate in 13 regioni. Dal 2015 crea progetti e tiene lezioni e workshop di “social media storytelling” per lo spettacolo dal vivo. Gestisce il b&b Giorni felici a Roma.