Dallo stupore alla poesia, passando per la sfida di abitare una società che troppo spesso tiene “lo sguardo altrove”. Giuseppe Dipasquale, al suo secondo anno alla guida di Marche Teatro, presenta la nuova stagione 2026/2027 sotto l’evocativo titolo “Segni diversi”: un gioco semantico che trasforma la diversità in una forma di poesia incarnata. Un cartellone ambizioso che si apre con l’atteso ritorno in scena di Luca Zingaretti tra le città invisibili di Calvino e che punta dritto al 2028, anno in cui Ancona sarà Capitale Italiana della Cultura. In questa intervista, il direttore ci racconta la sua visione di un teatro come motore urbano, capace di creare anticorpi contro la solitudine digitale e di riscoprire il senso profondo della comunità.
Simone Pacini: Giuseppe, hai presentato la tua seconda stagione alla guida di Marche Teatro. Come si sta evolvendo il tuo rapporto con la città di Ancona?
Giuseppe Dipasquale: Il mio rapporto con Ancona sta vivendo una fase di ascolto profondo e radicamento. Se il primo anno è stato quello della scoperta reciproca e dell’osservazione, questa seconda stagione segna il passaggio verso una progettualità condivisa. Ancona è una città di mare, e come tale possiede una natura duplice: è solida, orgogliosa delle sue radici, ma anche intrinsecamente aperta all’orizzonte. Sento che il pubblico sta premiando la nostra volontà di non offrire solo spettacoli, ma veri e propri percorsi di senso. La sfida è trasformare il teatro nel cuore pulsante della comunità, un luogo dove l’anconetano non sia solo spettatore, ma protagonista di un dialogo culturale costante. C’è un’energia nuova, una curiosità che attraversa generazioni diverse, e questo mi stimola a osare sempre di più nella qualità delle proposte.
SP: Segni diversi, il titolo della stagione 2026/2027 gioca su un’ambiguità semantica. Vuoi raccontarcela? Come si inserisce nell’articolato programma dei due teatri della città?
GD: Il titolo scelto per la stagione 2026/2027 gioca proprio sulla ricchezza della parola. Da un lato, i ‘Segni’ sono le tracce, le testimonianze e i linguaggi che gli artisti lasciano sulla scena; dall’altro, l’essere ‘Diversi’ richiama la necessità biologica e culturale della pluralità. Tuttavia, se le leggiamo unita la parola, emerge il significato che i “diversi” sono coloro che deviano dalla norma, che rompono gli schemi. Ma se lasciamo respirare quello spazio, emergono i “segni di versi”: le impronte della poesia. Perché la diversità, in fondo, è una forma di poesia incarnata: è la scelta di seguire un ritmo interiore, un metro lirico personale, che si rifiuta di appiattirsi sulla prosa del pensiero comune. Nell’articolato programma tra il Teatro delle Muse e il Teatro Sperimentale, questa ambiguità si scioglie in una programmazione che non vuole essere unitaria in modo piatto, ma polifonica. I due teatri dialogano: alle Muse portiamo la grandezza del rito collettivo e della grande prosa, mentre allo Sperimentale esploriamo il segno più intimo, la sperimentazione e i linguaggi del domani. ‘Segni Diversi’ significa dunque accettare la complessità del contemporaneo senza paura di contraddirsi.
SP: Il cartellone di prosa si apre, con una produzione di Marche Teatro in prima nazionale, dal 4 al 9 novembre. SI tratta de Le città invisibili liberamente tratto da “Le Città invisibili” di Italo Calvino con protagonista Luca Zingaretti, adattamento e drammaturgia di Edoardo Erba con la regia tua. Che tipo di viaggio farete compiere agli spettatori?
GD: Affrontare Calvino, specialmente a ridosso di un adattamento di Edoardo Erba, significa accettare una sfida quasi architettonica. Con Luca Zingaretti stiamo lavorando per costruire un viaggio che sia, prima di tutto, un’esplorazione dell’anima. Non vedrete una trasposizione didascalica dei testi, ma un’esperienza immersiva. Il viaggio che faremo compiere agli spettatori è un percorso di sospensione. Marco Polo e Kublai Khan diventano due facce della stessa ricerca: quella di un ordine nel caos, di un barlume di bellezza nelle macerie delle metropoli moderne. Sarà un allestimento visivamente potente, dove la parola di Calvino risuonerà nella sua precisione cristallina, guidando il pubblico in quelle città che non sono luoghi fisici, ma stati mentali e desideri irrisolti.
SP: Fattiditeatro è da sempre attento alle proposte internazionali, fra queste mi incuriosisce e colpisce la proposta di Attakkalari Centre For Movement Arts dall’India con Sonnet of Samsara, una danza contemporanea che attinge dal Kalarippayattu, dal Bharatanatyam e dallo Yoga. Come nasce questa collaborazione?
GD: La collaborazione con l’Attakkalari Centre For Movement Arts nasce da una visione di teatro come crocevia di geografie lontane. Non siamo interessati al ‘folclore’, ma alla contaminazione pura. Ho seguito con attenzione il lavoro di Jayachandran Palazhy e la sua capacità di far dialogare le arti marziali antiche come il Kalarippayattu con le tecnologie digitali e la danza contemporanea. Portare Sonnet of Samsara ad Ancona significa offrire una finestra su un’India che non guarda solo al passato, ma che reinventa il proprio corpo scenico attraverso la disciplina e la modernità. È un invito a riscoprire la ritualità del movimento come linguaggio universale, capace di superare ogni barriera linguistica.
SP: Nella stagione di scena contemporanea trovo autori cardine del Novecento come Pirandello, Brecht, Müller e Lagarce. Ci potranno anche loro aiutare a combattere quella società “anaffettiva” con cui dobbiamo avere a che fare come operatori della cultura e che citi nella presentazione della stagione?
GD: Citando la società ‘anaffettiva’, mi riferisco a quel progressivo raffreddamento dei legami umani e alla mercificazione dell’attenzione. In questo senso, autori come Pirandello, Brecht, Müller e Lagarce non sono polverosi reperti del Novecento, ma veri e propri ‘reattori’ emotivi. Questi autori ci costringono a fare i conti con l’altro, con il conflitto, con il dolore e con la verità nuda. Pirandello smaschera le nostre finzioni, Brecht ci chiama alla responsabilità civile, Lagarce ci commuove con l’impossibilità del dire. Il teatro è l’ultimo baluardo contro l’indifferenza perché richiede presenza fisica e condivisione emotiva. Mettere in scena questi giganti oggi significa offrire al pubblico degli anticorpi contro la solitudine digitale e il cinismo contemporaneo.
SP: Recentemente Ancona è stata designata Capitale Italiana della Cultura 2028. A due anni dall’evento, cosa bolle in pentola? Puoi darci qualche indizio sul ruolo che avrà il teatro in questa avventura?
GD: La designazione di Ancona per il 2028 è un traguardo che ci riempie di orgoglio ma, soprattutto, di responsabilità. Cosa bolle in pentola? Posso dire che stiamo lavorando a una progettualità che vede il teatro non come un contenitore chiuso, ma come un motore urbano. L’idea è quella di un ‘Teatro Diffuso’ che esca dai palazzi storici per invadere il porto, le piazze e le periferie. Il teatro avrà il ruolo di tessitore di relazioni: vogliamo creare grandi eventi di respiro internazionale che però lascino un’eredità (una legacy) permanente sul territorio, in termini di strutture e di formazione del nuovo pubblico. Sarà un’avventura che metterà al centro il concetto di ‘cultura come porto aperto’, e Marche Teatro sarà il timoniere di questa trasformazione.
Tutta la stagione è sul sito ufficiale di Marche Teatro.
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