Polverigi Inteatro Fest, un’esperienza da attraversare: intervista a Viola Graziosi

Il borgo di Polverigi si prepara, ancora una volta, a cambiare volto dal 4 al 14 giugno 2026, trasformandosi in una vera e propria “officina di creazione” a cielo aperto. Sotto la guida di Viola Graziosi (foto di copertina di Greta Lorimer), la nuova edizione del Polverigi Inteatro Fest propone un palcoscenico diffuso che abiterà luoghi carichi di fascino come Villa Nappi, il suo parco secolare, il centro storico di Polverigi e il Teatro della Luna, offrendo un mosaico di 40 appuntamenti tra teatro, danza, circo, musica e letteratura. 

Insieme a Marche Teatro, il festival riafferma la sua identità di polo produttivo d’eccellenza, capace di intrecciare la ricerca dei grandi maestri con l’energia delle nuove generazioni. Per entrare in questo mondo, ho rivolto alcune domande alla direttrice artistica:

Simone Pacini: Viola, il festival trasforma Polverigi in un “palcoscenico diffuso”, restituendo vita a luoghi simbolo come Villa Nappi e il Teatro della Luna. In che modo la scelta di utilizzare spazi non convenzionali ti ha influenzato nel processo di costruzione del programma del festival?

Viola Graziosi: Per me Polverigi è il punto da cui tutto prende forma. Villa Nappi, il parco, il Teatro della Luna e il centro storico sono luoghi vivi, presenze che orientano lo sguardo, il ritmo e il modo in cui il pubblico incontra gli artisti.

Il mio essere attrice mi porta a pensare allo spazio come a qualcosa che agisce. Uno spazio non è mai neutro: suggerisce un passo, una distanza, un tempo dell’ascolto, una possibilità di relazione. Da qui è nato il desiderio di costruire un programma più come un’esperienza da attraversare che come una successione di spettacoli.

Il pubblico entra in un percorso. Si muove, scopre, si ferma, cambia prospettiva. Ho cercato lavori capaci di dialogare con gli spazi, con la prossimità, con l’imprevisto, con le domande del presente — che sono poi le domande di tutti noi — e con la memoria di un luogo che ha una storia importante nella ricerca teatrale e performativa italiana.

Per dieci giorni Polverigi cambia ritmo. Mi piacerebbe che il festival arrivasse così, come un tempo condiviso tra artisti e spettatori, un tempo nostro, in cui la creazione accade insieme, davanti a noi e con noi.

SP: Un momento molto particolare del programma è il “Teatro dell’ascolto”, dove tu stessa condividerai un aperitivo quotidiano con il pubblico per esplorare la serie “Sara” di Maurizio de Giovanni. Qual è la sfida nel portare la letteratura “di suspense” in una dimensione di ascolto immersivo in cuffia e come questa pratica restituisce forza evocativa alla parola?

VG: Il Teatro dell’ascolto nasce da un’esperienza personale. Ho iniziato a registrare audiolibri dieci anni fa, ed è scoccato l’amore: ne ho incisi più di duecento, dando voce ad autori e autrici enormi, da Isabel Allende a Oriana Fallaci, da Maurizio de Giovanni a Colette. Mi si è aperto un mondo.

Registro moltissimo. Quando non sono in scena o in prova, sono chiusa in studio dalla mattina alla sera. E lì non mi sono mai sentita sola. La voce crea una connessione continua con il testo, con chi lo ha scritto e con chi ascolterà magari mesi dopo, in macchina, in treno, camminando. Perché si legge sempre per qualcuno.

Così, ora dopo ora di incisione, la pagina scritta è diventata per me come uno spartito che si fa suono, e io mi faccio strumento. Il punto non è sostituire la lettura silenziosa. L’audiolibro apre un’altra possibilità, quando la parola scritta incontra una voce capace di trasmetterla. Mi fa pensare al lavoro di uno chef: la materia prima è il testo, e va rispettata. Ma attraverso ritmo, respiro, pause e intenzione, quella materia può essere esaltata, resa viva.

Con Sara di Maurizio de Giovanni, progetto realizzato in collaborazione con il team audiolibri del Gruppo Mondadori, desidero accompagnare il pubblico dentro questa esperienza. Il thriller mi è sembrato perfetto, perché vive di attesa, dettagli, sospensioni. Abbiamo diviso il prequel in dieci episodi: ogni sera ne ascolteremo uno, breve, di circa dieci minuti, e poi condivideremo sensazioni e visioni, fino al gran finale. Si potrà seguire tutto il percorso o arrivare in corsa, proprio come davanti a una serie. E sarò io, ogni volta, a fare un piccolo “negli episodi precedenti”.

L’ascolto richiede allenamento, come tutto. E sviluppa l’immaginazione, che è una facoltà profondamente umana. In un tempo saturo di immagini, spesso già pronte, l’audiolibro ci restituisce la possibilità di crearle dentro di noi. Per questo lo considero un grande strumento culturale contemporaneo: accessibile, quotidiano, necessario.

Simona Bertozzi – Le palestriti

SP: Il cartellone di quest’anno spazia dal dramma magico del Circo El Grito alle riflessioni sull’identità di Marco Baliani, fino alla “discoteca al crepuscolo del mondo” di Nicola Galli. Qual è il filo rosso che tiene insieme linguaggi così diversi, dal circo contemporaneo alla ricerca sonora più estrema?

VG: Il filo rosso, per me, è la trasformazione. Ogni artista in programma, con un linguaggio diverso, mette in scena un passaggio: un corpo che cambia, un’identità che si interroga, una comunità che cerca nuove forme, un mondo che sembra finire e invece forse sta solo chiedendo di essere guardato diversamente.

Mi interessa che il festival tenga insieme linguaggi molto diversi senza addomesticarli. Il circo contemporaneo porta con sé il rischio, la caduta, la meraviglia fisica. Marco Baliani lavora sulla parola, sulla memoria, sull’identità. Nicola Galli costruisce un immaginario sonoro e visivo che sembra danzare sul margine di qualcosa che si spegne e qualcosa che nasce.

Non cerco un cartellone uniforme. Cerco un campo di tensioni vive. Polverigi ha una storia legata alla ricerca, agli sconfinamenti, agli artisti che hanno bisogno di spazio per tentare. Il filo rosso è proprio questo: attraversare forme diverse per riconoscere, ogni volta, una domanda comune. Come stiamo al mondo, oggi? Con quali corpi, quali parole, quali riti, quali visioni?

E poi c’è il pubblico. Io cerco sempre di mettermi dalla sua parte, anche come attrice. È la presenza viva che dà senso a ciò che accade. In televisione basta un clic sul telecomando; il teatro invece chiede tempo, presenza, disponibilità. Allora mi domando perché una persona dovrebbe scegliere di esserci e che cosa le resta dopo. Il pubblico ci riporta a terra, nel senso migliore del termine. Ci ricorda che l’arte non esiste per contemplarsi, ma per creare relazione e scoprire qualcosa di noi.

SP: Molti dei titoli in programma, come “Corpo felice” di Dacia Maraini o “MADRE-LINGUA”, affrontano temi civili urgenti: dai diritti delle donne alla precarietà dei lavoratori dello spettacolo. Come può il festival, in quanto spazio di “visione”, farsi interprete di queste istanze sociali e politiche del nostro presente?

VG: Molti lavori in programma attraversano temi civili forti, ma per me il punto è non trasformarli in slogan. I linguaggi della scena che si tratti di teatro, danza, musica, circo, letteratura che diventa performance, possono fare una cosa preziosa: riportare le grandi questioni dentro i corpi, le voci, le storie.

Quando parliamo di diritti delle donne, maternità, educazione, identità, non parliamo di concetti astratti. Parliamo di vite. Di possibilità negate o conquistate, di fragilità, di libertà, di dignità. Un festival può farsi interprete del presente proprio perché crea uno spazio in cui queste domande possono essere attraversate nella loro complessità.

Mi interessa molto che la visione non sia evasione. Vedere, a teatro, significa anche riconoscere qualcosa che ci riguarda, magari in una forma inattesa. Uno spettacolo non deve necessariamente “spiegare” il mondo, ma può spostare lo sguardo, aprire una domanda, creare una consapevolezza.

In questo senso Polverigi, insieme a Marche Teatro e ad Associazione Inteatro, può essere uno spazio politico nel senso più umano del termine: un luogo in cui una comunità si ritrova, ascolta, guarda, discute, si lascia toccare.

E forse non è un caso che, subito dopo il festival, io inizi con Marche Teatro le prove di Orlando, la commedia, con la regia di Giuseppe Dipasquale. Orlando è una grande storia di trasformazione, una delle più potenti e luminose storie queer della letteratura. E credo che il teatro sia il luogo più adatto per incontrarla davvero, perché solo in scena può accadere fino in fondo questa vertigine: un corpo che attraversa i secoli, cambia tempo, cambia identità, diventa uomo, diventa donna, e resta vivo davanti a noi.

In fondo le domande sono le stesse. Come possiamo cambiare restando vivi, liberi, fedeli a qualcosa di profondamente nostro?

Il programma online sul sito ufficiale del festival.

Simone Pacini

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