Il volo capovolto de “Il Gabbiano” secondo Sixty

“Il gabbiano”, celeberrima  pièce di Anton Cechov viene rivisitata in questi giorni al Litta. Ne firma la regia direttamente Antonio Sixty, Direttore Artistico dello storico teatro milanese, proponendone una messa in scena minimalista e che fa del simbolismo sua cifra stilistica. Una riduzione incentrata sui sette personaggi fondamentali per raccontarci di amori, dissesti, rivalità e gelosie all’interno di dinamiche dalla modernità sconcertante e dall’appassionato e passionale amore per il Teatro, che non può non colpire al cuore, chi, a teatro, sceglie di tornare a passare le proprie serate – animato da una passione sufficientemente pertinace da non lasciarsi intimidire da un testo così stratificato, nonostante la struggente poeticità. Già perché c’è qualcosa di profondamente nostalgico, in molti degli scritti cechoviani: la coscienza, quasi, di una (post) modernità in bilico fra un già, quello di un mondo irrimediabilmente perduto – così è ad esempio, ne “Il giardino dei ciliegi” – ed un non ancora, che fatica a delinearsi e che, in ogni caso, si proietta più come lo spettro di un’ombra che spaventa, anziché dischiudersi come una fulgida promessa.

nina e kostja

La storia è quella di Konstantin, aspirante drammaturgo, che riunisce la famiglia per presentare il suo nuovo lavoro. E’ un borghese, lui – così, ricorda, è scritto sul suo documento d’identità -, ma avvertiamo tutto il suo senso d’inadeguatezza, specie di fronte a Irina Arkadina, sua madre ed attrice di fama riconosciuta. Lei è vittima del proprio delirio di divismo e della paura dell’età che avanza, tanto da accompagnarsi col ben più giovane scrittore di successo Trigorin, la cui presenza crea un amletico disagio nel giovane – sospeso fra gelosia edipica ed invidia di quell’uomo non ancora quarantenne eppure già realizzato. Al suo fascino non resterà indifferente neppure Nina, fidanzata di Kostantin. Così attorno a questo teatro nel teatro – altra cifra che lo accomuna al testo shakesperiano – gravitano Pëtr Sorin, fratello di Irina e zio di Kostantin – un vecchio burocrate in pensione, rimasto solo, nella vita, coi suoi rimpianti per quel che non ha saputo osare -, Maša, vanamente innamorata di Kostantin ed il Dott Dorn – splendidamente interpretato da un Antonio Rosti, che risulta essere il reale cerimoniere di quel rito di passaggio. Queste, le pedine nelle mani del regista: Livio Remuzzi (Premio Hystrio alla Vocazione 2014)/Kostantin, Valentina Capone/sua madre, Guglielmo Menconi/Trigorin, Caterina Bajetta/Nina, Gaetano Callegaro/lo zio, Letizia Bravi/Maša e il già citato  Antonio Rosti.
La strategia di Sixty, qui, è creare una scenografia essenziale, scandita su tre focus: uno scacchiere che sappia parlare indipendentemente, quasi, dagli interpreti. A fondo campo biancheggia un amplio palcoscenico vagamente inclinato – quasi ad amplificarne l’efficacia di visione -: è l’arena, su cui non solo si misurano Nina ed Irina, ma che indegnamente calcano, nei loro rimpianti e sogni spezzati, pure  Maša e Piotr. Al di sopra un telo: è qui che vengono proiettati, nelle fasi salienti, spiazzanti silohuettes capovolte. Sono gli stessi personaggi, sorta di ‘coro’ silente che si esprime in accennate movenze di danza, esplicitando in quel doppio capovolto le suggestioni del non detto. Per converso la musica: quel “quieto tremolare delle stelle, degli accordi lontani di un pianoforte, che si dissolvono nell’aria profumata…” con cui lo stesso Kostian descriverà la propria scrittura. Viene modulata e talvolta spinta fino al parossismo di un rumore assordante – a dirci di un qualcosa che irrimediabilmente spinge per uscire. E’ tutto ciò che si adombra in controluce a ciò che spesso le convenzioni, le reticenze, le paure e l’orgoglio del quotidiano ci obbligano ad opprimere: in un gioco alla rovescia. E si fa suggestione: specie nelle scene nella semioscurità del giardino all’imbrunire, quando le sagome stesse degli attori spiccano in tutta la loro irrelata auto referenzialità – o quando accolgono l’immagine siderale di quel gabbiano ad ali spiegate, che sembra finalmente dire di un’assunzione di senso e libertà, ma che poi si arroventa in un epilogo, che spezza le ali ad ogni afflato di redenzione.
In primissimo piano, invece, il palcoscenico degrada come nella  passatoia di un molo.

irina e k

E’ evidente il riferimento al lago: di fronte al quale è stato montato il teatro. Ed immediatamente siamo noi pubblico quel terminus ad quem, a vantaggio di cui non solo si svolge – com’è ovvio – quest’azione teatrale, ma anche quella vocazione al Teatro, di cui si parla in tutto il testo. Non è tanto il perseguire “onore e gloria” – come pure aveva pensato, in un primo tempo, la giovane Nina, affascinata dal forse solo capriccioso gioco del già affermato e famoso Trigorin. Si tratta invece di “credere nella propria vocazione” – ci dice – e, soprattutto, è “sopportazione”, come le sue tormentate vicende personali ben esemplificano. Ecco perché non porta da nessuna parte, il poi finalmente riconosciuto talento del pupillo. Lo aveva già indovinato il Dottore: “Nell’opera d’arte ci dev’essere un’idea chiara, precisa. Devi sapere perché scrivi, altrimenti, se segui questo affascinante cammino senza uno scopo definito, ti perderai e il tuo talento ti distruggerà”. E’ la mancanza di senso e di progetto, dunque, il sottile veleno inoculato un po’ in tutti, in quest’epoca di passaggio – e che finirà per schiantare ognuno a proprio modo.  Ma poi c’è di più: “Io credo in Kostja. Ha del talento, senz’altro ne ha. Pensa per immagini, i suoi racconti sono espressivi, mi piacciono molto. Ti impressiona, ma niente di più. Non basta solo l’impressione”. E’ questo l’altro peccato originale, sembra, di questo prototipo di modernità: “Si, mi convinco sempre di più che il problema non sta nelle forme vecchie o nuove, ma nella capacità di scrivere indipendentemente dalle forme, nella capacità di esprimere liberamente quello che esce dall’anima”.
Ci parla dunque di un mondo fragile, nevrotico, imbrigliato nelle convenzioni (anche) delle proprie paure, questo “Gabbiano” di Sixty: che se sa centellinare strumenti registici efficaci nel condurci fino a qui, pecca poi nella scelta – o direzione, forse – di attori, la cui qualità resta talmente invischiata in prototipi e meccanicismi al limite dell’autismo attorale, da farcene dubitare. Ed è un peccato che, uscendo da teatro, a molti possa restare più il dubbio di aver visto una pièce recitata forse non all’altezza di cotanto testo, che non la percezione di una regia efficace nella sua lucidità inventiva.

Francesca Romana Lino