Riverberi ad alto tasso emotivo nella pancia del Parenti

C’è, in quest’ estate milanese torrida di proposte teatrali, un evento un po’ più defilato – nonostante che si tenga in uno dei maggiori teatri del capoluogo meneghino, il Franco Parenti. E’ “I riverberi del corpo” – il sottotitolo recita: “Un percorso tra teatro, performance, danza e arti visive”, curato da Fabio Cherstich – regista e rampollo di Filippo Timi e di quella Andrée Ruth Shammah, a cui si deve anche questa direzione artistica. Si pone come cantiere d’idee a inaugurare il progetto di abitare gli spazi in ristrutturazione attigui al teatro: l’ex piscina Caimi e l’adiacente palazzina, che, con un progetto Cariplo d’interdisciplinarità, verranno trasformate in un polo di arti visive e di ricerca sui nuovi linguaggi della scena.

Così dall’1 al 12 luglio, di giorno il pubblico può visitare il lavoro espositivo di diversi artisti visivi: Nicolò Bruno e Danilo Buccella, Anna Franceschini, fra gli altri. A sera inoltrata – le 22 passate… – inizia questo suggestivo percorso ‘per pochi’ all’interno delle sale di un teatro, che ci accoglie ampio e risonante come il ventre buio e cavernoso di una balena. Timidamente scivoliamo su e giù per salette e scale a vista di raccordo ad assaporare questi assaggi: venti minuti per sei performance, che, a differente titolo e ciascuno col proprio linguaggio, ci parlano del ‘corpo’ e dei suoi ‘riverberi’. Alcuni presenti per un solo periodo – ad “Alice, (una donna, non un personaggio fiabesco)”con Valentina Picello, diretta da Filippo Renda, dal 6 luglio si è sostituita Annagaia Marchioro con un suo monologo liberamente ispirato a “Biografia della fame” di Amelie Nothomb – altri mutevoli, nelle modalità di sera in sera – è il caso di Atopos, che alterna performances, coreografie, monologhi e interviste al pubblico sul tema di identità di genere e definizione di sé – gli spettacoli sembrano avere tutti un minimo comun denominatori: essere ad alto tasso emotivo.

Fattoria Vittadini
Fattoria Vittadini

S’inizia con la struggente performance “Sarai” di Fattoria Vittadini. Ci vuole un po’ per capire che quelle due figure di spalle – calzoncini e scarpe comode e poi incappucciati in un k-wey, che, a parte il colore, li rende del tutto simili – sono padre e figlia. Lo sono anche nella vita, a cui s’ispira la coreografa Francesca Penzo, che scende lei stessa in campo a dirigere l’attempato genitore. E’ una danza dal ritmo serrato – cruda, tenera, fragile, sfidante: complice. Tutta d’un fiato. “Come una corsa a cavallo” – è il solo testo che si sente a fine spettacolo – per arrivare a concludere che forse tutto quel dannarsi, amarsi, sfidarsi, sostenersi, proteggersi e sfuggirsi sono come i preliminari di un appassionato pas è deux. Solo la breve cavalcata verso un paese vicino – ahi troppo vicino: ma quando lo si scopre è già tardi.

A seguire sono stati gli Atopos a gettare una diversa luce sul corpo. Dopo averci intrattenuti su una scaletta a parlare dell’associazione e di cosa significhi essere transgender – “Come ti definisci?”, chiede Marcela Serli ad Antonia: “Gli altri si definiscono ‘donna’ o ‘neodonna’, tu invece ‘donna transgender’: perché?” “E’ per rivendicare il mio percorso…”, le risponde: fa pensare -, veniamo accolti in una saletta volutamente buia a parlare ancora di ‘padri’, ci si dice. Ai bordi tutti gli oggetti di una vita come tante – dischi, giocattoli rotti, ritagli di giornali… – e su due sedie affiancate a fondo scena due donne, che iniziano a raccontarci la storia della loro amicizia con ironia e sapidità. Vengono avanti, ad ogni cambio, con la sedia. Le verità più intime e toccanti – sono visibilmente commosse, anche se cercano di nasconderlo: è dell’esperienza forte della loro vita, in fondo, che si sta parlando – la consegnano ben oltre le ‘luci della ribalta’ – ad una distanza dal pubblico di pochissimi centimetri, capace di fungere già di per solo da elemento perturbante. Ironizzano. Non c’è retorica, né piagneria nei loro racconti. Poi il cerchio si chiude: con l’evocazione della Serli della ben diversa figura di un padre troppo algido ed invincibile per non desiderare accarezzarne le fragilità. E’ con quest’emozione forte, che ci spostiamo in un altra sala. Alle pareti affrescate i drappi porpora di un teatro ultra classico e lì, nell’arena davanti alle poltroncine rosse, Annagaia Marchioro, una figurina paffutella che ironizza sul cibo. “Mangio sempre quando sono nervosa…”, e aggiunge: “E sono sempre nervosa”, sembra schernirsi. E invece no. Invece con un piglio che dal colloquiale, cresce verso la voce di chi ti tiene in pugno, inizia a sciorinare i suoi fantasmagorici ed esilaranti aneddoti d’infanzia – le rigide impostazioni alimentari della madre e poi la nonna, il suo ‘super eroe’ preferito, col suo cantare, in veneto, in omaggio alla fame, fino al già presago: “Papà, ma non andiamo a trovare la nonna?”. E poi un’adolescenza fatta dei soliti conflitti coi genitori – il braccio di ferro su cibo e alimentazione e la sconvolgente scoperta che l’amore “va meritato” – e la difficoltà di accettazione da parte dei compagni – che, in questo caso, si deformano in obesità e anoressia. Anche qui: lucidità nel racconto e ironia – e quella giusta distanza che mostra aver fatta propria nel toccante finale sulle note di un delicatissimo Arvo Part. E’ nella semioscurità che ci viene svelato quel corpo, che riverbera dell’accettazione dell’inevitabile imperfezione, che ciascuno di noi è.

Giacomo Ferraù e Libero Stelluti
Giacomo Ferraù e Libero Stelluti

Lo spettacolo a seguire è della compagnia Kokoschka Revival, che porta in scena il corpo di ‘Lars’, in un progetto rigorosamente in lingua inglese, di cui cogliamo il profumo dei pop corn, che troviamo ad accoglierci come al cinema e le figure e i gruppi scultorei dall’impatto visivo felice. Ma poi poco più, se non la vaga intuizione della paura di manipolazione del protagonista, da parte della madre, e le crisi d’ansia per gli spostamenti – impattante la claustrofobicità resa attraverso immersioni in una tinozza posta sui binari: ogni volta più lunghe, protratte, asfissianti.
Ci accolgono con un cioccolatino ed un rifocillante goccetto di vino fresco – “Anche questo è corpo…”, penso, ma poi scopro che il senso dell’esperimento è tutt’altro. Inizia così la lezione spettacolo “Viaggio”, progetto inaugurato da Benedetto Sicca e Riccardo Olivier, che qui passano il testimone a Libero Stelluti e Giacomo Ferraù. Il tema è quello della dipendenza affettiva e del distacco dall’altro. La trattano in modo scientifico – come qualsiasi dipendenza non da sostanza -, sciorinando tesi, citando scienziati, riportando casi di topolini da laboratorio e poi coinvolgendo il pubblico in micro esperimenti di relazionalità da fare a coppie. Il tratto è quello garbato e gentile, che contraddistingue questi due attori – che, anche nelle simulazioni di violenza delle dinamiche esasperanti della dipendenza, non cessano di mantenere quel gradiente di emotività empatica e autenticità attoriale, fino a sciogliersi nell’eccesso emotivo, che spesso sperimenta, in fase preparatoria, chi fa teatro in modo non soltanto tecnico.
Il tour si conclude col corpo del performer Francesco Marilungo, snodato e tarantolato nell’impersonare la metamorfosi dell’ “eroe solare alla riconquista dell’oscuro femmineo”, leggiamo da foglio di sala. Anche questo ad alto impatto emotivo – in quel volto costantemente negato da una capigliatura, che sembra avvinghiarlo più che altro ad uno status -, specie nelle scene cadenzate del disvelamento, quando la tonicità del gesto lascia spazio al languore dell’abbandono.

Un percorso ad alto impatto emotivo, questo sì. Non so se sia puramente teatro, ciò attraverso cui si passa, di sera in sera. Di certo è un viaggio a suo modo iniziatico attraverso ‘riverberi’ – non avrebbe potuto esser scelto un termine più efficace – di quel corpo, irrinunciabile parte di noi che, demonizzato da una cultura catto-neoplatonica, enfatizzato, invece, da quelle smanie di liberazione d’impronta vitalistica, di fatto resta inevitabile strumento d’incontro– e spesso fonte di equivoci sottili – , scontro o subordinanza con l’altro da sé.

Francesca Romana Lino