Sui tacchi a spillo con Arturo Cirillo, scendendo giù per Toledo

“Scende giù per Toledo”, interpretazione e regia di Arturo Cirillo, è un monologo tratto dall’omonimo romanzo breve di Giuseppe Patroni Griffi: in scena all’Elfo Puccini di Milano fino a domenica 21 dicembre.
Due, gli aspetti preziosi: la scrittura, che la stessa Natalia Ginzburg definì “stile nuotato”, e poi la prova di Cirillo, attore versatile e regista dal registro perfettamente leggibile; il tutto giocato in un boudoir dal gusto kitsch, ostentatamente allegro nelle sue tinte fuxia/Barbie e negli improbabili mobili anni “70 – trionfante di pouf lilla e rivestimenti in pellicce sintetiche di quart’ordine –, che, ancor più ne enfatizza lo squallore.
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Già il testo ci cattura con la leggerezza e versatilità di uno stile sempre fresco, pur affrontando una tematica quanto mai spinosa: la storia di Rosalinda Sprint, un travestito, che fa ‘la vita’ a Napoli, fra innamoramenti ideali e sonore sferzate di una realtà, che non potrebbe essere più cruda e brutale di così, ma che riesce sempre a compensare con una nota di leggerezza, poeticità visionaria e realismo dall’ingenuità quasi disarmante. Ed è esattamente questa stessa temperie, quella che Cirillo riesce a restituire in scena: giocando sia il ruolo della protagonista che quello delle altre figure, che animano il caleidoscopico mondo entro cui si muove; recitando, in oltre, le parti non dialoganti e, a momenti, facendo dei propri movimenti la partitura scenica di quanto dice la sua stessa voce – fuori scena – , restituendoci introduzione e didascalie.
Un ibrido, certo, da un punto di vista drammaturgico. Ma un ibrido che, una volta guadagnato dal pubblico il consenso di giocare a questo carosello di efferate atrocità ed assurdo non-senso, non perde neppure per un attimo la sua coerenza interna, nonostante gli incontri, dal surrealismo alla Copì, che popolano le vicende di Rosalinda. Intanto la tenutaria, dall’altisonante nome di Marlene Dietrich, ma di fatto anch’essa una figura dalla fragilità umana quasi esilarante, persa com’è, dietro alle sue preoccupazioni ragionieristiche nel far quadrare i conti nell’affitto delle camere ad ore, ma che poi a tratti sembra riappropriarsi della propria umanità. Lo fa elargendo centellinate perle di una saggezza spicciola, tanto improbabile da non poter risultare che comica, quale il piccolo ‘pamphlet’ sull’utilizzo degli assorbenti – rimedio evidentemente superfluo per dei femminielli, ma che diventa in qualche modo oggetto del desiderio di quell’identità femminile a cui ambiscono, oltre che, per paradosso, rinforzo ad enfatizzare il volume della loro mascolinità. E non meno grottesco è l’incontro con la Baronessa, vecchia prostituta abbandonata sui gradini vicino al porto e descritta come un essere flaccido ed informe: una sorta di grosso tricheco, contraltare di Parthenope – la sirena, che avrebbe dato i natali alla città -, il cui nome, in greco, significa “vergine”. La navigata prostituta, al contrario, non ha nulla di angelicato: avidamente attaccata ai risparmi di una vita, di lei ci vien fornita l’onirica visione della sua agonia, immersa nei suoi stessi liquami, proprio mentre a largo affonda un’imbarcazione carica di marinai dalle belle speranze. Un ossimoro. Come un ossimoro sembra essere la figurina minuta di Rosalinda – il testo ce la descrive come “una figura maldestramente ritagliata nella carta, le forbici si sono mangiate parte del bordo intorno intorno, ne è scappata fuori una silhuoette in scala ridotta” -, di fronte alla brutalità di uomini, che i suoi occhi idealizzano, ma che altro non sono che energumeni per nulla riluttanti nel violarne le carni, aggiungendo, in più, l’oltraggio del disprezzo, a cose fatte.

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Così cosa le resta? Solo un poco di frivola ostentata allegria, per alleggerire quel mondo dalla bestialità patriarcale, che umilia, perseguita, rifiuta – ma poi anche possiede e distrugge – il suo sogno romantico: quello di una tonalità ‘biondo naturale’ – perseguita ed ottenuta attraverso una scientifica e metodica applicazione della Camomilla Schulz -, o di un paltò – come non pensare a Gogol… –  col collo alla Maria Stuarda, con cui ammantarsi, nel farsi ‘forestiera’, alla volta di Londra. E come quell’orpello – fatto rinforzare con stecche di balena, perché non si afflosciasse… – inevitabilmente non potrà che precipitare di fronte allo sconforto del porto di Dover – dalla solitudine non meno raggelante di quella di Napoli, nella notte in cui era affondata la nave coi giovani marinai -, allo stesso modo non potrà che risultare frustrante, quel suo illusorio progetto di trovare una soluzione esistenziale differente in un diverso altrove.

Belle, le immagini e gli effetti-luce, disegnati in scena: dalle sue esperienze di ‘morte’ – rovesciata, all’indietro, sull’enorme pouf nei momenti salienti della sua presa di coscienza: solo un filo di luce a pioverle dall’alto, quasi Danae, fendendo il buio circostante  -, alla scoppiettante vivacità – al tecnicolor – nelle gustose scene di una quotidianità tutta partenopea – quella dei ‘vasci’, appunto -, fino al fermo-immagine di lei, avvolta nel suo cappotto a Dover – quasi un bianco-e-nero, che ricorda certi ‘the end’ di desueti film alla Anfri Bogart.

“SCENDE GIU’ PER TOLEDO”

di Giuseppe Patroni Griffi
regia di Arturo Cirillo
scene Dario Gessati
costumi Gianluca Falaschi
musiche originali Francesco De Melis
con Arturo Cirillo
luci Mauro Marasà
produzione MARCHE TEATRO -Teatro Stabile Pubblico e Fondazione Napoli Teatro Festival
Teatro ELFO PUCCINI
c.so Buenos Aires 33
20124 Milano
tel. 02 00 66 06 06
sala Fassbinder | 16 – 21 dicembre 2014
mar-sab: 21:00 / dom: 16:00
lo spettacolo è adatto esclusivamente ad un pubblico adulto