Crimp e la nevrotica frammentarietà del contemporaneo

In scena dal 14 al 23 di novembre al Teatro Litta di Milano, “Frammenti di contemporaneità (Meno emergenze)” è uno spettacolo che mette l’accento sul corto circuiti della società contemporanea, sul suo modo rapsodico e discontinuo di vivere il disagio di un mondo costruito e poi blindato entro le regole del vivere civile e che pure è continuamente costretto a cannibalizzare se stesso – facendosi e disfacendosi ininterrottamente, sotto l’opposta spinta della compulsione a costruire una facciata di rispettabilità, consenso e riconoscimento sociale eppure una non meno forte esigenza di autenticità, che puntualmente irrompe a vanificarne gli intenti perbenistici e politically correct.
E lo fa prendendo in prestito le parole di Martin Crimp, autore inglese classe 1956, considerato un campione della tradizione modernista inglese per la precisione linguistica alla Beckett, la minaccia verbale di un Pinter e che si confronta con la tradizione europea del surrealismo, dell’assurdo e del post-strutturalismo. E’ questa la scelta artistica del Teatro del Simposio, ovvero Alessandro Macchi – in scena -, Antonello Antinolfi – ideatore e curatore della colonna sonora – e Francesco Leschiera, qui coregista – insieme al britannico Chris White -, oltre che ideatore di quel complesso ed instancabile gioco alla Sisifo, che porta gli attori ad un’inesauribile missione di costruzione-e-decostruzione della realtà, rappresentata dai cubi illuminati e dai led, versatili elementi primordiali, futuristici atomi di un universo, che sembra non essere davvero in nessun luogo – e, forse proprio per questo, diventa stigma di ogni mondo possibile.
Ma per capire meglio il senso del progetto ospitato all’interno di una residenza biennale al Litta, intervistiamo Francesco Leschiera.

Eri Çakalli  - Luigi Rausa
Eri Çakalli – Luigi Rausa

F.R.L.: “Frammenti di contemporaneità (meno emergenze)” è il titolo del lavoro che portate in scena e nasce dalla rielaborazione di quattro testi di Crimp…
F.L.: Sì, “Frammenti di contemporaneità” è formato da una trilogia più un altro testo, che è “Consigli alle donne iraquene”. I tre testi, scritti in tre periodi diversi, sono: “Meno emergenze”, “Faccia al muro” e “Cielo tutto blu”…

F.R.L.: Cosa raccontano? Perché vi ha affascinato questo autore? Perché questi testi?
F.L.: Quel che mi ha affascinato è stata anzitutto la frammentazione di questi testi – per questo il titolo: “Frammenti di contemporaneità”…-,  perché raccontano anche in piccole frasi dei mondi che rappresentano la civiltà contemporanea. Noi abbiamo poi fatto un’elaborazione drammaturgica, apportando dei tagli e li abbiamo uniti cercando di creare una loro continuità, ma che comunque rimane sempre frammentaria. Frammenti, perché poi ci sono sempre dei punti, in cui ciascuno spettatore può completarlo in base alla propria esperienza, legata all’età o alle variabili del proprio vissuto. Un esempio. C’è una battuta che dice: “I figli cementano il matrimonio” e per me già una frase corta come questa può raccontare veramente un mondo. Una persona di vent’anni riuscirà a vederci certe cose, una di quaranta o di cinquanta di più ed una di settanta ancora di più. Son tutte frasi brevi come dei frammenti che costruiscono un percorso più che una storia vera a propria.

F.R.L.: Quindi questo rende ragione del perché mentre in alcuni momenti lo spettacolo viene recitato come se si trattasse di un monologo semplicemente declinato dai quattro attori, in altri, invece, le voci si sovrappongono, si intrecciano…
F.L.: Sì, in effetti i personaggi non hanno un nome. In tutti e tre i testi i personaggi non hanno un nome, ma sono identificati attraverso un numero – e questo vuol dire che non sono caratterizzati. “Cielo tutto blu” è scritto per tre uomini e una donna e gli altri per due uomini. La nostra elaborazione drammaturgica è consistita nel voler rendere questo messaggio universale, quindi si è un po’ spostata l’attenzione dal personaggio femminile, che nel testo di Crimp la faceva più da protagonista, girarndo il focus sui vari personaggi/numeri, cioè le persone reali del mondo occidentale.

Riky Buffonini - Luigi Rausa
Riky Buffonini – Luigi Rausa

F.R.L: Lo spettacolo si apre con “Con consigli alle donne irachene”: Come mai avete scelto di iniziare il parlato proprio con questo testo?
F.L.: Allora lo spettacolo inizia con prima tutto il percorso fisico di costruzione nel mondo e “Con consigli alle donne irachene”, testo scritto nel periodo della guerra in Iraq, ed è un po’ una protesta nel senso che è come esportare la propria cultura in un Paese in guerra. Una delle battute ricorda: “Se un bambino va in bicicletta, deve indossare i salva gomiti”… tutte queste cose, regole, paure, che ci sono nella cultura occidentale, portate in un Paese con una cultura totalmente diversa, con problemi reali di guerre, traslate in un Paese come può essere l’Iraq di allora decisamente stonano.
Noi ci siam staccati dal discorso del titolo, perché reputiamo che queste regole sono  eccessive anche per la nostra e per qualsiasi società. Infatti i personaggi in scena costruiscono un mondo e arrivano al giorno d’oggi con queste regole, che esistono e che riguardano in questo caso i bambini, che quando le ascolti ti rendi conto che sono assurde, perché ormai siamo all’ansia di protezione eccessiva e non permettiamo alla vita di essere scorsa.

F.R.L.: Una metafora sulle regole che il nostro mondo contemporaneo ci obbliga a seguire?
F.L.: In qualche modo sì. Per amor di dio, non dico che uno il bambino debba lasciarlo a se stesso… Ovviamente il bambino è a sua volta una metafora. Ma al giorno d’oggi ci vengono imposte una quantità di regole. Anche solo a proposito dei cibi: siamo continuamente allarmati a stare iper attenti a quel che mangiamo. Una sorta di guerra mediatica, in cui le persone quasi non hanno più libertà di scelta, perché sembra che faccia tutto male. Eppure non era così per le generazioni che ci hanno preceduto: mia nonna è arrivata a 97 anni e non era soffocata da costretta da tutte queste regole.

F.R.L.: Testo inglese, un autore inglese, ma anche una coregia con un director inglese. Quindi senza dubbio un progetto internazionale: che nasce come?
F.L.: Questo progetto nasce di preciso due anni fa con  Chris White, un regista inglese che è prima di tutto un carissimo amico di vecchia data. In una chiacchierata animata dalla volontà comune di far qualcosa insieme, abbiamo individuato un punto di contatto nella drammaturgia contemporanea – cosa su cui in Inghilterra investono molto – e nello specifico in Crimp. Ovviamente c’è stata anzitutto una ricerca d’incontro artistico nel rispetto della cifra della nostra Compagnia, che è quella di indagare l’identità dell’uomo e del mondo contemporaneo, ponendosi delle domande e rigirandole poi al pubblico – con cui ci piacerebbe creare una sorta di tavolo di discussione per trovare risposte comuni. Ma poi si è trattato anche di affrontare l’aspetto produttivo, che, giocandosi sull’asse Milano-Londra, ci ha messi di fronte a questioni logistiche ed organizzative – che, arrangiandosi in qualche modo si è riusciti a superare. Poi per fortuna abbiamo avuto il Teatro Litta., che ci ha presi all’interno della sua stagione, coproducendoci. Ci sono stati prima degli incontri fra me e Chris per la scelta dei testi fino a capire cosa volevamo veramente dire. Poi l’anno scorso abbiamo scelto di fare un percorso laboratoriale per iniziare a sperimentare questo linguaggio, utilizzando una contaminazione di linguaggi ed attingendo anche all’arte contemporanea, all’astrattismo anche perché il testo, in qualche modo, spinge in quella direzione – per i costumi, ad esempio, Ilaria Parente si è ispirata a Giacometti. Il primo laboratorio dello scorso dicembre è stato a Londra con degli attori inglesi, poi a febbraio un altro a Milano con degli attori italiani fra cui Eri Çakalli, Luigi Rausa ed Alessandro Macchi, che insieme a me ad Antonello Antinolfi costituisce il Simposio. Poi in scena c’è anche Riccardo Buffonini, che si è aggiunto all’ultimo. E poi abbiamo presentato l’anno scorso ad IT Festival un frammento di venti minuti di un inizio d’idea di spettacolo vero e proprio, su cui abbiamo lavorato poi da giugno fino a queste date qui al Litta.

Luigi Rausa - Alessandro Macchi - Riky Buffonini
Luigi Rausa – Alessandro Macchi – Riky Buffonini

F.R.L.: E dopo queste date al Litta c’è l’idea di portarlo altrove: riproponendolo in questa formula o come un work in progress con l’idea che divenga altro, anche in vista della possibilità che venga riadattato per contesti internazionali?
F.L.: Assolutamente sì. Il Simposio ha senz’altro la volontà di aprirsi anche all’estero, non solo attraverso questo scambio reciproco fra me e Chris, a livello di contaminazione artistica e culturale; ma anche a livello produttivo, pensando di portare lo spettacolo a Londra, ma anche in altri Paesi, data anche la contaminazione linguistica presente nella messa in scena. Adesso lo stiamo facendo in Italia e il testo è in italiano, ma poi si parla anche in inglese, francese, albanese e dialetto palermitano. Il progetto iniziale prevedeva di coinvolgere attori di varie nazionalità, cosa che è stata fattibile solo parzialmente per le implicanze anche a livello economico; però la volontà è di portarlo  anche in altri Paesi, mantenendo una lingua base – che può essere quella locale o l’italiano sottotitolato – e contaminandolo poi con altre lingue.

F.R.L.: Quindi un progetto aperto come aperto è lo spettacolo. Mi spiego: in tutta la entrée di azione scenica, ad esempio, ci sono sì dei canovacci fissati, ma dopo di ché gli attori ogni sera fisicamente improvvisano, se fare una data azione piuttosto che un’altra per arrivare a un certo risultato. Analogamente: esportandolo all’estero, potrebbe essere aperto di certo a lingue diverse, ma anche a soluzioni sceniche diverse?
F.L.: Sicuramente si tratta di uno spettacolo che fin dall’inizio è stato pensato per essere rappresentato meglio in spazi non convenzionali. In origine si pensava di creare varie situazioni o di proporlo in forma itinerante, trattandosi di frammenti. Ovviamente ora si tratterebbe di rifare un lavoro drammaturgico di adattamento – come potrebbe essere in un museo o nelle diverse stanze di un appartamento o, ancora, in una soluzione col pubblico seduto tutt’attorno a questo occhio, creando un punto di vista a 360°, anziché a 180°, com’è adesso.