Operazione Shylock

Torna, a distanza di quattro stagioni, la voglia del regista Alberto Oliva di ri approcciarsi a “Il mercante di Venezia”. Allora era stato un allestimento intelligente e fedele all’originale, ora uno spin-off sul solo Shylok; quello uno spettacolo corale – ricordiamo, in scena, Valeria perdonò, Davide Palla, Stefano Cordella, Francesco Meola, oltre a Mino Manni -, questo un monologo cucito addosso al solo Manni – co drammaturgo, qui, insieme a Oliva, con cui costituisce la compagnia “I Demoni”. Un’operazione politica, anzi tutto.

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Differente è il tipo di approccio. Non si tratta più tanto di metter mano al testo shakesperiano per offrirne la propria interpretazione. Quel che si vuole, qui, è impossessarsi di un gigante del calibro dell’usuraio ebreo per farlo assurgere a paradigma. Di cosa? Delle pericolose conseguenze dell’umiliazione, delle devianti spire, a cui può condurre una frustrazione sordida e mal covata; dell’incredibile potenziale dirompente e sovversivo, che può esplodere dal più anonimo esponente di una maggioranza fino a lì silenziosa. La tesi cavalcata dal regista sembra essere: “Non nascono criminali fatti e finiti e con tanto di patentino alla strage… Nascono persone comuni e poi qualcosa cortocircuita e s’inceppa”. Questo qualcosa è la protratta umiliazione, per Shylock, che, al grido di: “Vi odio, cristiani!”, trasforma la rabbia in fanatismo, innescando un processo di non ritorno. Dunque il tacito monito è a che si ponga attenzione a ciò che colma la misura, prima che la miccia esploda.

“Chi, per primo, farà un passo indietro?”, si chiede il regista. E non si tratta certo di un discorso discriminatorio o anti-ebraico. L’ideologia non c’entra. Shylock non è l’emblema dell’ “ebreo, vil razza dannata”, da stigmatizzare ipso facto. Non è questo. Potrebbe essere tranquillamente la voce di un Meen Erhabi – rapper palestinese, di cui si ricorda il provocatorio e forte “Chi è terrorista?” – come quella di un qualsiasi umiliato, la cui frustrazione non può che fatalmente conflagrare in rivolta. Ne sono piene le pagine dell’immaginario mitico, entro cui affondano le radici della nostra cultura: da Prometeo a Giobbe – pur citato nella preghiera del monologo –, da Sisifo a tanti dei meschini della letteratura ottocentesca, ad esempio. Ma non si tratta, qui, di portare avanti un discorso antropologico o psicanalitico. E’ politica, qui. E’ disamina sociologica. E’ attualità. E’ voler lanciare il monito – l’occhio fisso ai preoccupanti fatti di cronaca internazionale – prima che sia troppo tardi.

Ma il teatro, quand’anche si faccia proclama, non è un manifesto. Così in scena il tutto viene raccontato attraverso il dolore covato di Shylock. Siamo all’indomani della condanna all’esilio per aver citato a giudizio il mercante cristiano Antonio, inadempiente eppure a sua volta causa della sentenza. Quel che ci appare davanti è l’ebreo prostrato, sfinito, amareggiato, che Mino Manni interpreta riuscendo a modulare quel suo temperamento naturalmente votato al plasticismo eroico. Con un tono fra l’incredulo e il basito, piagnucola la sua storia di umiliato. Rievoca con tenerezza l’ortodossia delle pratiche talmudiche delle sua infanzia – “Candele e fiori…”, bisbiglia, commosso, ripensando allo Shabbat del padre e, prima ancora, del nonno. Ma poi racconta di un passato di vessato dagli ebrei per le sue origini modeste, ma anche per la successiva promiscuità coi cristiani nel tentativo di ritagliarsi una posizione economica e sociale. Ed è oltraggiato dai cristiani, rintuzza, che lo disprezzano per l’esecrando prestar loro soldi a usura, senza capire il suo effettivo e quasi messianico sacrificio per loro, nell’assumersene la colpa.

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Narrativamente si possono scandire tre macro sequenze: l’umiliazione – senza nessun’altra ragione, se non quella di un’auto vocazione a soccombere per compiacere -, la rottura – quando la misura è colma di fronte allo scandalo del rapimento/raggiro dell’adorata figlia Jessica – e la rivalsa – riscuotere quel che è suo per il solo gusto di essere in condizione di poterlo fare. E’ la vendetta: inutile e farneticante vendetta.

La prima è declinata nelle mille varianti dell’auto sminuimento, mortificazione, prostrazione con tutta una serie di azioni fisiche sulla la passerella, che attraversa la sala lunga e stretta. Il palco è posto là in fondo. E se anche si fa fatica a vedere quel che vi si agita sopra, poi di fatto centrale e con esplicita valenza simbolica e quasi meta teatrale è quel pontile veneziano lungo cui è siamo assiepati noi spettatori. E’ questo che Shylock/Manni percorre, nelle fasi salienti, esplicitando l’intento registico di trasformarci in quei cristiani al cospetto dei quali  non esita a strisciare come un cane mendicando accettazione. Ma il pontile è pure l’ideale stargate, su cui si compie la
transustanziazione dell’usuraio e si fa tangibile il rischio del più efferato dei fanatismi – uscire Shylock e rientrare terrorista, in una sovrapposizione che mostra, ancora una volta, la contemporaneità di Shakespeare.

Cruciale è il momento della preghiera – coperta rituale a proteggerlo -, che sembra ricordargli la sua identità di razza. Pregando, fa sue le parole di Giobbe – il più paziente degli uomini, ricordano le Sacre Scritture, ma anche il solo ch’ebbe l’ardire di cingersi i fianchi per sfidare Dio. E’ è lì che gli monta la rivolta. Ma non ne fa una questione religiosa; d’identità, piuttosto. E’ qui che sembra riscoprire l’orgoglio di essere un ‘perseguitato’ ergo in qualche modo ‘fortificato’. Messaggio pericoloso, questo – identità, persecuzione… diritto, quasi, e vocazione alla sacra rivolta, indipendentemente dal dio in nome del quale imbracciarla.
Da ultimo, il gran rifiuto. Cosa satura la misura? “Io non sono come voi”, recita il sotto titolo. Ecco: è questa, la chiave di volta. A tutto può umiliarsi e sottomettersi, il mercante, tranne che a quell’ultimo rigurgito d’identità che gli impedisce la conversione/omologazione, efficacemente resa nella scena del segno della croce mancato, in cui spontanea sorge una sovrapposizione ideale fra Shylock l’ebreo, condannato dai cristiani a farsi il segno della croce, e quell’altro ebreo, Cristo, ugualmente messo in croce ma dagli ebrei.

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Un messaggio forte come tutta la pièce, del resto – specie nel doppio finale –, giocata su tempi giustamente lenti, dilatati, ma cadenzati, quasi a non voler correre il rischio che qualcuno dei passaggi possa andar perduto. Tempi modulati e bisbigliati – a voler giustamente esigere dallo spettatore la contropartita del lavoro drammaturgico, registico e attoriale profuso. Tempi ben impersonati da Mino Manni, che centellina o spinge secondo le esigenze di scrittura. E se talvolta la parola giunge quasi impercettibile o non esplosiva, in passaggi in cui forse ci si attenderebbe il Manni di altre interpretazioni, si capisce che è quasi solo una questione di calibrare la performance della Prima.

Il messaggio, invece no – e neppure la scelta registica sottesa. Così quel chiudere in un fotissimo crescendo, affidandolo poi il pubblico, l’onere di tirare le somme, ecco: quello reputo che sia un carico che il teatro, per quanto engagé, non ha il diritto di esigere – e si corre il rischio che lo spettatore si porti a casa l’ultima parola pronunciata come fosse la risposta anziché una provocazione.

Al teatro Litta fino al 1 novembre.

Francesca Romana Lino