“Sa Prière”, la sua preghiera: intervista a Malika Djardi

Stasera Malika Djardi presenterà “Sa Prière” a Manège de Reims, all’interno del festival Reims Scènes d’Europe. Ottima occasione per proporvi l’intervista che ebbi il piacere di farle nel 2015. L’estate alle porte, incontrai Malika Djardi nel primo pomeriggio di fronte all’Istituto Francese. Era tornata a Firenze, per una collaborazione con il Gruppo Teatrale Nanou, qualche settimana dopo la prima presentazione del suo solo: “Sa Prière”. Performance presentata durante Fabbrica Europa in data unica, 5 Giugno 2015,  presso lo spazio PAC -Progetti Arte Contemporanea – Le Murate. Ci sedemmo nel piano interrato di un’enoteca, totalmente a nostra disposizione per l’intera durata dell’intervista.

Claudia Roselli: Grazie Malika per essere oggi qui e per la tua disponibilità a fare questa intervista. Malika da dove vieni e quale è la tua formazione da performer o ballerina?

Malika Djardi: Io vivo e sono nata a Lione in Francia. Ho studiato arte classica e disegno e ho sempre studiato anche danza fin da ragazzina, ma non avevo nessuna sensazione relativamente al fatto che sarebbe diventato il mio lavoro. Poi ho continuato i miei studi artistici in una scuola di Media Art: studiando media, fotografia, teatro, danza e cinema. In seguito ho vinto una borsa di studio in Canada a Montréal, presso UQAM (Université du Québec à Montréal), Dipartimento di Danza. Sono stata lì un anno ed ho cominciato il mio primo progetto sostenuta economicamente. Quando sono tornata in Francia ho continuato a lavorare ed ho iniziato un nuovo progetto con una ragazza di Angers, è lì che ho deciso di dedicarmi alla danza. Sono poi stata selezionata al Centro Nazionale di Danza Contemporanea di Angers ed ho studiato lì due anni. Prima ho seguito anche un master in un centro per la creazione artistica in Barcellona: La Caldera. Purtroppo questo centro ha chiuso due anni fa

C.R.: Era un centro artistico?

Malika Djardi: Era un centro artistico molto qualificato, dedito principalmente alle arti sceniche, al teatro e alla danza fondato da Alexis Eupierre. Non lo ho mai conosciuto, ma penso che fosse il direttore di questo centro a Barcellona. Non so che cosa sia successo esattamente a questo centro, perché poi sono andata a studiare e a lavorare ad Angers.

C.R.: La tua formazione era più orientata alla danza o al lavoro performativo?

M.D.: Non so dirlo. Ho fatto molte cose, per esempio a Lione, ho seguito un corso multidisciplinare. In Montreal, dove ho studiato danza, c’erano un sacco di teatri ed ho perciò lavorato molto con la danza. In Angers ho fatto due creazioni.

C.R.: Da sola o con altre persone?

M.D.: No non da sola: co-creazioni. C’erano molti coreografi invitati dalla Francia e da tutto il resto del mondo. Effettivamente la mia formazione è molto mescolata: in tutte le scuole che ho frequentato ho avuto inputs di diverse discipline e ciò mi ha permesso di essere molto più aperta e di non danzare soltanto. Non mi sono mai concentrata in un’unica e specifica tipologia di danza: per esempio soltanto il tango. Forse un giorno farò un tango, ma non so, è molto interessante aprirsi ad una scala più ampia di possibilità.

C.R.: Prima di “Sa Prière” hai fatto qualche altro solo? O qualche altro lavoro fisico esplorativo?

M.D.: Si ho fatto progetti quando ero nelle scuole di cui ti ho parlato. Ho fatto quartetti ed anche un primo solo. Poi ho lavorato con un artista abbastanza conosciuto: quando ero a scuola infatti sono stata invitata ad una piattaforma di danza ed è li che ho incontrato Jean-Marc Adolphe.

Malika Djardi in Sa Prière, Foto di Christophe Louergli

Malika Djardi in Sa Prière, Foto di Christophe Louergli

C.R: Si ho letto qualcosa di questa collaborazione. Era un lavoro sull’amore?

M.D.: Il lavoro si intitolava “Love Song”. Ero dentro ad un gruppo ed ho preparato una coreografia con un’altra ragazza. Lei non faceva parte del lavoro teatrale, ma ci siamo incontrate nella piattaforma. Lo abbiamo presentato una sola volta in un festival in Francia e poi non lo abbiamo più presentato. Io poi ho cominciato a pensare di voler lavorare sola sul mio progetto “Sa Prière”.

C.R.: Quando e come è nato “Sa Prière”?

M.D.: “Sa Prière” è nato perché io avevo delle domande dentro me relative alla mia pratica. Che cosa è la danza? Ho iniziato a lavorarci per definire qualche punto sulla mia pratica artistica. Non mi riconoscevo negli altri danzatori. Ho cominciato a pensare perché:  io disegno e suono anche. 

C.R.: Quale strumento suoni?

M.D.: La chitarra e le percussioni. In particolare la batteria. Nella mia prossima performance, alla quale sto lavorando con un’altra ballerina ed un musicista, io suono la batteria. “Sa Prière” nasce dalla domanda che cosa è la danza. Che cosa è la mia danza, la mia pratica. Ho iniziato a pensare con serietà relativamente alla mia pratica, c’era forse un desiderio di essere autobiografica e di ripensare alla mia storia e a quella di mia madre. All’inizio, realmente, ho pensato ad una sorta di documentario: mi sono fatta molte domande sulla danza e sul movimento. Poi questo si è mescolato con la mia biografia, e con la storia di mia madre. Ho visto un sacco di film francesi, come “24 Portraits” d’Alain Cavalier. In questi film ho trovato una documentazione della realtà molto toccante ma nella danza io non avevo potuto trovare mai, i potenziali che vedevo nei film e neppure la spontaneità. Ma volevo trovare questi elementi nella danza. In quel momento non riuscivo neanche io stessa ad esprimerlo come l’ho espresso adesso….Ma cominciai a passare del tempo con mia madre ed a filmare le sue preghiere quotidiane, cinque volte al giorno, ed anche i suoi rituali di pulizia del corpo. All’inizio il materiale era un documentario dove non si vedeva mai la sua testa. Ero molto concentrata solo sulle sue mani e su i suoi movimenti. Poi ho cominciato ad intervistarla ed a registrare queste interviste. Mettendo soltanto in seguito a confronto, le immagini della sua pratica, con i nostri dialoghi. Quando l’ho intervistata, ho capito di essere molto interessata anche alla qualità dei suoi racconti. Sentivo le diverse emozioni che attraversavano i suoi racconti: quando lei parlava di cose più intime, c’erano emozioni più liriche, e questo si poteva sentire anche dalla qualità della voce: erano infatti impiegati dei livelli vocali diversi, era come se potessi vederne i diversi colori. Quando lei parlava della sua preghiera, c’era qualcosa di molto autentico ma oggettivo, come quando si spiega qualcosa, la sua voce era piatta, lineare, senza nessun lirismo, senza nessuna emozione reale…Ho poi deciso di utilizzare questi testi e di danzarci dentro, li ho resi materiali per la mia danza e poi ho giocato con le diverse informazioni che una voce può dare e con le diversa comprensioni di significati. Ma le registrazioni sono in francese.

C.R.: Si io lo conosco il francese. Infatti mi ricordo che all’inizio della performance tua madre parla delle cinque fasi della preghiera musulmana.

M.D.: Per lo studio della prima parte della performance per me la sequenza era questa, tutto cominciava sempre dalla realtà: mangiando, parlando con mia mamma. Non si parlava delle fasi della preghiera o dei suoi rituali, lei poi entrava in questi argomenti. All’inizio le dicevo cose normali: “Vuoi qualcosa da bere?” “Non c’è più nessuna Perrier nel frigo” Oppure: “Questo è fresco…” Insomma parlavo di cose molto comuni.

C.R.: Frasi del quotidiano…

M.D.: Si, poi lei ha cominciato a parlare e mi ha detto come si immaginava uno spettacolo sulla preghiera e poi ha sviluppato un immaginario di se stessa sia nelle diverse fasi della preghiera che nelle diverse occupazioni della vita quotidiana. Per esempio, quando ti incontri con i tuoi amici o quando lavori ad un dossier, quando vai a vedere un film, quando disegni, o quando fai le più diverse attività. Lei mi disse: tu puoi mettere tutte queste attività, in diversi schermi e mi parlò della sua personale idea dello spettacolo. E poi mi ha anche parlato delle diverse parti della preghiera. Io poi ho giocato con tutte queste diverse tematiche .

C.R.: Mi hai detto che tua madre è diventata musulmana. Lei era cristiana?

M.D.: Cattolica.

C.R.: La tua famiglia, come origini, proviene interamente dalla Francia?

M.D.: Mia madre è francese, e si è convertita all’Islam. Mio padre è arrivato in Francia, quando aveva circa sedici anni, ma è nato in Algeria, perciò è franco-algerino. E’ venuto in Francia per lavorare nei cantieri, di costruzione di edifici, come fanno tanti giovani ragazzi algerini. Prima si è fermato a Marsiglia e poi si è trasferito a Lione. All’inizio credo sia stato problematico per la mia famiglia vivere in Francia. Mia madre si è convertita alla religione islamica e si è sposata con un musulmano. 

Malika Djardi in Sa Prière, Foto di Christophe Louergli

Malika Djardi in Sa Prière, Foto di Christophe Louergli

C.R.: Tuo papà è musulmano?

M.D.: Si, musulmano. Loro hanno avuto un sacco di problemi all’inizio. Ma hanno deciso di immergersi in questo amore, anche perché per mia madre questa è stata un’evoluzione. L’islam è l’ultima religione. Lei ha letto tutti i libri segreti ed è stata molto cosciente di questa trasformazione. Mi ha raccontato che quando era cattolica, ugualmente era una credente molto fervente ed andava alla messa ogni domenica. Qualche volta quando ero più piccola ho scherzato con lei sulla sua religiosità ed anche su questioni sessuali. Scherzando e domandandole se per caso pensava che una donna potesse avere un figlio e rimanere incinta senza che un uomo neppure la toccasse. Racconto anche questo nella performance.

C.R.: Hai fatto anche delle scelte musicali particolari. Soprattutto quando usi la dance-music ed il ritmo della performance improvvisamente cambia. Come hai scelto la musica?

M.D.: La mia idea relativamente a come costruire “Sa Prière,” è nata, dopo aver deciso di non fare un documentario con il materiale che avevo raccolto, ma di giocare con l’intervista e di danzare. Decisi di creare delle sequenze all’interno dell’intervista e di riportarle all’interno della mia pratica di movimento. Muovendomi dalla realtà sino al paradiso, ma nello stesso tempo, in mezzo, volevo avere dei contrappunti, in particolare dei contrappunti musicali. Per creare nuove relazioni tra la musica e gli stati emozionali molto più profondi delle conversazioni tra me e mia madre. Sentivo che era tutto interessante, ma avevo bisogno di creare un’alternanza di astratto e concreto. La canzone “We found love” di Rihanna, ha il potere della musica pop e lo considero abbastanza interessante.

C.R. : La musica pop è accessibile a molte persone. In questo senso usando questa pop music, nella tua performance, puoi arrivare a stimolare le percezioni di molte persone in maniera veloce. L’effetto può essere molto più immediato, almeno a livello superficiale, di quello che potrebbe suscitare una musica creata appositamente per un lavoro di questo tipo.

M.D. : Penso che ci siano tantissime musiche diverse da poter usare, ma mi sono divertita ad usare questa. Perché penso che possa arrivare a toccare in qualche modo il pubblico. Per esempio a me piace Rihanna, perché mi fa divertire. E’ completamente concentrata su di un livello superficiale, pensa alle parole che utilizza nei suoi testi. Ma in questo modo lei arriva a toccare tantissime le persone! Mi interessa capire in che cosa le persone credano, e da che cosa siano colpite. Per esempio l’effetto di questa musica o di  “Tres Morillas “, canzone che uso nella performance che parla di tre donne che stanno camminando in un campo di olivi nei quali alberi non ci sono più olive. Queste tre donne fanno il percorso inverso di mia madre, ovvero convertono se stesse dalla religione Islamica al Cattolicesimo. …

C.R.: Sono in Caen?

M.D.: Si, in Caen.

C.R.: Si conosco questa canzone da molti anni.

M.D.: Prima ho scelto la canzone di Rihanna e poi questa. Ed è dopo questa canzone che mia mamma mi risponde, sul mistero del concepimento. Come una donna può rimanere incinta: forse non è necessario che ci sia un uomo? Secondo lei non dobbiamo farci troppe domande relativamente a questo.

C.R.: Parla della Vergine Maria?

M.D.: Si, ma anche del concepimento. All’inizio non è chiaro come questo possa avvenire, ma poi succede, ed è molto divertente quando lei dice: “Non dobbiamo farci troppe domande su questo concepimento…”

C.R.: “Tres Morillas” è una canzone tradizionale, dove hai trovato questa canzone?

M.D.: L’ho trovata con Youness Anzane, il ragazzo con il quale ho scritto la drammaturgia. Gli ho detto che volevo lavorare più a fondo con l’intervista e che volevo trovare due canzoni. Una era la canzone di Rihanna che avevo già scelto e lui mi ha proposto di usare questa altra canzone. Ha cercato una canzone medioevale. Forse appartenente al periodo dell’impero ottomano con la transizione al cattolicesimo. Alla fine mia madre parla del Paradiso, ed io ho pensato al dipinto del Masaccio!

C.R.: Per quanto tempo hai lavorato alla preparazione dello spettacolo?

M.D.: E’ stato un lavoro molto lungo e molto lento. Forse la creazione vera e propria è durata tre/quattro settimane. Ma con l’intervista a mia madre, un anno. All’inizio sono stata molto veloce, perché ho cominciato a crearla quando ero allo Skite, alla scuola a Caen ma poi l’ho lasciata. Dopo un po’ di tempo ho deciso di tornarci sopra e di farne qualcosa di diverso. La prima ricerca su questo pezzo l’ho fatta quando ero allo Skite e l’ho presentato come pezzo finale per la mia tesi. Era corto, dieci minuti circa, e veramente tutto diverso. Poi con il tempo ho pensato che fosse un inizio veramente interessante e che potevo farne qualcosa di diverso, perciò ho preso tutto il mio archivio, tutte le interviste e ho cominciato a ricomporlo. Ma la prima idea è nata quando ero a scuola, ed ero veramente interessata allo stile documentaristico. Mi sono chiesta se era possibile creare un altro tipo di documentazione, per esempio usando il mio corpo. Che cosa può essere documentato con il corpo? Che cosa può essere documentato anche delle mie relazioni?

C.R.: Parli in particolare della relazione con tua madre?              

M.D.: Si

C.R.: Quando tua madre si è convertita alla religione islamica?

M.D.: Lei si è convertita prima che io nascessi.

C.R.: Non è una trasformazione recente

M.D.: No lei parla anche di questo nell’intervista nella performance. Lei ha fatto questa scelta prima di incontrare mio padre.

C.R.: Prima di incontrarlo?

M.D.: Si lei era interessata anche prima. Aveva incontrato una ragazza che si chiamava Aisha e lei stessa decise in quel momento di farsi chiamare Aisha. Perché quando tu decidi di convertirti alla religione islamica come nuovo fedele hai bisogno di un nuovo nome. Questa ragazza con la quale lei lavorava si chiamava Aisha e mia madre decise di farsi chiamare proprio come lei.

C.R.: Che cosa significa Aisha?

M.D.: Non mi ricordo esattamente.. Malika , il mio nome, significa regina, ma significa anche angelo.

C.R: In un certo momento, nella performance, la voce registrata dice: “ Aisha tu sei aini”.

M.D.: Quella voce è la voce di mia madre che racconta di mio padre. Mio padre dice a mia madre che lei è i suoi occhi. “Aisha tu sei i miei occhi.” Aini infatti significa occhi.

C.R. Aini significa occhi in arabo?

M.D.: Si. E’ molto bello quello che lui le dice. Le dice che lei è il suo filtro per guardare il mondo. Ciò che gli è permesso di guardare è tutto attraverso gli occhi di mia madre. La sua donna è l’entrata di quello che lui può vedere del mondo.

C.R.: Anche perché per i musulmani gli occhi sono una parte del corpo molto importante. Se per esempio, sei donna e vesti abiti musulmani integralisti, gli occhi sono una delle uniche cose visibili. Un punto cruciale.

M.D.: Si

C.R.: Sul dialogo con tua madre: hai per caso trovato delle memorie del tuo passato? O forse hai trovato qualche emozione speciale che ti ha dato nuove energie per la tua ricerca, o per andare più a fondo in certe atmosfere?

M.D.: Si, all’inizio è stato abbastanza difficile controllare me stessa in queste storie personali. Sono cose di mia mamma, ma sono anche mie certamente. Si, quando decisi di lavorare con un materiale così intimo, personale ed autobiografico, mi domandai che cosa potesse essere intimo, personale e che cosa assolutamente no…Ho giocato con questi due livelli: ho creato una coreografia che a momenti è veramente intima e autobiografica e a momenti invece realmente molto lontana da me. Come essere capace di trovare, non per tutto il tempo dello spettacolo, ma in certi istanti delle emozioni interiori molto vere. Provare a toccare altre punte emozionali: quando per esempio mia madre riesce ad aprire se stessa e prova a parlare o quando io riesco ad aprire me stessa e provo a danzare. Ho provato a cercare questi momenti più forti emozionalmente.

C.R.: Tu hai detto che ci sono dei momenti dove sono presenti legami tra ciò che è visibile e ciò che è invisibile. Come se tu cercassi il limite tra queste due realtà. Per esempio, il totem, che è in scena che emette un po’ di luce.

M.D.: Ho copiato da Rihanna un sacco di movimenti: tanti registri e tante diverse qualità di movimento. La qualità di movimento di un mimo per esempio o un movimento completamente imprevedibile; può esserci una qualità jazz del movimento, oppure un movimento può essere più significante o più astratto ma più energetico. Ho trovato questa parte emozionale anche guardando il pubblico. Trovo conforto facendo questo. In “Sa Prière” ho scoperto alcuni momenti così: uno nel quale sono io nel momento presente e sento di voler veramente condividere qualcosa con le persone, condividere alcune atmosfere e alcune storie, ma anche soltanto il semplice fatto di stare insieme. Io credo nel corpo biologico, energetico ed intellettuale. Si può teorizzare la relazione biologica ed energetica tra il tuo corpo e le cose, ed anche sulla qualità dei movimenti, per esempio in una situazione pubblica tu puoi decidere di rimanere in qualcosa di assolutamente astratto ma anche dentro te stessa.

Malika Djardi in Sa Prière, Foto di Christophe Louergli

Malika Djardi in Sa Prière, Foto di Christophe Louergli 

C.R.: Qualcosa che è solamente tuo e interiore…

M.D.: Si, puoi dissociarti e sentire due relazioni: una con il pubblico che ti guarda ed una totalmente interiore con il tuo corpo che si muove danza ed è concentrato nel movimento. In questo spettacolo “Sa Priére”, la danza acquisisce degli elementi della preghiera. Non è facile pregare ci vuole della pratica, e quello che è interessante è mettere in parallelo la pratica della danza e quella della preghiera. Non si diventa pregatori professionali certamente, ma la pratica della preghiera necessita di un investimento di tempo…

C.R.: C’è una tecnica anche per pregare e va imparata e poi ci vuole anche determinazione per pregare ogni giorno

M..D.: Una tecnica certamente e si certo non sei toccato quotidianamente dalla fede in Dio, tu decidi ad un certo momento di cominciare la tua preghiera e questo, per me, è molto interessante se applicato alla danza o ad ogni altra pratica; perché tu decidi di andare avanti e di capire la tua pratica e lei decide di trasformarti. Per esempio la religione ti può far capire il mondo in un altro modo, può persino farti conoscere il tuo corpo in un altro modo, le modalità di preghiera e può persino connetterti con una determinata spiritualità. Noi sappiamo che esiste solo un dio, ma non sappiamo esattamente nulla della divinità e dei pianeti…

C.R.: Nella preghiera islamica, si prega cinque volte al giorno. La performance ha cinque parti collegate con la ritualità della preghiera o non c’è nessun riferimento?

M.D.: Ci sono cinque sezioni di dialogo nella performance, ma anche due canzoni, e perciò posso dire che siano sette, le parti della performance.

C.R.: Tu hai detto all’inizio della nostra intervista che nella performance c’è un percorso ascensionale dalla realtà verso il paradiso…

M.D.: Si questa è la modalità costitutiva della performance

C.R.: Alla fine tu ti togli i pantaloni parlando di Dio, ti sfili i pantaloni e dici che questo è il paradiso. Questo può suscitare qualche reazione, non in me che sono una donna occidental: nella danza o nel teatro contemporaneo spogliarsi è diventata un’azione comune. Ma questa fine può risultare provocatoria se inserita nel contesto culturale del tuo lavoro dove si trovano insieme: preghiera, religione musulmana e nudità. Che cosa cercavi in questa parte? 

M.D. : Ovviamente per qualche persona questo può essere un gesto provocatorio a prescindere. Perché oggi la nudità è ancora un problema. Quando sono andata a visitare il Duomo qua a Firenze, mi hanno chiesto di coprirmi, perché avevo un vestito troppo corto. Ma poi quando sono andata a Palazzo Strozzi ho visto i bronzi e tutti questi corpi nudi erano corpi di uomini con i loro peni in bella vista. Allora io mi sono chiesta perché ancora oggi c’è tutta questa vergogna e questi problemi ad accettare corpi nudi in scena. Basta pensare anche a Courbet ad al suo dipinto “L’origine del mondo”.  E comunque dopo che mi tolgo i pantaloni, io mi copro un po’ ed è anche molto buio in sala.

C.R.: Si la luce si abbassa e si può vedere la tua nudità ma non è davvero un’immagine troppo diretta.

M.D. : Per me questo è il frutto di un lavoro con la “Pinturas Negras” e con la pittura in generale, mi piace avere molte riferimenti anche visuali. I riferimenti culturali funzionano come ingressi per alcune persone, hanno poteri, come canzoni interiori, possono anche riportarti a sentimenti religiosi. Per esempio gli stessi sentimenti religiosi che si possono trovare nei dipinti della pittura classica. Ho avuto diverse ispirazioni anche attraverso i movimenti e la maniera con la quale ho lavorato con il mio corpo, ho trovato nuove relazioni con il mondo e mi sono domandata cosa potesse essere interessante condividere: quali sensibilità e quali linguaggi. Ho anche cercato nuovi linguaggi e mi sono fatta tante domande sulle pratiche possibili ed anche su nuova modalità di interazione delle nostre pratiche con il mondo. Nell’ultima parte ho lavorato come per creare dei tableaux dalle pitture. Conosco il dipinto di Masaccio “Cacciata dal Paradiso” e conosco il dolore e l’estasi. Dai dipinti puoi vedere molti stati del corpo: un corpo che chiede, un corpo che lotta, un corpo che è in estasi…E se il corpo è nudo, puoi vedere la carne e il sangue..

C.R.: Il corpo vero

M.D.: Il corpo vero, il corpo organico, perciò nel gesto di spogliarsi non c’è solo il gesto di togliersi tutto… Hai visto le stoffe e la loro materialità nelle sculture? La stoffa è mescolata con la carne nelle sculture e crea materialità.

C.R.: Si capisco: le forme e la materialità. Nella preghiera si può avere una sorta di conversazione silenziosa con Dio. La vergogna della nudità è un sentimento che è venuto con il tempo, all’inizio del tempo uomini e donne non avevano di questa vergogna. Nella Genesi si legge: “Tutti e due erano nudi, l’uomo e la donna, ma non ne provavano vergogna”

M.D.: In pura naturalezza…

Malika Djardi in Sa Prière, Foto di Christophe Louergli

Malika Djardi in Sa Prière, Foto di Christophe Louergli

C.R.: Hai mai invitato qualcuno della comunità musulmana a vedere la tua performance?

M.D.: Si alcune persone della comunità lo hanno visto. Due ragazze per esempio a loro è piaciuto lo spettacolo, ma si sono imbarazzate per la fine. Sono punti di vista, lo so, secondo me è molto delicata, ma può essere interpretata in altri modi. Ed alcune persone più integraliste possono non apprezzare questo comportamento. Questo è problematico per me: pensare di dover adattare il mio spettacolo ad altre sensibilità.

C.R.: Oltre a loro?

M.D.: A parte loro ci sono state persone della comunità musulmana che hanno apprezzato il lavoro. Professionalmente io vorrei proporlo anche in paesi musulmani, per esempio in Algeria. Ma penso che potrebbe essere difficile mostrare questa performance in paesi arabi…Per me non è un problema usare la nudità. Ma il corpo nudo nel palcoscenico è molto forte. La questione non è sulla nudità ma piuttosto che cosa vuoi fare con questo corpo nudo?

C.R.: L’ultima domanda, hai nuovi progetti per il futuro? Vuoi continuare a lavorare da sola, oppure hai in mente qualche collaborazione?

M.D.: Ho due nuovi progetti: uno con la mia batteria. Voglio sempre continuare cercando nuovi registri di linguaggi, con il mio corpo.

C.R.: I linguaggi del corpo?

M.D.: Si ed anche segni energetici e ciò che è divertente. Sono molto interessata all’equilibrio tra ciò che è molto pesante e ciò che è molto leggero: la leggerezza e la gravità. Vorrei creare un pezzo più divertente. Forse lavorando con energie meno intime, in un certo senso e lavorare di più con il ritmo, con la mia batteria.

C.R.: Danzerai anche ?

M.D.: Nel prossimo lavoro no: suonerò soltanto

C.R.: Quale sarà il titolo, se già lo sai?

M.D.: Horion.

C.R.: La costellazione?

M.D.: Si, ma in francese significa anche un colpo violento in testa. Come linguaggio coreografico sono interessata a lavorare anche con i pugni e lo stesso musicalmente ed energeticamente.

C.R.: Grazie Malika, per il tempo passato insieme, ti auguro buon lavoro.

 

SA PRIÈRE

Ideazione e interpretazione: Malika Djardi; voce fuori campo: Marie-Bernadette Philippon; musica: “We found love” Rihanna feat Calvin Harris, “Tres Morillas” Jordi Savall; creazione suono: Benoit Pelé; coproduzione: Charleroi Danses, Centre chorégraphique e la Fédération Wallonie-Bruxelles; residenza e sostegno: Skite Caen, Atelier de Paris-Carolyn Carlson-Afterskite, Rhizome (Lyon), Charleroi Danses; con il sostegno di: Institut Francais Italia; programmazione in collaborazione con: Rencontres chorégraphiques de Seine-Saint-Denis.

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