Una coreografia della sopravvivenza: “Under the Flesh”. Intervista a Bassam Abou Diab  

In occasione del Twiza Fest organizzato da Milano Mediterranea al Parco di Largo Balestra a Milano stasera sarà replicato “Under the Flesh” performance di Bassam Abu Diab. Ho intervistato Bassam la prima volta che è venuto in Italia in occasione di Young Arab Choreographers, progetto nato con l’obiettivo di creare un dialogo interculturale tra artisti arabi e le realtà del territorio italiano, svoltosi tra maggio e ottobre 2017. I giovani coreografi selezionati per un importante tour italiano che ha toccato diversi festival in più città, sono stati scelti all’interno della BIPOD/Beirut International Platform of dance in collaborazione con la Maqamat Dance Theatre di Beirut, il Mibact e il Ministero degli Affari esteri.  Condivido con voi questa intervista di sei anni fa a Bassam Abou Diab, dopo aver visto il suo spettacolo a Bologna, Festival Danza Urbana.

Claudia Roselli: Ciao Bassam, grazie per aver accettato la mia proposta di intervistarti, puoi introdurre ai lettori, la tua storia e la tua formazione? 

Bassam Abou Diab: Il mio nome è Bassam Abou Diab, sono Libanese. Vivo a Beirut ma sono originario delle montagne del Libano. Mi sono laureato in teatro come attore e come regista, poi ho seguito un Master per continuare la mia formazione come attore. Ho iniziato a danzare circa dieci anni fa come danzatore contemporaneo, quando ero all’Università, nello stesso periodo recitavo anche come attore. Ho cominciato a lavorare nel teatro fisico e dopo questo ho fatto molti workshops intensivi in una scuola professionale di Beirut chiamata Takween. Takween Beirut Contemporary Dance School è una scuola per danzatori contemporanei gestita da Maqamat teatro-danza. Ho fatto molti workshops anche con altri coreografi libanesi ed europei a Berna, in Svizzera ed in Olanda. Poi ho lavorato con diversi coreografi, in particolare per  la Maqamat Dance Company sia come danzatore che come performer. Ho lavorato anche con Elias per una performance, qualche anno fa e con Marcel Leemann Teatro Danza, in Svizzera. Ho anche avuto esperienze in teatro fisico ed in teatro come attore. Successivamente ho cominciato anche ad interessarmi alla danza tradizionale libanese: la danza folkloristica chiamata dabké. Non ho seguito nessun corso per impararla, perché fa parte della nostra cultura, è una danza tradizionale, che in Libano,  si fa in diverse occasioni anche nei matrimoni, per esempio. Dopo questo ho cominciato a creare mescolando  teatro di narrazione contemporaneo e d’avanguardia con elementi tradizionali. 

Claudia Roselli: Puoi raccontarci quando hai cominciato a fare dei solo-performance come “Under the Flesh”? E come è nato “Under the Flesh” ?

Bassam Abou Diab: Prima di “Under the Flesh” ho fatto una performance  intitolata “Not connected”, successivamente però non ci sono stati sviluppi per questo solo. L’ho creato e l’ho fatto,  ma non più di una volta. 

Claudia Roselli: Lo hai presentato in Beirut? 

Bassam Abou Diab: Si. Poi nel 2016 ho presentato “Under the Flesh”  in un programma per giovani coreografi arabi. Ho creato una presentazione di dieci minuti di “Under the Flesh”. In seguito ho cominciato a svilupparlo: più movimenti con la musica ed i testi,  per arrivare sino a venticinque minuti. 

Claudia Roselli: In “Under the Flesh” in scena siete in tre: tu, il traduttore ed un musicista. Avevi in mente che ci sarebbe dovuto essere un traduttore in scena,  fin dall’inizio,  o questa figura è apparsa successivamente nella tua creazione? 

Bassam Abou Diab: No la figura del traduttore c’era fin dall’inizio perché questo spettacolo è stato pensato per un pubblico europeo e non libanese. Questo faceva parte anche dell’idea di generare distanza tra me, come performer ed essere umano, e gli altri. Questo perché la performance è stata generata dalla guerra ed in quel momento la guerra in Libano c’era davvero ma in un altro paese magari no. E’ chiaro che ci sia differenza tra un paese in pace ed un paese in guerra. Ci possono essere delle incomprensioni tra persone che non vivono la medesima situazione. Per questo ho pensato alla performance con la presenza del traduttore. Poi la prima volta che è arrivata, era una traduttrice,  lei non aveva la minima idea di come sarebbe stata la performance, era una ragazza, e io le ho detto di non aver paura di niente e di preoccuparsi solo di tradurre quello che io stavo dicendo,  al pubblico. Questa era l’idea: molto spontanea, molto diretta, senza nessuna indicazione di  regia particolare: facile, semplice e spontanea. 

Claudia Roselli: Come parlare? 

Bassam Abou Diab: Si io volevo parlare di questa idea e di questa storia ed il traduttore o la traduttrice avrebbe tradotto per il pubblico per far loro capire che cosa stavo dicendo in arabo. 

Claudia Roselli: Come hai generato questa idea, come spostarsi dalla paura alla danza? Quale sensazione, quale emozione, ti ha dato l’idea di muoverti dalla paura verso la danza? Più comunemente la paura crea voglia di scappare o la totale paralisi dei movimenti. Invece tu hai pensato a danzare la paura, creando come diversa reazione alla paura, come è nata dentro te?

Bassam Abou Diab:  Si. Credo che tutti gli artisti pensano a quale possa essere il loro ruolo ed anche a che cosa possiamo fare per la società, in questo spazio così grande ed in ogni situazione nel mondo. Specialmente in situazioni di guerra, o quando ci sono problemi con la legge o problemi di soldi  in ogni genere di situazione. Per esempio nella città contemporanea dove ci chiedono di  fare tutto per i soldi. Come artisti noi abbiamo questo potere, abbiamo il nostro corpo: noi possiamo parlare, possiamo cantare. 

Immagine 1: Bassam Abou Diab in “Under the Flesh” 

C.R.: Come sei passato dalla paura alla danza? Come hai inserito nella danza la sensazione della paura? Come è nata in te l’idea di muovere  il processo creativo dalla paura verso la danza? 

B.A.D: Per paura tu intendi perciò la paura generata dalla guerra? O meglio dalla guerra e da tutte quelle situazioni che si presentano nella e con la guerra?  Perché è un’idea astratta:  qual’e’ il limite per il corpo e come il corpo può difendersi dal pericolo della guerra? Dalle bombe e da armi molto potenti? L’intera umanità davanti alla guerra non può fare nulla. E’ un’idea astratta, perché noi non possiamo fare nulla, ma abbiamo il desiderio di mettere la nostra vita in salvo. Noi cominciamo ad immaginare cosa possiamo fare, come fanno i bambini, che non hanno nessuna soluzione, vogliono fare qualcosa ma non è possibile. Così loro immaginano delle storie ma non sono reali. Anche per me, è stato così, ho iniziato a pensare al mio corpo in questo modo. Che cosa ha cambiato la guerra nel mio corpo. Non solo nel mio corpo,ma anche in altri corpi, in altre persone, in altri paesi, in altre storie. Il corpo è come una scatola, ed in questa scatola ci sono tante memorie e queste memorie creano..

C.R.: La propria individualità ?

B.A.D.: Si creano me stesso, ma anche la struttura del mio corpo e le sue  reazioni. Perché la reazione è inconscia. Ma la memoria inconscia, viene da qualcosa di molto profondo dentro te.

C.R.: Forse da qualcosa di molto profondo, da qualcosa di molto forte, da qualcosa di molto lontano nella memoria. Anche attraverso la danza, il tuo corpo può ricordare tutto. 

B.A.D.: Si infatti. 

C.R.: Può anche trasformare. Questa è la strada che hai usato? Lasciare che il tuo corpo trasformi la paura in danza? 

B.A.D.: Si, è come tornare alle origini. Come tornare alle proprie memorie.  Le memorie infatti sono quello sulle quali ho lavorato. 

C.R.: Quale importanza pensi che abbia “ricordare”, avere dei ricordi per un artista? 

B.A.D.: Tutti gli esseri umani hanno memorie e ricordi, ma per gli artisti  è importante. E’ importante perché i ricordi possono essere materiale sul quale poter  lavorare. Per lavorare con la memoria, dobbiamo essere molto onesti, perché noi  abbiamo nel nostro corpo, quello che abbiamo fatto e nella nostra mente quello che abbiamo detto. Noi abbiamo molte immagini interiori e queste immagini sono materiale sul quale costruire. Nel mio lavoro le immagini sono molto importanti, il mio processo creativo parte dalle immagini. Comincia da immagini interiori, esce nella realtà in qualche forma e di nuovo ritorna ad un’immagine interiore.  Così creo. Credo che sia importante, la memoria ci fornisce sempre materiale sul quale lavorare. 

C.R. : Che importanza ha la tua memoria fisica,  la memoria del corpo per te? Quando prima hai parlato della sensazione di paura e della fuga da qualcosa ma anche del ricordo del suono continuo dei bombardamenti che può essere familiare per qualcuno che ha abitato per lungo tempo in un paese di guerra. Le sue orecchie sono sicuramente diverse da chi è cresciuto in un luogo dove ha sempre regnato la pace. Che cosa pensi che la memoria del tuo corpo ti ha dato in termini di importanza per la tua memoria fisica? E come hai usato o usi questa memoria per il tuo lavoro? Se pensi che le tue esperienze fisiche o psicofisiche siano state importanti per te.

B.A.D.: Si specialmente in questa performance come ho già detto. Ho visitato la mia memoria e le immagini che sono apparse mi hanno dato ispirazione per una tipologia di movimento. E questo movimento è stata una sorta di reazione e poi ho creato i movimenti. Riguardo i suoni, per esempio, il nostro corpo automaticamente se sente un rumore molto forte o il suono di un’esplosione ha una reazione immediata diretta, senza nemmeno pensare. Questo a me accade, ancora oggi ogni volta che sento un suono simile alla guerra:   sono subito pronto, sono in tensione in meno di un secondo.  Immediatamente sono assolutamente presente,  in tensione e prontissimo per avere una reazione, perché quando senti questo suono per la prima volta, devi avere una reazione. Perchè se non hai una reazione immediata..

C.R.: E’ possibile che tu muoia

B.A.D.: Si esattamente. Questo poi rimane nel tuo corpo per sempre, non è più una reazione, diventa un istinto appreso. Un istinto reattivo, che farà sempre parte di te.             

Immagine 2: Bassam Abou Diab e Samah Tarabay, musicista,  in “Under the Flesh” 

C.R.: Nella performance “Under The Flesh”,  che ho potuto vedere di persona, c’è anche  un musicista che suona il tamburo con te.  Quanto è importante per te in questo lavoro, il tamburo?  Quale è  il significato se  c’è  della presenza di questo tamburo, per te, nella performance? 

B.A.D: Il tamburo è uno strumento tradizionale in Libano. Lo abbiamo da sempre nelle nostre vite: nei matrimoni, negli eventi pubblici. Ed anche perché il suono del tamburo, non è delicato, ma piuttosto è forte. Nel mio lavoro la presenza del tamburo è molto importante,  perchè il suono di questo strumento ingenera in me il ricordo della violenza. Come se ci fosse il suono delle bombe. E’ molto diverso da tutti gli altri strumenti, è forte ed è anche connesso con il suono della guerra. Perché, anche in antichità, si usava il tamburo per indicare l’inizio della guerra.  Inoltre anche dal punto di vista artistico mi interessava, usare questo strumento del folklore tradizionale, unito alla musica tradizione ed anche la danza, per poter creare un linguaggio, anzi più di un linguaggio. 

C.R.: Quindi il tamburo in Libano è sempre stato presente nelle cerimonie e poi è entrato nel folklore tradizionale?  Perché hai scelto proprio questo tipo di tamburo per la tua performance? 

B.A.D.: Ho scelto proprio questo tamburo perchè ha un suono molto forte. Ha stimolato la mia immaginazione, ha creato immagini della guerra e mi sembrava simile al suono delle bombe. Ed anche perché il mio lavoro creativo attinge dal patrimonio tradizionale del Libano. Mi interessa continuare la tradizione, dare nuova vita all’arte tradizionale, e renderla parte della nostra vita contemporanea. Mi interessa attualizzare la tradizione, interpretandola in chiave contemporanea. Permettendole così di essere presente nell’arte contemporanea.

C.R.: Puoi raccontarci allora com’è la vita in Libano nel presente? Com’e’ vivere lì? E se con la performance, tu sei riuscito a trascendere la paura? 

B.A.D.: Adesso in Libano, si vive normalmente. Ma il Libano è un paese strano: in un angolo del paese c’è ancora la guerra ed in un altro angolo del paese puoi essere invitato ad una festa. Anche se è un piccolo paese, ospita al suo interno molti tipi di vite possibili, al suo interno convivono diverse mentalità. Ora non c’è la guerra in Libano. Ti ho parlato della guerra che c’e’ stata. Non è una guerra vecchissima, risale a circa venticinque anni fa, e l’ultima nel 2006 a circa dieci anni fa. Questa guerra è stata con Israele. Abbiamo avuto anche la guerra civile e la guerra civile è finita ma non nei nostri corpi e nelle nostre teste. Questa guerra è invisibile. Non possiamo dirlo in strada, ma tu puoi vederlo nei corpi delle persone e negli occhi della gente e se qualcuno si muove in un’area diversa da quella della propria abitazione o se supera i confini di determinate zone,  si arriva all confine con la guerra. 

C.R.: Com’è la scena della danza contemporanea in Libano? Com’è esser danzatore in LIbano? O meglio in Beirut? Visto che hai detto che ci sono molte differenze tra aree del paese. 

B.A.D.: Beirut è una città molto aperta per tutti  tipi di arte ed è anche una città ricca. Ci sono persone ricche e artisti di tutto il mondo che girano a Beirut. Ci sono persone di nazionalità diverse che convivono e questo genera un’atmosfera favorevole alla creazione per gli artisti, ci sono anche molti luoghi dove lavorare. Nelle altre città, in generale, in Libano c’e’ meno apertura:  il pubblico ama vedere cose tradizionali. Per esempio, c’è il teatro, ma un tipo di teatro antico. Per quanto riguarda il contemporaneo, forse ci sono una o due compagnie, che fanno danza o teatro contemporaneo. Per il resto ci sono gli artisti individuali. Ci sono anche piccoli gruppi che tentano di fare danza contemporanea, ma scopiazzano un po ‘ dall’Europa e veramente si può dire che fanno più danza moderna che contemporanea. Abbiamo una comunità molto piccola di artisti che si occupano di arte contemporanea. La percentuale di chi danza, in Libano,  è molto alta. Il nostro è un piccolo paese, per esempio siamo quattro milioni di persone e tra questi quattro milioni, se vai  a vedere la percentuale dei danzatori è molto alta, se comparata con le medie generali di altri paesi. Ci sono tanti danzatori, questo si. 

C.R.: Più alta rispetto ad altri paesi? Ma che genere di danze tradizionali? Come danza del ventre?

B.A.D.:  Non solo danza del ventre, ma anche dabké, balletto classico, tutti vogliono danzare e parlano di se stessi come danzatori. La tecnica non è così evoluta, ma in ogni caso la nostra società è vicina alla danza, in tanti amano danzare, guardare spettacoli di danza, andare a teatro. 

C.R.: Le persone per lo più vogliono vedere spettacoli di danza tradizionale? 

B.A.D.: Non proprio o non solo di stile tradizionale, ma davvero loro vogliono vedere uno “spettacolo”, persone che danzano si, ma anche un sacco di tecnica e tante luci e molti vestiti. 

C.R.: Qualcosa di veramente spettacolare ho capito: dei grandi show! 

B.A.D: Si, secondo la moda di altri tempi. Penso che loro vogliano anche dimenticare ciò che di male è accaduto nelle loro vite a causa della guerra. Non vogliono parlare della guerra e neppure dover ricordare tutto quello che è accaduto a causa della guerra nelle loro vite. Vogliono dimenticare. Per me non va bene, non è una buona idea, perché noi abbiamo avuto una guerra. Quando la guerra finisce, finisce all’improvviso. Non decidiamo noi né quando la guerra inizia né quando la guerra finisce.  All’inizio della guerra hanno reso molti di noi soldati, combattenti;  poi quando la guerra finisce all’improvviso, la nostra mente è  ancora in guerra. 

C.R.: Il fatto che una guerra finisca, non vuol dire che immediatamente possano terminare gli shock creati da una situazione di conflitto. Ci vuole sicuramente del tempo, perché i corpi e le menti possano elaborare e assorbire i traumi causati da una guerra. Per un artista, creare  una performance connessa con questo può essere, in qualche modo, una medicina. 

B.A.D.: Si assolutamente. 

C.R.: Ricordare, come fai tu nella performance, è l’opposto del cancellare dalla memoria.  Si tratta piuttosto di permettere al proprio corpo ed alla propria mente di assorbire ed elaborare questo shock. 

B.A.D. : Dobbiamo ricostruire tutto,  dopo questo shock. Ma dobbiamo essere attenti  perché quello che abbiamo attraversato  è una  guerra, è rimasta traccia di questa violenza ed anche della solitudine e della separazione tra essere umani. I nostri corpi non  conoscevano questo linguaggio violento precedentemente, durante la guerra si perde l’umanità. 

C.R.:  Quello che descrivi tu in “Under the Flash” è una guerra vera. Che cosa volevi esprimere con la tua danza? 

B.A.D.: Non so, se, nel mio caso si possa parlare di danza. Io preferisco parlare di movimento fisico o di come ci si muove. Ho provato a fare teatro, teatro fisico, creare una danza senza danzare, senza necessariamente creare una serie di movimenti precisi in sequenza precisa. Ho provato piuttosto a generare dei movimenti veri, reali, anche se talvolta non sono davvero reali: a volte li prolungo e provo a divertirmi nell’eseguire quei movimenti, però provo a non danzarli. E’ un concetto complicato, che fatico a spiegare in inglese. E’ come provare a danzare, senza creare una coreografia vera e propria, senza usare le tecniche della danza. Ho cercato, piuttosto, di danzare la realtà. Danzare, come raccontare una situazione ma senza nessuna regola. Volevo trasmettere come sia possibile che le esperienze e le sensazioni individuali e personali possano diventare generali per alcuni gruppi di persone ma, a volte,  anche  per un intero paese. Forse quello che voglio dire io, vuole essere detto da un milione di persone intorno a me. Perché certamente io sono uno ma sono anche parte di una comunità. 

Immagine 3: Bassam Abou Diab in “Under the Flesh”, Danza Urbana 2017, Bologna. Immagine di Claudia Roselli 

C.R.: Nella tua performance anche la parola ha un ruolo molto importante. Abbiamo già parlato della presenza del traduttore in scena durante lo spettacolo perché hai scelto di usare soltanto l’arabo nella tua narrazione per essere più vicino a te stesso. Hai sentito reazioni diverse in Europa o in Libano, dal pubblico? O le persone hanno avuto reazioni simili? 

B.A.D.: No in Europa ed in Libano è stato ed è diverso. In Europa le persone  generalmente vedono qualcosa che non conoscono e devono scoprirlo. Per il pubblico libanese, c’è un coinvolgimento più emozionale, loro vivono questa performance ad un livello più personale. In Libano hanno vissuto direttamente la guerra che sto raccontando, la conoscono, la hanno nella loro memoria. In Europa è diverso perché ascoltano qualcosa che non conoscono direttamente, almeno la maggioranza del pubblico. Ne hanno sentito parlare ma non hanno avuto esperienza diretta, non ne hanno un’idea concreta. Quando faccio la mia perfomance qui, il pubblico deve pensare di più a cosa è accaduto, quale situazione io stia descrivendo. Penso che  il pubblico europeo possa seguire la  performance in maniera più logica, anche se ci sono delle sorprese. Il pubblico qui in Europa,  si chiede e ora che cosa succederà? Per me è importante essere più vicini, più connessi, anche se con storie diverse. 

C.R.: È molto chiara la distinzione: pensi che in Libano il canale più forte sia quello emozionale, connesso con le emozioni del passato. Lì la memoria della guerra è una memoria comune e così le persone condividono questa memoria e anche le emozioni collegate a questa memoria. Tra l’altro loro non hanno bisogno di nessuna traduzione: conoscono la tua lingua, non hanno neppure il filtro di una lingua diversa, sono perciò immediatamente connessi con la emozioni del tuo lavoro. In Europa, il cambiamento di lingua, la presenza del traduttore che deve rendere comprensibile in italiano, per esempio le tue parole, ed anche una memoria collettiva diversa, dona al pubblico un canale di fruizione della performance più razionale anche per percepire le emozioni. Il pubblico in Europa passa anche dall’ascolto della tua lingua e della traduzione, ascolta la narrazione. Tutti noi, in Europa, abbiamo memorie collegate alla guerra e a che cosa è la guerra, almeno in termini percettivi.  Ma percepire non è vivere. Quello che posso percepire io della guerra è completamente diverso da quello che una persona sa avendo  attraversato o vissuto  la realtà la guerra. Che cosa pensi che le persone possano ricevere dal tuo lavoro?

B.A.D.: Non lo so è molto complicato spiegare: non ho pensato spesso a che cosa possano prendere dal mio lavoro. Ma per me è importante che cosa possano pensare di quello che ho detto e ho raccontato, mi interessa sapere che cosa pensano quando lasciano il teatro e se vanno dopo la performance. Magari anche dopo qualche tempo, dopo qualche giorno, questo rende la relazione tra me ed il pubblico più vera. 

C.R.: Nell’ultimo decennio in Europa è cresciuta la paura degli attentati, senza nessun collegamento diretto con una guerra ma piuttosto con il terrorismo. Pensi che la tua performance possa alleggerire da questa paura? E’ difficile capire il senso di insicurezza che può ingenerare una guerra, se non l’hai vissuta. Ma se la tua vita si sviluppa in un clima, dove ti senti sempre perennemente sotto attacco. Vai fuori di casa per comprare il pane e senti il rumore delle bombe sopra la tua testa. Se sei un bambino, forse il primo giorno sei spaventato, il secondo giorno pure ma dopo il terzo giorno, riconosci il suono delle bombe, ma sai che devi andare a comprare il tuo pane. E’ una sorta di tecnica per la sopravvivenza. Nel tuo spettacolo emerge una leggerezza nel modo nel quale parli dei bombardamenti ed anche della bomba atomica. Siamo esseri umani:  la guerra spesso non è scelta ma imposta è una violenza non sopportabile, ma è necessario reagire per sopravvivere in qualche modo. Ho sentito questo significato profondo nella tua performance; ed il senso di leggerezza, l’ironia che emerge, a momenti, è una forte indicazione alla capacità reattiva. Dobbiamo reagire se vogliamo sopravvivere. Più le cose sono dure e più la reazione deve essere forte; se non vuoi essere costantemente sotto attacco devi reagire. Nella tua perfomance, è molto chiaro, questo: può essere tristissimo, ma in fondo è quello che dona la libertà nella tua danza contro i bombardamenti. Ed è veramente bello quello che si percepisce in questa danza. Grazie Bassam. Oltre Under the Flesh, hai dei sogni artistici che vorrai realizzare? Che cosa immagini per il tuo futuro? Hai delle idee per nuovi progetti? 

B.A.D.: Certo ho sempre dei sogni artistici che vorrei realizzare. Per me questi sogni cambiano spesso perché c’e’ un tempo per ogni sogno, ma poi questo tempo passa ed il sogno decade, anche se hai fatto quello che volevi fare, a volte il sogno decade. A volte li allontano a causa dell’esistenza dei limiti. Ma anche se voglio fare qualcosa o dire qualcosa senza condizioni, senza regole. Io provo, e la mia opinione, è una sorta di regalo anche sulla guerra. In ogni luogo dove sono, io cerco di essere presente e questa presenza,  quando desidero fare teatro o danza, si manifesta in un’interpretazione autentica, in maniera personale. Come i miei vestiti, il mio corpo, così il teatro è qualcosa che mi appartiene in profondità di molto personale. Tento questa strada e spero di poter fare tutto quello che ritengo importante fare e di dire tutto quello ho da dire. Certamente ho fatto molte performances e sono orgoglioso di alcune tra quello che ho fatto. Qualche volta ho dovuto lavorare anche per i soldi certamente. Ma ora ho deciso di seguire le mie storie e ne ho un sacco, di storie. Ho iniziato le mie creazioni e da qualche mese ho iniziato anche un nuovo progetto, è piccolo ma lo svilupperò e forse sarà pronto  tra un paio di mesi. Ovviamente sono tutte esperienze personali, ma quando dico esperienze personali, non racchiudo solo la mia esperienza, ma anche quella delle persone che hanno condiviso parte della loro vita con me. Perché le storie si intrecciano mentre le stiamo raccontando e questo per me, in maniera artistica, significa non essere speciale, ma provare a fare qualcosa di diverso dagli altri. Ma cerco sempre di fare qualcosa di molto vicino a me: provo un sacco di tecniche ma poi quando finalmente riesco a fare  quello che voglio, mi sento più onesto e di conseguenza più felice, e se posso dirlo anche più interessante. La mia storia personale per me è una fonte di ispirazione molto forte, la sento molto profondamente e qualche volta mi ricordo di Don Chisciotte della Mancia. Perché lui voleva cambiare il mondo intero e renderlo migliore, e si sa, questa è un’idea folle. Tutti hanno questo desiderio, qualche volta, me compreso che vorrei farlo e vorrei aiutare me stesso ad uscire da questa violenza, riuscendo ad uscire da questa guerra e dalla sua orrenda memoria. Vorrei dire alle persone che hanno condiviso con me queste esperienze che è importante pensare di più a quello che è successo. Desiderare tutto migliore per il nostro paese e per noi stessi, anche più umanità. E’ impossibile, ma provo con tutto me stesso. Se vuoi cambiare il mondo prima di tutto devi cambiare te stesso, non so che succederà davvero nel futuro, ma ci voglio provare. 

Bassam Abou Diab nel 2021 ha fondato Beirut Physical Lab, un’organizzazione indipendente dedicata al teatro fisico e alla danza contemporanea in Libano.

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