Generazione anni “80: “Noi, figli di nessuno”

Una pièce lirica e surreale – di quelle, in cui è solo alla fine che i conti tornano -; onirica, a tratti – ma giocata sul filo sottile dell’inquietudine di chi pinterianamente non sa se, il proprio, sia un sogno o un’allucinazione. Così è questo “N.N. Figli di nessuno”, drammaturgia di Francesca Garolla e regia di Renzo Martinelli, in scena al Teatro i di Milano fino al 27 aprile.

L’intento è quello di parlare del rapporto padri-figli, declinandolo nello specifico del confronto generazionale fra un padre degli anni “70 e suo figlio che, oggi adulto, si scopre figlio di… chi?

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C’è tutta la dialettica archetipica del processo di autodeterminazione attraverso l’uccisione simbolica del padre – qui ottenuta grazie all’intenzionale negazione della memoria. “Cosa ti ricordi di lui?”, ruggisce, il misterioso visitatore; e il figlio fa un uso strumentale dei propri ricordi: negandoli o promettendoli, a mo’ di lusinga, affinché lui resti. Ma c’è anche il ribaltamento di quel parricidio rituale. Non a caso si chiama Saturno, il padre – come il mitologico negatore dei propri figli – ad insinuare il dubbio che il realtà sia lui, il gran divoratore. Una dinamica dei ruoli quasi invertita: come se fosse il padre a dover uccidere il figlio per poter sopravvivere.  Però oggi Saturno è morto: e cosa resta, a Claudio – “Claudio di nome e di fatto”, si ricorda, alludendo sia alla sua bontà umana, che al suo handicap fisico -, se non fare i conti col suo fantasma per poter trovare una propria dimensione ed identità, per poter andare avanti?
Nessun duello. Solo un paio di scene di confronto diretto – efficacemente rese coi due contendenti ai lati estremi di una lunga tavolata -, falsato dall’equivocità delle identità. Chi è quell’uomo di mezz’età, inspiegabilmente comparso nella sala d’aspetto dell’obitorio? “Ciao, io sono Claudio!”, si presenta il ragazzo: “Lo conoscevi? Era mio padre…”.
Per il resto, è quasi il contrappunto di due voci monologanti
: le due varianti della medesima armonia di un violoncello – che fa subito musica da camera, riportandoci alla familiarità delle desuete credenze di salotti buoni d’antan. Ininterminabili flussi di coscienza – sentiti, poetici, gravidi di tutti quei turbamenti, che fanno di ciascuno dei due lo spauracchio di sé, nel timore di non aver saputo essere all’altezza del proprio ruolo. E, così, mentre Saturno è figlio di una generazione di “uomini che corrono… con coraggio…” – così gli avevano imposto i loro invulnerabili padri -, pur consapevoli che forse il loro è solo “il coraggio di chi non ha coraggio”, per paradosso suo figlio non può correre – “E’ pigro…”, sembra scusarlo; ma poi anche dice: “Imparerà…”. Claudio, invece, è “il bambino, che non sa camminare, l’adolescente, che non sa parlare, l’adulto, che non se ne sa andare…” – quanta allusione al fenomeno dei ‘bamboccioni’! Claudio è il nevrotico: quello del pensiero magico, con cui scongiura il terrore che il padre sia morto, ogni volta che ritarda – e, ora che è morto davvero, si sente quasi sollevato: perché il mondo non si è fermato e lui non dovrà avere più paura. “Non so se ho pianto. […] La morte, in fondo, è una cosa banale, molto naturale e per niente tragica”, si scopre a constatare, questo moderno Mattia pirandelliano o Zeno sveviano.

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Non solo un gioco d’assoli. E lo declinano bene, sia Giovanni Battaglia che Matteo de Mojana, tutto il palpitare dello struggimento reciproco del padre e del figlio, che si specchiano nei tratti somatici dell’altro – quasi che l’assomigliarsi fossero, infine, l’autentica effige della familiarità e il principio di riconoscimento e riconciliazione. Bravi, i due attori – dai tratti fisici singolarmente somiglianti, anche – nel mantenere un sottile fremito di lirismo ed un buon ritmo, nonostante i toni per lo più pacati e a tratti ‘soffiati’, quasi, del testo. Un fiume in piena – e ci passa in mezzo tutto: recriminazioni personali, rivendicazioni sociali, detriti di quella politica anni “70, che pervadeva tutto e tutti, nonostante tutto. E poi ancora: la paura di non essere all’altezza – “Ero un bravo bambino… e mio padre nemmeno me lo ha chiesto” – ed il desiderio di sottrarsi al proprio ruolo – “Se lui è mio figlio, io non sono suo padre”. Per paura, forse; o, forse, per narcisismo. Ma, alla fine, quel padre inizialmente ricordato solo per la sua bellezza e per la vanità di farsi fotografare, si riscopre nella presenza preziosa e discreta delle piccole cose fatte insieme – e di quella fotografia: la sola scattata a Claudio.

Uno spettacolo ingombrato ed ingombrante: come la scenografia iniziale, che sa quasi di horror vacui, benché poi svapori in strutture più rigorose e dal significato simbolico ben leggibile, e come il testo, a tratti verboso ed asfissiante, nella sua foga di dire, ma che, come un fiume in piena, poi ti culla, se riesci a lasciarti trasportare. Di certo, però, uno spettacolo non facile, che con “Solo di me” (2012) e con “Non correre Amleto” (un cui primo studio è stato presentato a Next 2014), costituisce un ideale trittico, volto ad indagare i rapporti con l’altro, passando attraverso a quel medium insopprimibile, che è il proprio sé.

 

9 – 27 APRILE

N.N. FIGLI DI NESSUNO

di Francesca Garolla
regia Renzo Martinelli
con Giovanni Battaglia e Matteo de Mojana
luci Mattia de Pace
suono Fabio Cinicola
produzione Teatro i con il sostegno di Next / Laboratorio delle Idee

Il testo è stato tradotto e presentato a Le Theatre Scène National di Saint Nazaire, Festival Ring a La manufacture di Nancy e TNP di Lione – Face à Face, Paroles d’Italie pour les Scènes de France.

Francesca Romana Lino

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agosto, 2022

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