Ricci/Forte – Testori: due Orestee a confronto

E’ curioso. A distanza di un paio di settimane soltanto, Milano sfoggia due diverse declinazione del medesimo classico. Sono “SdisOré” di Giovanni Testori, portato in scena da Michele Maccagno sotto la regia di Gigi Dall’Aglio e “Darling (ipotesi per un’Orestea)” di Ricci/Forte. La coincidenza non sarebbe poi così singolare, se si trattasse, ad esempio, di uno Shakespeare, in questo 400nario della sua morte. Invece no; è l“Orestea”, testo che indugia sul delicato tema del ricambio generazionale e sull’inadeguatezza di un sistema-stato, fatto di convenzioni e connivenze, pronto ad accogliere il nuovo sovrano al grido del: “E’ morto il re, viva il re!”.
“Ma può bastare, quest’assoluzione?”, sembra chiedersi il tragediografo.
La trilogia di Eschilo si scandiva in “Agamennone”, “Le Coefore” e “Le Eumenidi”, muovendo dalla velleità di dominio di quest’uomo, che anzitutto si percepiva come sovrano, prima ancora che padre, al punto da non esitare ad immolare la figlia Ifigenia pur di propiziarsi gli dei. Raccontava della livida vendetta ordita dalla moglie Clitemnestra e da Egisto, suo amante e con lei usurpatore del trono. E poi finalmente della loro mattanza, consumata dal figlio Oreste per vendicare Agamennone: inevitabile soffermarsi sul differente metro della giustizia naturale a confronto col diritto positivo. Se le Erinni non assolvevano il matricidio perpetrato da Oreste, lo faceva invece la lex della polis sotto l’egida dell’algida divinità tutelare. Forse non a caso Athena, generata dalla testa di Zeus, senza conoscere, cioè, il tepore del contatto materno. “Dura lex, sed lex”, aleggia.
Da tutto ciò la riscrittura testoriana e la drammaturgia di Ricci/Forte attingono aspetti differenti.

Se “SdisOré”, infatti, sfodera il suo grammelot di “alto e basso” per puntare direttamente al dramma umano del protagonista, dal rapporto morboso e irrisolto con la madre, alla vendetta e al senso di colpa del “giusto” di fronte a un sistema-stato auto assolventesi, “Darling”, invece, trasfigura le tematiche della convenzione sociale, sublimandole in azioni sceniche, per lo più, dal forte impatto iconografico. Mentre parla della contemporaneità, parla alla contemporaneità. E lo fa con copiosi riferimenti ai social e alle nuove tecnologie, che creano un estraniante ossimoro fra la sacralità sospesa e ineludibile del mito e prosaicità mondana del quotidiano. “Il futuro mi manda uno WhatsApp: “Nessuna pietà per te” più emoticon”.

"Darling (ipotesi per un'Orestea"
“Darling (ipotesi per un’Orestea)” — Ricci/Forte

Questo l’intento. Così i tre profughi che alla spicciolata sbarcano da dietro all’ingombrante container, sono immediatamente identificabili coi “disperati del mare” stretti nelle tipiche coperte marroni. E la funerea dama settecentesca, presaga non solo della sua parte nella tragedia, ma che autodenuncia fin da subito l’ “inopportunità” dei costumi – “Oh tempora, oh mores!”- e la fragilità di un sistema-casa, sistema-famiglia e sistema sociale, è una Clitemnestra dark, la sempre impeccabile Anna Gualdo, che alterna manovre manipolative a capitolazioni da soccombente. E’ tutto nel segno della fatica, dello sforzo, dell’auto costrizione. Così sciorinare i pur apparentemente innocui galatei delle convenzioni sociali sembra diventare un compito insostenibile, mentre, grottescamente, in divertimento ludico si volgono le parole in controluce della tragedia greca, dissimulata in un gioco di guanti duck mappets, scarlatti come mani insanguinate. Sono parole dure, pesanti, sferzanti. “Chi sono gli invasori, che fanno strage impuniti? – si domanda – Neppure l’Isis agirebbe con tanta precisione…”, chiosa e non si capisce più se la vera tragedia sia in quell’eco greca o nelle nostre vite attuali. Affiorano schegge di biografie del pentimento, in cui si fanno nomi e cognomi che sembrano consuonare con quelli degli attori in scena ed ecco che le tre “Iene” castigatrici che sono Oreste, Elettra e Pilade, abbandonano i loro giochi pungenti ma in fondo innocui, per uniformarsi al processo di inquadramento di massa. E similmente lei, ugualmente ostaggio di tute arancioni, un po’ braccio della morte, un po’ video di esecuzioni dell’Isis. “Siamo tutti interscambiabili, perché siamo tutti colpevoli”, sembra essere il sotto testo di una partitura fisica ben giocata da Anna Gualdo, Giuseppe Sartori, Piersten Leirom e Gabriel Da Costa, ineccepibili attori performer, mentre la regia insiste sul tema della decostruzione, stordendo il pubblico con musiche assordanti a soverchiarne le resistenze.
Fino alle estreme conseguenze. Fino all’inversione evolutiva pianificata di un futuribile per altro non auspicabile, piantata in modo scientifico-seriale in asettici vasi di fiori e raccolta in militarizzati scimmioni spenzolanti. La consueta estetica di Ricci/Forte e il collaudato gusto per un’analisi sociale e una provocazione che non sono certo senza un perché.

"SdisOrè"
“SdisOrè” — Dell’Aglio/Maccagno

Su un piano più psicanalitico e letterario, invece, se la giocano il regista Gigi Dell’Aglio e l’attore Michele Maccagno, in scena col musicista Emanuele Nidi a interpretare i quattro ruoli principali della tragedia – Oreste, Elettra, Clitemnestra ed Egisto. Dall’arancione delle tute e delle luci, dai rumori assordanti, da un eccesso di iper contemporaneo pur nelle atmosfere sospese, qui si passa all’intimità di un camerino. Un attore che, quasi stesse provando gli ultimi aggiustamenti prima di andare in scena, da solo rievoca la vendetta di Oreste. Ce la racconta, istrionico, secondo il collaudato modo dell’intrattenitore, che non rinuncia a condire i fatti con quel tantino di arguzia e di colore che fanno di una qualsiasi storia la sua storia. Poco o nulla, sul palco, eccetto l’invenzione linguistica di Testori e la poliedrica capacità interpretativa di Maccagno. Se la parola risuona della vivacità del dialetto e della contemporaneità delle lingue straniere, non manca per altro di stupirci, innalzandosi all’ aulicità del latino o accendendosi di preziosismi poetici, per poi scendere, in picchiata, nella licenza arguta o grassa della trivialità popolare. E questo medesimo movimento di funamboliche alternanze da capogiro riesce a riprodurle Maccagno. Un solo oggetto a identificare questo o quel personaggio, ma poi soprattutto la mimica generosa e allenata del mattatore in scena, tecnicamente capace e godibile, specie nel sostenere gli istrionici personaggi femminili. Così riesce a far propria la comica pesantezza di Clitemnestra, qui rappresentata come il vero uomo di casa, o per contrappunto, la gallinacea leggerezza di Egisto, l’acida permalosità della repressa Elettra, così come l’incestuosa sete di vendetta, ma poi anche il pentimento dell’eroe venuto a riportare l’ordine. Godibilissimo, in questo senso, il cammeo dei coniugi a letto, nel maldestro tentativo di un amplesso che sarebbe poi stato l’ultimo e che la regia sceglie di mostrato attraverso un gioco simil muppets in cui ci sono restituiti da parti del corpo del burattinaio Maccagno.  Eppure sono figli senza padre, questo Oreste, ma anche Elettra, non così diversi, in fondo, da Amleto; sono giovani che, per potersi affermare, si vedono costretti a uccidere perfino i surrogati di una genitorialità indegna al cospetto dell’ideale di cui di fanno vindici. E però si scegli di non farne un dramma. Si alleggerisce, invece, e s’ironizza. E si preferisce lasciar affiorare Shakespeare, in questa lettura di Testori, molto più che in altre: non solo nella sbalorditiva sovrapponibilità Oreste/Amleto, ma anche nell’insistenza delle furie nel tormentare il matricida e nella pazzia conseguente all’assassinio, che ricordano tanto da vicino pure Macbeth.

Andati in scena rispettivamente allo Spazio Tertulliano, “Sdisorè”, dal 20 al 24 gennaio, e al Piccolo Teatro di Milano, “DARLING (ipotesiper un’Orestea)”, dal 2 al 7 febbraio, forniscono due differenti ma egualmente interessanti declinazioni di un classico, che, in quanto tale, non può che avere profonda attinenza con la contemporaneità, a cui s’interfaccia in modo critico – a tratti pure criptico -, ma di certo non banale.

Francesca Romana Lino