“I’m a Kommunist Kid”: intervista a Glen Çaçi

A Firenze, durante il festival Fabbrica Europa, ho incontrato ed intervistato Glen Çaçi, autore e performer albanese. Lo avevo già visto in scena, qualche mese prima, nello spettacolo La tempesta di Motus. Durante il festival, nel mese di maggio, ho avuto la possibilità di vedere il suo ultimo lavoro:  KK / I’m a Kommunist Kid. In scena solo lui e il fratello Olger Çaçi, anche lui artista nato in Albania e trasferitosi in Europa da diversi anni.

Claudia Roselli: Ciao Glen, puoi raccontare quando hai cominciato il tuo percorso di teatro e danza e perché?
Glen Çaçi: Ho cominciato il mio percorso teatrale nel 2004, non c’e’ un perché. Mi sono semplicemente messo in avventure che mi piacevano. Mi interessava mettermi alla prova fisicamente e scoprire il teatro. Ho creato il mio percorso lentamente: non sapevo cosa avrei fatto, non avevo pensato che avrei voluto fare l’attore… E’ stato tutto molto spontaneo e molto bello. Nel 2005 ho cominciato la prima esperienza lavorativa con un gruppo di Napoli che si chiama Taverna Est. Abbiamo ricevuto la Segnalazione Speciale di Premio Scenario e poi il nostro spettacolo è stato presentato in molti teatri in Italia. Abbiamo girato un sacco.

Claudia Roselli: Che spettacolo era?
Glen Çaçi : Era uno spettacolo di teatro basato sulle nostre storie. Un lavoro di ricerca sull’immigrazione e l’integrazione. E’ stata un’esperienza forte: si parlava di documenti, di legalità – non legalità, di confini. Lo spettacolo si intitola “O Mare”: perché il mare per la regista era l’unico posto dove puoi anche non avere una nazionalità, dove puoi anche essere apolide.

C.R.: Il gruppo era di Napoli?
G.C.: La regista era di Napoli e noi attori, o meglio performers, perché nessuno era un attore professionista eravamo di varie nazionalità. C’ero io, albanese, poi un ragazzo argentino, un ragazzo veneto, e due ragazzi italiani: una ragazza romana ed un ragazzo napoletano. Quindi un gruppo anche molto forte come sinergie:

C.R.: Sinergie tra i performers?
G.C.:
Si ed anche come mescolanza di linguaggi, di posture, di dialetti. Era un processo di lavoro creativo molto spontaneo. Facendo teatro entri in un meccanismo di studio e con lo studio approfondito si sa: il rischio è di incasellare troppo certe modalità e perdere la spontaneità. Magari poi si può fare il lavoro inverso. Ovviamente con lo studio si inizia un percorso che può essere anche infinito, non c’e’ mai fine infatti: puoi studiare e poi puoi dimenticare tutto e tornare alla spontaneità.

C.R.: Quella con Taverna Est è la tua primissima esperienza?
G.C.: Si io ho cominciato con loro a fare teatro e mi hanno buttato subito in scena.

C.R. Non avevi nessuna altra esperienza di formazione precedente?
G.C.:
No, però questa esperienza è stata parallela anche ad un’altra tipologia di formazione: vivevo in un centro sociale infatti, il D.A.M.M., il quale esiste ancora ed è a Napoli. L’acronimo sta per Diego Armando Maradona Montesanto.

C.R.: Il giocatore di calcio…
G.C.: Si!  Sono arrivato al D.A.M.M. in un periodo particolare del centro sociale quando si stava insediando un nuovo gruppo di artisti, provenienti da vari campi: dal circo, dalla performance e dalla danza. Passavano da lì danzatori, coreografi dalla Francia, ma anche vari registi di Napoli, i quali magari facevano le prove dei loro spettacoli lì. C’era uno scambio vivo. Non ho pensato con troppa determinazione voglio fare questo o voglio fare quello, ma piuttosto mi sono trovato lì ed ho iniziato a fare un po’ di tutto. E così senza aver seguito nessuna scuola vera e proprio io ho cominciato a studiare e mi sono allenato, anche se ero solo. Ho studiato la giocoleria e l’equilibrismo e andavo in strada a fare spettacoli. Poi facevamo anche cose con la musica.

Glen Çaçi e Olger Çaçi, in KK / I’m a Kommunist Kid, Foto di Alessandro Cecchi

C.R.: Eri stimolato da tutte queste nuove esperienze?
G.C.: Si. In realtà la mia primissima esperienza nel mondo dell’arte è con la musica

C.R.: Che cosa suoni?
G.C.: Suono la chitarra, il pianoforte e canto. A Tirana avevo fondato con un amico un gruppo di musica alternativa. Facevamo dei pezzi nostri.

C.R.: Eri il cantante?
G.C.: Si cantavo. Il gruppo si chiamava “Garret Junk”.

C.R.: In albanese?
G.C.: No in Inglese. In Albania c’era ovviamente una tendenza a scappare da tutto ciò che era albanese e a tendere a tutto ciò che avevo un richiamo esterofilo. “Garret Junk” significa, spazzatura da soffitta, le cose che lasci in soffitta e che hai smesso di usare.

C.R.: Che musica facevate?
G.C.: Musica alternativa, ispirata all’onda post-grunge, tipo Radiohead. Scrivevamo testi in inglese e qualcosa anche in albanese. Prima della musica ho fatto il portiere di calcio in Albania, della Dinamo Tirana.

C.R.: Hai fatto un sacco di cose!
G.C.: Sempre così, passando da un’attività all’altra. Mi butto in modo molto intenso a fare, fare, fare! Ovviamente questo è molto stimolante ma può portare a non approfondire nulla in maniera seria. Mi spiego se avessi continuato a fare il portiere, magari avrei approfondito molto quell’ambito, ma avrei soltanto giocato a calcio.

C.R.: Capisco, tornando al teatro, dopo Taverna Est, sei andato avanti?
G.C.: Taverna Est esiste ancora, ma si, io sono andato avanti, perché ho capito che mi interessava veramente. Mi piaceva e mi piace ancora stare in scena: sento che quello è il mio posto.

C.R.: Dopo Taverna Est quale è stato il percorso che hai fatto per andare avanti?
G.C.: Se mi metto a parlare di tutta la mia biografia non finiamo più…

C.R.: Allora parliamo dei passaggi per te più importanti, quelli più significativi per il tuo percorso nel presente. Magari tra dieci anni la racconterai in un altro modo, considerato che le esperienze possono essere ricordate con intensità molto diversa nel tempo.
G.C.: Si è tutto in trasformazione. Tra il 2004 ed il 2009, si sono susseguiti laboratori, residenze ed esperienze teatrali sperimentali con vari colleghi e registi con l’aiuto dei quali ho anche capito cosa non volessi fare più. Tra le più significative che hanno creato una sorta di background iniziale, c’è Polverigi. Esperienza cominciata nel 2009, dove ho avuto la possibilità di confrontarmi con artisti e persone per me molto importanti. A Polverigi ho fatto la mia prima creazione che era un assolo di venti minuti, si intitolava “Cascare dal Sonno”. Dopo questo primo assolo, c’è stata una voglia crescente di studiare ancora di più, ed ho cominciato un percorso con Raffaella Giordano di un anno e mezzo. Poi volevo continuare a studiare ed ho seguito vari maestri e coreografi contemporanei tra i quali: Jonathan Burrows, Jerome Bel, Masaki Iwana. Iwana in passato è stato molto importante per me, per lo studio della danza Butho. L’esperienza più forte, quella che mi ha fatto crescere di più sino ad ora è l’esperienza lavorativa con Motus. In parallelo a questo percorso con loro ho cominciato anche un altro spettacolo, un duo più elaborato. Io e la mia partner lo abbiamo presentato al Premio Equilibrio e lo abbiamo vinto.

C.R.: Il duo è Hospice? Lo hai fatto con una ballerina?
G.C.: Si, “Hospice”. L’ho fatto con una danzatrice e artista veneta che si chiama Silvia Mai. Lavorare con Silvia è stato un privilegio. Io penso una cosa alla volta ed il mio percorso si crea giorno per giorno. Mi domando dove mi porterà la cosa che ho fatto oggi. “KK” il lavoro che presentiamo oggi per Fabbrica Europa, al teatro cantiere Florida, è un lavoro molto diverso sia dal punto di vista formale che di concetto dai miei lavori precedenti.

C.R: Volevo infatti chiederti se nei tre lavori che hai creato tu come autore ed interprete, trovi che ci sia una continuità: nelle tematiche, nei sistemi di creazione, nelle poetiche?
G.C.: Quello che hanno in comune tutti e tre le performance è la tendenza a una strutturazione ritmica molto precisa al loro interno. Ma sono lavori molto diversi tra di loro. “Cascare dal sonno” è un lavoro molto solitario, dove io ho testato i miei sistemi individuali e personali di creazione. E’ un assolo dove io sono in un’evoluzione spaziale molto lenta con un water.

C.R.: E’ un lavoro di danza?
G.C.: E’ una performance , se vuoi la puoi chiamare danza, un flusso Ha varie fasi nello spazio, però perlopiù circoscritte intorno a questo oggetto che è un water. Mi piace l’idea di usare un flusso di immagini, di corpo, di suoni, da organizzare nello spazio in maniera coreografica. “Hospice” invece è un lavoro che è nato connesso con l’uso degli oggetti.

C.R.: Ho visto nelle immagini di “Hospice”: una vasca da bagno, una poltrona ed una televisione.
G.C.: Una televisione messa in verticale che sembra una finestra: nella quale viene proiettato l’immagine di un panorama ed anche dei video. Ecco si, i video per me sono un cosa importante e per ora non ne posso fare a meno.

C.R.: I video sono in tutti e tre gli spettacoli?
G.C.: In “Cascare dal Sonno” non ci sono video, ma in “Hospice” e “KK”, si. In “Hospice” c’è il video, come narrazione parallela al lavoro che facciamo in scena. In “KK” il video è usato in due modi:  è sia una video-ripresa dal vivo,  non narrativa, dove c’e’ un’attenzione alle diversi parti del corpo: alle mani, agli occhi, alla bocca. Io riprendo mio fratello, come in un talk show, lui è quasi sempre in primo piano.  E poi il video è anche utilizzato in maniera illustrativa rispetto al nostro dialogo in scena. Per esempio io dico a mio fratello: ” Vorrei farti ascoltare una canzone” ed insieme vediamo il video di questa canzone.

C.R.: Cosa hai scoperto, in “KK” di nuovo rispetto alle tue performance precedenti? Se, hai scoperto, nella tua ricerca fisica o artistica delle cose nuove.
G.C.: Si certo delle cose anche molto semplici. Dal punto di vista pratico, il lavoro mi è servito per capire il percorso che c’è tra la nascita di un’idea e la sua realizzazione. Perché finché non la realizzi non sai se può funzionare. Ma anche in termini del mio percorso personale, cioè: che cosa voglio fare io, come e a chi voglio indirizzare il mio lavoro. Facciamo un lavoro per indirizzarlo a qualcuno e quindi c’è anche da valutare se pensare al pubblico o non pensare al pubblico, oppure se pensare solo a se stessi. In “KK” ho imparato a gestire un po’ di più il pensiero rispetto al lavoro ed ho imparato anche a costruire in modo consequenziale. Ho capito che ogni lavoro è conseguenza dell’altro anche dal punto di vista della sua creazione. “Hospice” è nato con diverse scene ed immagini, poi montate in una sequenza. In “KK” c’e’ un tipo di montaggio diverso: volevo lavorare ad una cosa specifica, seguendo una logica molto precisa da A a B e da B a C ed anche vedere dove questo mi avrebbe portato..

C.R.: Un percorso molto consequenziale…
G.C.: Si, ho imparato questo, questa volta.  Ma forse la prossima volta sarà diverso.

C.R.: Utilizzerai un metodo creativo diverso?
G.C.: Si: ci sono dei meccanismi che ti aiutano a capire meglio come lavori. E’ difficile capire come lavorare con se stessi, non è facile. Ma si può capire i propri meccanismi, ed i propri funzionamenti ed anche imparare a fidarsi un po’ di più, anche quando senti che sei nel pantano più assoluto. Fidarti e convincere le persone con cui stai lavorando che si devono fidare di te e che anche se sembra che il lavoro non vada avanti in realtà stiamo lavorando sempre in una direzione. Per me sono importanti: l’attesa, il lavorare intenso ma anche il non forzare il processo di lavoro. Per cui se un giorno vado in sala e lavoro solo tre ore, va bene, non mi stresso per questo. Può essere che otto ore siano meno produttive di quattro concentrate, se vedo che non è il caso, preferisco fare solo quattro ore, poi andare a farmi il bagno al mare e tornare più fresco al lavoro.

C.R.: In “KK” c’e’ una una sorta di riflessione sulla vostra migrazione, ma anche  sulla vostra identità culturale, le vostre radici ed in senso più ampio sull’immaginario legato a tutto questo. Quando hai lasciato l’Albania e come mai? Dopo ci sei mai tornato? Che relazione hai con il tuo paese di origine?
G.C.: All’inizio ho avuto una relazione di amore e odio. Questo dettato dal fatto che era proprio difficile uscire e lasciare il paese fisicamente. Anzi era proprio impossibile perché c’erano delle restrizioni politiche ed economiche. Appena ebbi l’opportunità di studiare in Italia, io la colsi al volo. Per me l’Italia era la porta per l’Europa. Rappresentava proprio un’altra vita, c’erano molte più cose. L’ho lasciata per vedere altro, mi piace viaggiare. Non sono un tipo stanziale. Mi sento un nomade, quando sto molto fermo non sto bene. Oggi con l’Albania ho un rapporto tranquillo, sono tornato poche volte, ma perché non ho un legame fortissimo. Ho molti ricordi e molti amici, con i quali mi sento. Per l’ultima volta sono tornato nel 2012 in Albania.  Ed ho visto un grande cambiamento.

C.R.: E’ cambiata?
G.C.: Moltissimo si.

C.R.: Come sei potuto venire in Italia?
G.C.:
Sono venuto nel 2002, con un visto di studio. C’erano degli accordi di studio tra i due paesi. Per tanti studenti era solo un pretesto per venire in Italia, poi magari mollare anche gli studi. Si poteva scegliere di venire a studiare a Firenze, a Bologna, a Roma. Andava però finita tutta l’università, se invece lasciavi il percorso di studio perdevi il diritto al permesso di soggiorno e diventavi immigrato illegale. Tornando a “KK”: riguardo all’Albania ed alle radici direi che si tratta di un’emozione di spaesamento, una sensazione che abbiamo noi che passiamo da un posto all’altro. In “KK” si parte dai ricordi d’infanzia, perché il contesto dove sono cresciuto ha condizionato il modo in cui io vedo le cose ed il modo in cui sono io stesso, che non è condivisile con nessun altro a meno che questa persona non abbia vissuto tutto quello che ho vissuto io.

C.R.: Poi è abbastanza impossibile arrivati ad un certo punto della propria vita avere questa esperienza.
G.C.:
Si, si il tempo passa.

C.R.: No non è solo questo. Soprattutto legato al nomadismo, al distacco dalla propria terra di origine ed al vissuto in altri luoghi: queste esperienze influenzano formano ed interagisce con il tuo io, la tua personalità, la tua creatività, quello che tu senti in un luogo o nell’altro. Quindi questo rende ancora tutto più unico da spiegare.
G.C.:
Comunque per farla breve su “KK”, è un lavoro dove si cerca di riappropriarsi delle proprie radici anche mettendole in discussione e magari reinventandole un pochino. Ho sempre avuto attrazione per le culture altre. Cioè io sono sempre stato esterofilo, non mi sono mai sentito albanese. L’idea di appartenere ad una cultura non mi piace per niente. Che vuol dire però che sono esterofilo? Che sono più americano, piuttosto che tedesco o più italiano, in realtà io sono un mix di cose. Cose che mi piacciono, che faccio mie. L’idea di appartenere ad una cultura, con degli stereotipi, non fa parte della mia idea di cultura.

Olger Çaçi, in KK / I’m a Kommunist Kid, Foto di Alessandro Cecchi

C.R.: Glen a cosa ti riferisci alla cultura albanese oppure al fatto che quando sei cresciuto c’era un governo comunista?
G.C.: Per quel che riguarda il comunismo rimane solo l’estetica. Palazzi grigi, tutti composti e l’arte molto realista. Elementi che hanno creato un mio parametro personale di bellezza. Per me l’infanzia è stata senza macchine. Giochi rudimentali, giochi pericolosi. Un po’ come poteva essere l’Italia negli anni cinquanta, solo che invece in Albania questo era così negli anni ottanta. C’è perciò un gap, di trenta anni…Tra me e te che parliamo adesso, nella nostra storia e le nostre culture di riferimento c’è un gap..

C.R.: Un gap geografico?
G.C.: No non si tratta di un gap geografico. Perché in realtà l’Albania è soltanto a 70 km dall’Italia…

C.R.: Cioè non un solo geografico, ma anche emozionale, politico…
G.C.: Geopolitico?

C.R.: Non solo, anche psico-geografico, culturale-geografico….
G.C.: Comunque si. Quello che sento io, è come se volessi avvicinarmi ad una cultura, però sento sia che non mi appartiene, sia al contrario che in qualche modo è iscritta dentro il mio corpo, nelle mie ossa, nel sangue, nel mio modo di pensare….Quando parlo con gli albanesi, questo emerge in modo particolare Quando parlo con te sembro una persona diversa. Ma se ora io comincio a parlare con un albanese, divento proprio un’altra persona. Come è possibile questa cosa? E’ anche imbarazzante, ma cerco di capire, se può diventare una ricchezza. Mi astraggo dalla mia identità albanese, cerco di guardarla con altri occhi e di riproporla in un altro modo, con un’altra visione. Con la visione di chi è lontano da quella cultura lì, ma la ripropone, anche reinventandola un pochino.

C.R.: Ora dopo dodici anni che sei in Europa, in Italia, al di là del fatto che hai raggiunto il tuo sogno, e quindi hai attraversato un confine geografico e sei arrivato in un altro luogo, dove c’è un’altra cultura,  ti volevo chiedere se sei mai arrivato al punto in cui, hai sentito che ti è mancato qualcosa dell’Albania. Qualcosa di particolare?
G.C.: Cioè in qualche modo si…. c’è un mio riavvicinamento all’Albania, in questo momento.

C.R: Lo spettacolo è un po’ questo?
G.C.: Personalmente un pochino si. Ho cercato di inserire più punti di vista in “KK”. Intanto perché mi confronto con mio fratello che ha pensieri completamente diversi dai miei, rispetto a questa cosa. Infatti questa di reinventare la nostre radici in qualche modo è una mia necessità. Abbiamo una serie di giochini e pratiche che facciamo durante lo spettacolo. Dopo questa esperienza europea: fra Italia, Francia, Belgio, sento che può nascere qualcosa di ricco da un mio riavvicinamento all’Albania. Intanto perché’ sto seguendo molto la situazione politica e sociale e la vedo molto positiva in questo momento nonostante le difficoltà. Sento che qualcosa nel tempo è cambiato veramente e mi piacerebbe molto vedere che cosa: in particolare nelle attitudini e nel modo di pensare la vita.

C.R.: Anche tuo fratello ha lasciato l’Albania?
G.C.: Si, lui è anche più piccolo di me di età e non è mai tornato in Albania. Ha un po’ di nostalgia ma prova anche grande confusione, perché il suo ricordo dell’Albania è rimasto legato al passato. Lui ha lasciato l’Albania, nel 2000, ed è più piccolo di me di quattro anni. Quindi quando aveva circa diciotto anni e come ti ho detto a differenza mia non è mai tornato in Albania. Sono infatti curioso di vedere quando andremo insieme cosa accadrà.

C.R.: L’Albania è molto cambiata?
G.C.: Si tantissimo: è molto più europea, più consumista.

C.R.: Più globalizzata?
G.C.: Si, a loro piace così ed è forse anche inevitabile per certi versi, ma anche un peccato per altri.  Stanno passando una fase che l’Italia ha passato negli anni settanta: boom di costruzioni, boom di investimenti e sappiamo molto bene che cosa voglia dire questo…

C.R.: Grandi trasformazioni sociali…
G.C.: Si, tendenzialmente, vedo gli albanesi molto cambiati nel loro comportamento.

C.R.: A livello artistico hai visto un cambiamento?
G.C.: Non conosco molto bene la situazione lì. Perché sono stato troppo poco tempo lì negli ultimi tempi ma ho visto delle cose su internet.

C.R.: Non c’è un corrispondente cambio culturale collegato al cambiamento sociale? Non è così tangibile? C’e’ stata una forte trasformazione socioeconomica ma ancora a livello culturale non c’è stato nulla di così potente?
G.C.: L’Albania è molto televisiva in questo momento. C’è un forte spinta verso la televisione. Tanti talent, nuove trasmissioni televisive: fatte in modo bellissimo e di alto livello. Per il teatro c’è poco ma per la danza ci sono delle ottime scuole per formare proprio dei ballerini ad altissimo livello. Il teatro è sempre rimasto legato alla commedia albanese: non erano mai liberi di esprimersi come volevano, perciò ci sono dei testi un po’ moralisti, poca informazione, telegiornali che invece che dare informazioni, parlavano solo della raccolta di patate e di grano..

C.R.: Per spostare l’attenzione…
G.C.: Si però quello che è forte in Albania o a Tirana principalmente, dove ho amici, sono la musica e le arti visive. C’è un’ottima Accademia. Ci sono tanti pensatori fantastici, tra i quali miei amici e da lì provengono tanti artisti, anche conosciuti in Italia. Come Adrian Paci, molto molto in gamba, oppure Anri Sala, uno degli artisti più quotati in Francia. Sono della mia generazione forse due o tre anni più grandi, però li ho conosciuti in Albania in quegli anni.

C.R:: Frequentavate gli stessi posti in Albania?
G.C.: In realtà la mancanza di libertà portava come una voglia di esplosione, esprimibile in tanti modi. Io l’ho avuta con la musica, ma c’è chi l’ha avuta con la pittura o con le istallazioni. Una cosa che amavo quando vivevo in Albania era proprio stare sempre in mezzo ad artisti, viaggiavamo con la testa, era l’unico modo per sentirsi liberi.

C.R.: C’era sempre anche una sorta di influenza artistica reciproca creativa?
G.C.: Si questo si c’era. Passava pochissima informazione, ma questo in realtà era una ricchezza.

C.R.: Uno stimolo? Perché quando hai poco sei obbligato a pensare, a viaggiare mentalmente…
G.C.: Per certi versi può sembrare un po’ ingenuo, perché se paragonato alla Storia Europea la tendenza dell’Italia e dell’Europa in generale, purtroppo – ma è anche bello che ci sia –  è quella di storicizzare un po’ tutto. Non si ha la libertà di dire: adesso vado, faccio questo, sto bene e sperimento. Quando lavori in Europa, c’è sempre un: chi l’ha fatto prima di me, quanto posso farlo io, quanto posso andare io oltre a questo, perché lo faccio. Ci sono troppe domande negli altri paesi Europei. Dal mio punto di vista, questo spesso può essere un bene ma può però anche essere limitante.

C.R.: Il tuo processo creativo è cambiato. Hai spiegato molto bene questa trasformazione, a livello biografico. Rispetto magari a quello che può essere causato da un condizionamento politico od anche dall’isolamento geografico-culturale rispetto ad un paese che ha magari più storia creativa o più libertà…
G.C.: Si, però da un altro lato, ho anche pensato che magari rispetto all’Europa, certe cose che vedo nei video fatti in Albania, possono sembrare molto retrò, ma in realtà è solo una questione culturale e va anche bene che sia così. Perché è contemporaneo solo quello che si fa nell’ovest? Quali sono i parametri per cui tu decidi che una cosa è contemporanea rispetto ad un’altra?

C.R.: E’ troppo complesso oggi parlare di questo…
G.C.: E’ lo so però è molto interessante come discorso ed anche da approfondire.

C.R.: Lo so è molto interessante.
G.C.: Ovvio, come artista devi essere molto intelligente, ancora prima di iniziare ti devi mettere in una condizione critica rispetto a quello che stai facendo e questo per me non è un gran bene. Perché c’è meno libertà anche se c’è più pensiero critico.

C.R.: C’è forse più crescita, o per lo meno crescita di un certo tipo, che va comunque relativizzata per capire se è crescita reale.
G.C.: Secondo me c’è bisogno di un equilibrio, sempre. Per me produrre pensiero, analisi, teorie è importante tanto quanto produrre esperienza, se non c’è un equilibrio giusto ed una cosa prevale sull’altra: non va bene. Mi piace l’idea di essere aperto su molti campi, di non categorizzare, di non giudicare e di dire:” ah questo si, questo no.” Credo che dietro ogni forma di espressione, ogni lavoro che si faccia, c’è sempre tanto lavoro, tanto coraggio Per esempio: non puoi giudicare un artista da un lavoro solo, devi conoscerne il percorso.

C.R.: Si è interessante, ed è per questo che stiamo parlando. Capire l’inizio ed anche la trasformazione, nella contemporaneità. Soprattutto un artista performativo,  difficilmente può trovare una definizione ad un’età giovane. Ci sono dei processi trasformativi che non possono essere definiti se non dopo la morte, per alcune persone, e poi c’è il processo creativo…
G.C.: Poi c’è una maturità che arriva solo con il tempo. Non si può dire: quando sarò maturo farò questo lavoro, è il lavoro stesso che ti fa maturare.

C.R.: Quale legame hai trovato fra la cittadinanza, la libertà e l’immaginazione?
G.C.: Ti stai appigliando a quello che ho scritto? (sorridendo, n.d.r.)

C.R.: Ho letto questa domanda nella presentazione di “KK” ed è una delle domande che avevo preparato per te.
G.C.: Quale è il legame tra libertà, cittadinanza e immaginazione? Quale è il legame? Oddio, non lo so se c’è il legame! Ma si, c’è sempre un legame tra le cose. Magari si può capire meglio o far emergere con l’esperienza. Il legame fra cittadinanza, libertà e d’immaginazione, in questo caso è proprio il lavoro che sto facendo adesso. Partendo dal concetto di cittadinanza, formalmente io e mio fratello, che non abbiamo la stessa cittadinanza, dal punto burocratico siamo diversi.

C.R.: Tu hai la cittadinanza italiana?
G.C.: Si e lui invece non ha ancora quella spagnola e perciò ha molti più problemi di me, per esempio anche rispetto all’assunzione per questa produzione. Pur essendo fratelli, siamo in posizioni diverse. La cittadinanza italiana mi rende più libero.

C.R.: Tu hai ottenuto la cittadinanza Italiana?
G.C.: Si quattro anni fa. Ora è un capitolo chiuso, sono contento e sono un cittadino italiano. Il problema della cittadinanza è un problema serio, il fatto di appartenere ad una cittadinanza piuttosto che ad un’altra. Quanti diritti hai, la quantità dei tuoi diritti: in più o in meno di un’altra persona. Questo discorso è vecchio quanto il mondo, lo sappiamo bene. La libertà e l’immaginazione.

C.R.: Più o meno diritti, e conseguentemente più o meno libertà…..
G.C.: No: uno le libertà se le prende, non è una carta che lo decide. Però si, okay, se libertà vuol dire che io dall’oggi al domani posso decidere di….

C.R.: Libertà vuol dire anche che non ti devi nascondere. Perché se non hai la cittadinanza italiana come hai detto all’inizio..
G.C.: Per esempio: mio fratello non è clandestino. Ha un permesso di soggiorno spagnolo che in questo caso è già qualcosa. Quando sei cittadino, ti danno la cittadinanza e hai più libertà nel viaggiare. Che è la cosa primaria dell’uomo. Io domani posso decidere di andare a Londra: compro il biglietto e vado. Mio fratello non può farlo, deve prendere un visto, capire dove può andare, dire quanti soldi ha in banca, poi dopo vedere se puoi avere un visto e poi magari anche partire insieme. Questa libertà manca. Però la liberta del viaggio di essere come uno vuole essere c’è sempre. Sei una persona libera e fai quello che vuoi. L’immaginazione, in “KK” Noi con la nostra immaginazione cerchiamo di reinventare delle pratiche, proprio per riacquistare, almeno teoricamente, un’appartenenza alla cultura albanese. Cosa che non ci appartiene più del tutto, perciò la reinventiamo un po’. Per me la connessione tra cittadinanza, libertà ed immaginazione è proprio questo lavoro.

C.R.: Costruisci con la tua memoria un passato tra la tua cittadinanza attuale e quella passata, diventi quindi un viaggiatore tra questi due mondi del passato e del presente e anche tra la due geografie..
G.C.: Si anche geograficamente, di certo culturalmente ed anche emotivamente se vuoi. Anche in “KK” c’è un viaggio continuo, c’è un continuo uscire ed entrare. Ci piace l’idea di aprire dei ponti con questo lavoro, di aprire dei varchi e di non definire troppo tutto. Per esempio ci sono delle parti dove ci sono delle scritte in albanese sul video ed abbiamo deciso di non tradurle.

C.R.: Parlate in albanese?
G.C.: Parliamo in albanese. Abbiamo fatto un lavoro sulle lingue, e poi, nel nostro caso è un po’ come siamo noi nella vita. Mio fratello parla con me in albanese, poi squilla il telefono e comincia a parlare in spagnolo e poi ricominciamo a parlare tra noi in italiano. Abbiamo usato questo stesso meccanismo. La prima cosa che mi viene in mente sull’identità culturale è proprio la lingua: perché con quella ti identifichi ed è il mezzo con il quale comunichi con le persone…Noi per scelta, abbiamo deciso di parlare in albanese, essendo questo un lavoro sulla ricerca dell’identità perduta. Abbiamo cominciato anche dalla lingua.

C.R.: E’ che forse questa lingua vi riporta anche all’infanzia. E’ un meccanismo: parlando in albanese, potete forse tornare ad uno stadio comunicativo vostro personale, così come potete tornare anche a luoghi vostri privati del passato. Se poi anche tuo fratello non è mai tornato in Albania, per lui la lingua madre ha un potere evocativo ed emozionale fortissimo.
G.C.: Lui lo dice anche durante il lavoro, fa proprio una riflessione sua sulla lingua. C’è un momento in cui lui dice: “Ascoltavo due albanesi parlare al ristorante l’altro ieri e mi sembrava di sentire due stranieri.” C’è proprio un estraniamento totale dall’albanese: nonostante ci appartenga e che si parli come loro. E’ la percezione di quella stessa lingua, tu l’ascolti però…. E’ molto strano da spiegare con le parole. Ecco si, credo che le parole non possano descrivere l’ampiezza di quello che cerchiamo di trasmettere con questo lavoro in generale. Ma anche nella vita in generale per me le parole sono troppo limitanti…

C.R.: E’ per questo che avete deciso di non tradurre e parlare in albanese?
G.C.: Noi quando parliamo in albanese, siamo sempre comunque tradotti e e sovra titolati. Però c’è un video in particolare con una parola chiave che noi non vogliamo tradurre perché per noi vuol dire troppo.

C.R.: Che parola è? Si può dire ora?
G.C.: La parola in albanese è “Qartesi” e vuol dire limpidezza, chiarezza. Questa parola esce in un video dove c’è un paesaggio molto bello albanese. E’ un video che ho trovato io, un po’ kitsch per certi versi, vecchio stile. Eravamo in dubbio infatti, quando esce la scritta in albanese sul video, se scrivere sopra la traduzione “Chiarezza”. Abbiamo davvero pensato molto a questa cosa, se tradurre questa parola o meno.  Ci sembrava che la traduzione potesse sembrare una didascalia, per dare un senso al lavoro. Ma avrebbe chiuso troppo, invece di aprire varchi e ponti, dove le persone possono entrare, allora noi in questo caso abbiamo deciso di non chiudere le porte e quindi di non tradurre questa parola.

C.R.: La parola non tradotta può essere come un invito. Un ingresso ad un altro mondo: non conoscendone il significato, per curiosità andare a cercarlo. Può nascere così un avvicinamento ad un’altra cultura.
G.C.: Sta poi al pubblico, se eventualmente interessato andare a cercare cosa significa. Per me la fine così,  rappresenta anche il desiderio di fare un po’ di chiarezza in generale. Sento di dover tornare a qualcosa, ma è un percorso che non decido io. E’ come se dovesse arrivasse da solo, non è una decisione determinata del tipo: “Adesso voglio fare un lavoro sull’Albania.” A me questo desiderio è arrivato e non è nato ieri, forse questo desiderio è nato dieci anni fa. Non so come dirlo: sono lavori che si costruiscono con il tempo.

C.R.: Che tu concepisci dentro te…
G.C.: Si, ma anche senza saperlo. All’inizio quando non sai ancora come lavorare.

C.R.: Una sorta di incubazione?
G.C.: Si : incubazione è la parola giusta. Tipo io mi ricordo che quattro o cinque anni fa vedevo questi video di cantanti albanesi, avevano un rigore performativo incredibile, una staticità incredibile nel cantare quasi senza sentimento, perché era proibito assumere delle forme di espressione. Dal mio punto di vista queste erano delle performance al limite fra minimalismo e surrealismo. Ho pensato che avrei voluto fare un lavoro su questa cosa qui, infatti poi il lavoro è arrivato, ma molto diverso da come me lo ero immaginato. Per cui torna il concetto del confronto tra quella che è l’idea e poi la sua realizzazione pratica. Quando i tempi sono maturi arriva un punto in cui tutto accade anche molto velocemente. Dalla fase dell’incubazione, di cui tu parli, c’è un momento nel quale tutti i punti si uniscono e si crea una sinergia. Per cui anche se penso che voglio fare un lavoro sulle radici, in una logica di riappropriazione delle radici stesse, solo all’ultimo ho pensato, chi meglio di mio fratello?

C.R.: Gliel’hai chiesto tu a tuo fratello di partecipare. Gliel’hai proposto?
G.C.: Si glielo ho chiesto io. Ho preso la distanza dal legame di sangue che abbiamo e ho cercato di veder mio fratello come un’altra persona. Pur essendo consapevole di avere una complicità estrema con lui perché siamo fratelli: questo gioco è molto palese dentro il lavoro.

C.R.: C’è una vicinanza? Un’intimità?
G.C.: C’è un’intimità fisica.

C.R.: Data dal fatto che siete fratelli?
G.C.: Cioè è data dal fatto che siamo fratelli, ma non solo da quello. In realtà è data dal fatto che abbiamo tanto vissuto assieme ed abbiamo dei linguaggi che nessuno può capire. Basta uno sguardo, senza parlare. Questa cosa è leggibile nel nostro linguaggio corporeo, anche se poi noi parliamo di altro e ci estraniamo da questo nostro essere fratelli. Per me è molto interessante. Anche se è molto difficile perché poi nascono dinamiche familiari inconsce, litigi vari. Siamo però stati molto bravi a gestire questo piano. Sono stato contento quando mi è venuto in mente proprio lui, ho pensato: come posso non farlo Olger? Gliel’ho proposto, abbiamo fatto una prova insieme e gli ho chiesto se gli andava di mettersi in discussione su questo piano qui. Mi ha detto di si e poi abbiamo lavorato.

C.R.: Olger ha una formazione diversa dalla tua?
G.C.: Si lui è un circense. Molta disciplina, molto rigore: fare la stessa cosa ogni giorno.

C.R.: Allenamento, disciplina…
G.C.: Si: allenamento, disciplina

C.R: Lui lavora in un circo? Fa l’acrobata?
G.C.: Noi lui non lavora in un circo, ma lavora come freelance ed insegna anche la sua disciplina che è il verticalismo: equilibrio invertito sulle mani. E poi partecipa anche a dei cabaret. Lui riesce a fare un po’ tutto perché nella sua scuola studi un po’ tutto: dall’acrobatica, al filo teso, alla giocoleria. La sua disciplina è proprio il verticismo. Ha un lato anche molto spirituale, è molto centrato. Rispetto a me che sono un vortice di cose in movimento, Olger è molto statico e questa sua staticità e questa mia non calma, si vede in “KK” e crea un bel contrasto. La cosa più strana è che siamo fratelli, però non ci assomigliamo per niente. Ci sono tante cose nello spettacolo. L’intero lavoro sta su un filo tra finzione e realtà: quasi teatro, quasi danza, quasi performance, sta in questa area qui, che infatti rispecchia molto il mio background. Non mi piace troppo definire la provenienza da un unico ambiente.

C.R.: Vorrei farti una domanda su tuo nonno. Nello spettacolo fai vedere una foto sua. Lo hai conosciuto?
G.C.:
In realtà, quello lì è mio bisnonno. Non volevo dire bisnonno in scena ed ho detto nonno. Ma no non l’ho conosciuto e l’ho solo visto in foto. Mio bisnonno è morto prima che io nascessi.

kk4-foto di alessandro cecchi

C.R.: Quindi non lo hai mai conosciuto e le storie che sai di lui sono solo raccontate?
G.C.: Si più che altro è un esercizio di immaginazione. Cosa vuoi sapere del mio bisnonno?  Come una sorta di esercizio: io me lo sono immaginato in tanti modi. So un po’ di cose di lui, anche senza averlo mai conosciuto.

C.R.: Vorrei sapere se era un sufi veramente…
G.C.: Mio bisnonno era di tradizione Halveti. Lui faceva parte di una minoranza presente nell’Islam che ha delle pratiche particolari. Una delle quali è anche quella di andare a fare degli incontri, dove si danza tutti insieme, ma non girando su se stessi!! Poi si bucano la pelle come con dei piercing: autoinfliggendosi un po’ come i fachiri, un po’ di dolore ma sono sorte di piercing veri e propri. Sono dervisci però diversi, non sono dervisci che girano. A me piaceva l’idea che lui girasse più che l’idea che lui si bucasse, e quindi con un po’ di immaginazione abbiamo raggiunto la formula che si vede nello spettacolo. Mi piaceva anche  l’idea di saperlo girare nella sua stanza. Lui ha vissuto in un periodo in cui la religione era stata bandita in Albania e perciò anche la pratica religiosa era abbastanza ristretta e limitata e quindi mi piace pensarlo così. E’ stato un esercizio di immaginazione. Realmente il suo grado spirituale era molto alto e faceva questi incontri mistici. Era una specie di padre superiore per tutti gli altri albanesi musulmani.

C.R.: Chi ti ha raccontato queste cose?
G.C: Mia nonna, ha delle foto sue.

C.R.: Sono belle. Non so se poi hai anche approfondito meglio, facendo una ricerca su queste pratiche, in Albania, prima che ci fosse il comunismo.
G.C.: No non ho approfondito, non ho fatto delle ricerche specifiche su di lui… E’ solo un passaggio. Un passaggio un po’ comico ma anche importante allo stesso modo: scoprire di avere tra i tuoi antenati un uomo che faceva queste pratiche crea una sensazione strana. Cerchi di capire come funzionava e chi era lui. Non so tanto di lui, ma magari mi informerò più avanti ancora e scoprirò altre cose.

C.R.: In generale sei interessato al sufismo? A queste pratiche etnografiche antropologiche cha hanno questi risvolti ritualistici?
G.C.: Si sono interessato ma non particolarmente. Sono molto incuriosito dal fatto che questi rituali  possano avvenire in Albania, perché l’Albania l’ho conosciuta in maniera molto diversa quando la religione era bandita e perciò mi stupisce che mio nonno potesse seguire queste pratiche. A me personalmente piacciono le pratiche rituali dove puoi ripetere un movimento all’infinito e poi magari entrare in trance ed avere un’esperienza mistica. Però poi nel praticarle ci vorrebbe anche una tendenza spirituale cosa, che io non ho al cento per cento, mi piace la pratica in sé. Rispetto alla pratica del sufismo mi sono informato un po’ ma non troppo: è solo un passaggio che abbiamo scelto di fare nostro, all’interno della performance, e questo accade solo attraverso la pratica. Su un lavoro di 55minuti, la nostra pratica sufi nostra 10minuti: è un tempo abbastanza lungo. Era proprio per assaggiare un po’ lo stato puro, per sentirlo realmente e per non fare uno scimmiottamento o una brutta copia. Ma io ed Olger non ci siamo informati su come realmente si faccia, non era nostro interesse fare quella pratica in quel senso.

C.R.: Glen hai scoperto se ci sono ancora oggi persone o gruppi dove ancora si perpetrino queste pratiche?
G.C.: Si, ma non so tanto. Per esempio so che la pratica di mio bisnonno è stata continuata da mio cugino che si veste anche come lui. Ho visto dei video su You Tube e c’è lui vestito come mio bisnonno che continua queste pratiche. La mia indagine però non è andata a fondo relativamente a quelle pratiche lì, perciò non saprei dirti di più.

C.R. Che modalità hai scelto per intervistare tuo fratello? Non so se è una scelta che hai fatto tu di proposito, ma ad un certo punto, durante il vostro dialogo si crea una strana tensione, come in un interrogatorio, ed è strano sapendo che siete fratelli. Hai scelto questa sensazione o è emersa da sola all’interno del processo creativo vostro?
G.C.: Si è creata questa condizione in un clima di totale fiducia sia da parte di Olger nei miei confronti che da parte mia nei confronti di Olger. Io metto sotto i riflettori lui per raccontare, con una certa distanza, delle storie comuni che riguardano anche me. Stando un po’ così, in bilico tra finzione e realtà, essendoci tanti elementi che possono essere un po’ fuorvianti ed anche un po’ destabilizzanti. Abbiamo parlato tanto ed abbiamo anche riflettuto su questa dimensione che si è creata nell’intervista un po’ mono-direzionale: lui sotto torchio, lui in primo piano in camera, lui che risponde alle domande. Abbiamo deciso comunque di mantenere questa distanza per evitare di entrare nel patetico e nell’emozionale. Cioè noi due siamo fratelli ed abbiamo la nostra storia e non ci serve andare in scena per sentirci più fratelli. Più che altro io ho deciso di prendere le distanze, di riconoscere mio fratello e di parlare con lui su alcuni punti che a me stavano a cuore, sapendo che lui era la persona perfetta. Ma studiandolo un po’ a distanza si è creata questa sensazione qui, che risulta essere un po’ un interrogatorio. In realtà non è un interrogatorio, ma un intervista. Abbiamo dovuto anche ridimensionare l’intervista, che era abbastanza lunga, e per quel che mi riguarda avrei potuto anche fare un lavoro solo su questa dimensione da intervista, però poi dopo insieme abbiamo voluto metterci a confronto con tante altre questioni, e quindi anche divertirci un po’ e capire anche che direzione poteva prendere l’intero lavoro.     E quindi abbiamo scelto questa struttura e l’abbiamo tenuta, con tutti i suoi limiti, con il tempo che ci è stato permesso di parlare e di esplorare tutte le questioni che ci stavano a cuore. E’ come se io e lui parlassimo insieme attraverso la sua bocca: si verifica questa dinamica.

C.R.: Tu e lui in che senso? Tu e lui come due migranti o tu e lui come due fratelli o tu e lui come due albanesi che hanno lasciato l’Albania? Tu e lui accomunati da cosa?
G.C.: Abbiamo tenuto abbastanza fuori la figura del migrante. Non mi interessava toccare la figura del migrante, in quanto immigrato. Mi interessava portare fuori questo senso di spaesamento che appartiene sia a me, che a mio fratello, ma anche a tante persone che conosco e che sono cresciute in quella dimensione lì, che hanno fatto un salto temporale di tanti anni rispetto al tempo reale dell’oggi e di altri luoghi. La mia intenzione era di far uscire questo senso di spaesamento sia linguistico che culturale ma anche di appartenenza, quindi tutto il resto è di contorno, ma è anche un pretesto per dire questo. Ovviamente in questo senso tutto il lavoro si complica un po’, si stratifica e ci sono plurimi piani di lettura. Noi due parliamo di tante questioni, non solo di immigrazione, ma anche di tante altre cose: di questo senso di spaesamento, di mancata appartenenza, del non sentirsi né carne né pesce. E poi lo portiamo in scena con tutti i disagi che questo comporta, le vulnerabilità, le emozioni e tutti gli spaesamenti.. Spesso magari in scena lui si emoziona, guardando alcuni video, alcune cose che lui non conosceva, e che io gli faccio vedere. Abbiamo usato questo filtro per parlare della nostra infanzia, delle radici ed un po’ anche del fatto che non sia così importante per noi capire se queste radici siano importanti o meno. Ma piuttosto è importante lo stare in scena in quel modo con tutte le difficoltà.

C.R.: Le vulnerabilità? Che avevate in comune rispetto all’essere sradicati e poi ri-radicati – ma non del tutto – anche perché de-localizzati in geografie che non erano quelle della vostra località di nascita e provenienza..
G.C.: Si un po’ questo. Ma questo è soltanto un punto di partenza, ci sono tante altre cose, attraverso le interviste escono tante altre cose anche abbastanza personali nei quali ognuno di noi si può anche riconoscere. Mi interessava far uscire qualcosa dell’essere umano, attraverso di lui. Tutto quello di cui parliamo è un pretesto per prendere le distanze da alcune cose e per reinventare un’appartenenza culturale anche in modo giocoso. Non credo che sia questa operazione che ci fa sembrare o diventare più albanesi di prima. L’Albania è un punto di partenza ed un contenitore però è un tempo passato ed anche uno spazio passato. Il salto temporale che abbiamo fatto noi da ragazzini del post comunismo al capitalismo europeo, che ci piace anche molto, è sproporzionato. Come ti ho detto prima, sembra non essere possibile che questo gap sia così grande, in realtà. L’Albania fino agli anni novanta è rimasta come l’Italia negli anni cinquanta, quindi in realtà è come se noi dagli anni cinquanta fossimo stati catapultati improvvisamente negli anni novanta. Quando noi ci confrontiamo con storie dei nostri coetanei europei sembra che stiamo parlando loro di storie avvenute in Italia negli anni quaranta-cinquanta e questo spaesamento culturale ha lasciato un imprinting su di noi e ce lo portiamo dietro. L’intenzione è di far trasparire un po’ questo “spaesamento” sia temporale che spaziale ma anche geografico, con tutte le ricchezze e i limiti che questo comporta.

C.R.: I video che mostri durante “KK” in bianco e nero dove li hai trovati? Hai consultato un archivio? Da dove provengono?
G.C.: Sono presi per scelta mia da internet. Ho trovato dei bei video messi online dall’Istituto Luce stesso o dalla Tv di stato albanese. Non ho fatto una ricerca in un archivio, non sono andato in Albania a ricercare in un archivio di Stato. Ma ho fatto una ricerca sul web, anche abbastanza accurata ed alla fine ho scelto. Sono molto particolari: i primi video di quelli che si vedono alla fine sono tratti da un canale folcloristico. Siamo in un’epoca in cui l’informazione è così chip, ed è molto accessibile: ho preferito ricercare tutti i video su YouTube o Vimeo, per scelta ho preferito questa modalità. Non ho fatta nessuna ricerca diretta alla Tv di Stato Albanese non ho avuto bisogno di nessun genere di permessi particolari. Anche perché ci vorrebbe molto più tempo per fare una ricerca di questo tipo, l’idea era di fare un lavoro molto economico e di basso profilo, sia dal punto di vista tecnico che di ricerca del materiale senza perderci troppo tempo. Piuttosto con uno slancio dato da tutti gli elementi che abbiamo a nostra disposizione: da noi stessi e da tutte le informazioni accessibili in rete. Questa è stata una scelta avrei potuto restare molto di più sui video, fare una ricerca in Albania, ma con i fondi che avevamo questa è stata la cosa più fattibile.

C.R.: Relativamente alla musica come l’hai scelta? Ad un certo punto c’è una sorta di musica elettronica, durante la quale tu ed Oleg cominciate a ballare. Come mai a fatto questa scelta?
G.C.: Si certo quel pezzo è dei Nine Inch Nails e si intitola “Copy of A”, in realtà avevo pensato di mettere anche il testo nei sovratitoli perché mi piace molto. Dice:“Io sono una copia, di una copia, di una copia. Tutto quello che ho detto è già stato detto prima. Io sono una conseguenza di tutto quello che è stato già fatto prima” .  Un po’ in questo tornava il concetto, di radici, appartenenza, del mettersi in mostra, ma anche di creazione, ed anche l’idea che noi siamo dentro un sistema circolare di informazioni e  non facciamo altro che elaborare informazioni che sono magari già state elaborate anche da altri…. Questo nel testo della canzone mi piaceva moltissimo: l’idea di una copia, di una copia, di una copia. Dell’eco dell’eco, di un eco. L’eco di qualcosa che è accaduto in passato, noi siamo quella cosa lì. Io sono l’eco, dell’eco, dell’eco del mio bisnonno che bucava il suo corpo, nel senso proprio mistico, insieme agli altri. Poi la musica è rock industriale ma proprio molto simile a dei motivi ritmici del nord dell’Albania. Una canzone ritmicamente e musicalmente molto epica e mi ricorda i ritmi leggendari del nord dell’Albania, questo contrasto mi è piaciuto moltissimo e ho deciso di farlo emergere sul finale.

C.R.: Che musica c’è nel nord dell’Albania? C’e’ differenza tra la musica del sud e del nord in Albania?
G.C.: Si è molto diversa: al sud somiglia più alla musica greca, c’è una musica molto più dolce e ritmicamente più lineare. Invece al nord dell’Albania il ritmo è molto più irregolare, molto più sincopato, è un ritmo in 7/8 che è ritmo tipico dei balcanici ed ancora più rarefatto come ritmo. Grandi gestualità, grandi posture con questo ritmo quasi epico, dove si raccontano leggende di figure mitologiche, che hanno combattuto magari contro i turchi o contro altri nemici. Il folklore è veramente molto vasto in Albania. E’ una questione soggettiva, ma a me piacciono molto queste danze particolari del nord dell’Albania. Tipo quelle danze che faccio vedere in video a mio fratello e al pubblico, prima di iniziare tutta la parte in movimento del lavoro e che poi sono anche quelle che noi eseguiamo alla fine rivisitandole a modo nostro e divertendosi anche. Quindi questa è la canzone. Gli altri pezzi musicali sono quelli della cantante Justine Aliaj che parla della patria e del ritornare nel Paese ed è molto emozionante. Ha una voce molto bella e nel video c’e’ quella specie di studio televisivo, set che noi ricreiamo anche durante l’intervista ed è la scenografia dello spettacolo. Creando così un doppio gioco visivo: noi che guardiamo un pubblico nel video ed un pubblico che guarda noi ed il video. Poi c’e’ anche un pezzo di Thom Yorke, che si intitola “Mother lode” e che noi mettiamo quando parliamo del viaggio, mi piace molto e stimola l’idea del viaggio attraverso la musica. Infatti questa canzone è usata in sottofondo mentre mio fratello racconta, di quando viaggia e mostra i documenti, dicendo anche che gli piace viaggiare. Gli altri pezzi musicali: c’è un sonata di Bach ed una sonata molto malinconica, specifico, per scelta drammaturgica che questo pezzo è molto forte rispetto agli altri. Poi ci sono altri pezzi che suono io dal vivo.

C.R.: Alla pianola?
G.C.: Si, anche quello per scelta, perché l’idea era di divertirsi dentro una cosa leggera però anche molto stratificata. Che potesse comprendere anche molti livelli di lettura, senza dover per forza pretendere o fare finta di dover fare qualcosa di denuncia estrema. L’idea era di fare un lavoro senza pretendere nulla, avendo solo noi stessi. Infatti se vedi la scena è abbastanza spoglia, se non per pochi oggetti.

C.R.: Si c’è la pianola, lo schermo video, la telecamera, due sedie..
G.C.: Si non facciamo un gioco sugli oggetti, siamo solo noi, e questo per me è una conquista rispetto al mio lavoro di prima che era un lavoro tutto sugli oggetti: molto ingombrati, molto pesanti e tutta materia da gestire. Qui il lavoro parte da noi e quindi abbiamo dato molto più importanza ai contenuti che alla forma, anche se le forme sono valide, ricercate, studiate. C’è questo rigore che vogliamo dentro questa libertà che cerchiamo di prenderci ed il lavoro deve solo continuare a crescere facendolo. Il lavoro cresce facendolo.

C.R.: Cosa hai mente per futuro?
G.C.: Penso sempre in continuazione. Non è mai una cosa chiara, in realtà è un processo che nasce nel dubbio, c’è una nebbia fitta. Il mio lavoro è fare chiarezza su quella roba lì, che poi pian piano arriva. Per ora so che voglio lavorare su un solo, ma vorrei lavorare senza niente.

C.R.: Vorresti stare in scena senza nulla?
G.C.: Si nulla si: né luce, né niente. Si vorrei stare in scena senza nulla, magari io e ed il mio laptop sul quale mettere su qualche cosa ogni tanto. Non mi è molto chiaro, ma ho questa sensazione. Pian piano il lavoro mi porta a chiarire quello che voglio fare.

C.R.: Grazie Glen, è stato molto interessante parlare con te. Buon lavoro.

Danza finale in cerchio con il pubblico in KK/I’m a Kommunist Kid, Foto di Lorenzo Masi (Firenze, 16 Maggio 2015)

Danza finale in cerchio con il pubblico in KK/I’m a Kommunist Kid, Foto di Lorenzo Masi (Firenze, 16 Maggio 2015)

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