Il bello di essere ‘brutto’

Perfettamente centrato con la mission di questa stagione – ‘Intrattenimento e Approfondimento’ -,  ai Filodrammatici di Milano fino a domenica 30 novembre è di scena “Brutto” di Marius Von Mayenburg, traduzione di Umberto Gandini, per la regia di Bruno Fornasari – co direttore artistico del teatro insieme a Tommaso Amadio, presente sul palco nel ruolo di protagonista.

Un lavoro preciso, chirurgico, efficace, questo di Fornasari, che muove da una commedia brillante capace di stigmatizzare la compulsione, tutta contemporanea, di fare dell’ ‘abito’ il ‘monaco’, incentrandosi sul mero packaging esteriore. Nella fattispecie, la trama racconta di come un brillante ingegnere venga escluso dalla possibilità di presiedere alla promozione del proprio prodotto a causa del suo aspetto poco avvenente; e di come questo gli spalanchi un mondo. Una felix culpa, quasi, dal sapore pirandelliano – riecheggia quel “Mattia”, che non a caso diventa oggetto di  “Mattia a life changing experience”, altra produzione dei Filodrammatici, in ripresa anche quest’anno.
Tutti attorno a lui l’hanno sempre considerato brutto – la stessa mogli non è mai riuscita a guardarlo che nel solo occhio sinistro… -, ma solo ora ne prende coscienza e decide di ricorrere ad un intervento di chirurgia estetica per correggere la sua deformità. Quel che ignora, però, sono le bizzarre conseguenze, che finiscono col renderlo il miglior ‘materiale informativo’ dell’abilità del chirurgo, nonché testimonial a tal punto ben riuscito da fare di lui un mero prototipo da replicare in modo seriale.

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Inevitabile non soffermarsi su alcune riflessioni legate al testo. Anzitutto balza all’occhio la soverchiante importanza, che la nostra società attribuisce all’immagine – Marius Von Mayenburg è un autore tedesco, a testimonianza di un fenomeno non circoscritto solo al nostro Paese. Del resto, chi non ha constatato quanto un bell’aspetto funzioni come biglietto da visita? Ma, al tempo stesso, quello su cui questa drammaturgia ci spinge a riflettere è come la tanto agognata avvenenza abbia anche le sue contro indicazioni – certo: qui è spinta fino al parossismo; però, è ugualmente tratto del vissuto comune, la constatazione che spesso i belli rischiano di venir esauriti al loro solo involucro esteriore – ad un certo punto della trama diventa assolutamente secondario se i rendez vous si stiano consumando effettivamente con l’ingegner Lette o semplicemente con un suo sosia artificiale. Ancora: ci costringe a soffermarci sull’anomalia per cui un mondo abituato a stereotipare tutto e tutti – escludendo sistematicamente chi non sia omologabile – è poi lo stesso che si fa paladino dell’individualismo, salvo poi negare proprio quelle specificità caratterizzanti che del singolo sono valore aggiunto.

Ma oltre a ciò, quel che colpisce – qui – è la resa registica. Il gioco sta in un azzeccato divertissement di opposti e dualismi, che affidano ad ogni attore un doppio ruolo: ciascuno vi entra ed vi esce col semplice click di un cambio voce o di un differente portato mimico a caratterizzare ora l’uno ora l’altro dei personaggi. Un’interferenza, quasi: una sconnessione, attraverso cui il regista, mette in scena la polimorfica convenzionalità che la nostra cultura declina in un impietoso “come tu mi vuoi”. Siamo tutte comparse – dotate, al più, del nostro minuto di celebrità -: ce lo racconta bene, questo, ad esempio la scelta di lasciare gli attori sempre a vista a far da tappezzeria, come si dice, nelle scene in cui non recitino. Proprio come nella vita, dove sembra quasi che non esisti, se non sei protagonista; e così ti tieni defilato, ai lati, ma pronto ad afferrare la prossima occasione buona per primeggiare al centro della mischia.
Interessante è anche l’esasperazione della finzione teatrale. Utilizzando la sola denudata profondità del palcoscenico spoglio, gli attori vengono fatti agire in questo non luogo abitato dai soli elementi vivi del palcoscenico: i mixer, attraverso cui loro stessi somministrano il suono, le luci, qualche sedia a bordo quinta ed altri oggetti di scena come le strutture metalliche dei cubi, buoni per la costruzione di differenti realtà – tant’è, in un mondo dove tutto è modulare, replicabile e caparbiamente beceramente uguale a se stesso. Eppure tutto acquista un’aura di assoluta credibilità, proprio a partire dal momento in cui viene sugellato il patto col pubblico. “Una delle cose con cui ho voluto giocare – si legge, dal  foglio di sala – è quel trucco, quella magia del teatro, per cui quando uno dice: ‘Questo è il Re’, l’attore sul palco diventa il Re. E se uno dice: ‘Quello non è più il Re’, allora quello non lo è più.” Queste, le parole del drammaturgo. Il regista le traduce in convenzione agita fin da quella battuta in cui Scheffler, diretto superiore di Lette, irrompe sulla scena con un’improbabile camicia hawaiana e, mani nelle tasche, esordisce: “Sto sbucciando della frutta…”. Un piccolo cortocircuito fra detto ed agito, ma che immediatamente segna la tara sul canone teatrale che verrà condiviso: la surreale oniricità del convenzionalmente accettato.

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Lo ribadiscono anche le luci.  Sul palco quattro led in sospensione trapezoidale, che ricordano un po’ l’illuminazione di un ring – con l’inevitabile rimando alla pressione performativa della società contemporanea  – ed un po’ quella della sala operatoria – focus semantico di questa drammaturgia -; in platea ancora un quinto, con funzione di rispecchiamento, a ricordare la specularità delle dinamiche agite fra i convenuti al di qua e al di là del proscenio. E lo stesso salire degli attori dalla platea, dove si erano camuffati fra il pubblico fino all’inizio della recita, o il loro vestire abiti comuni vanno in quella stessa direzione. Interessante notare come queste luci fredde e dall’allusività dissacrante cedano, invece, il passo a luci più calde ed intimistiche quando si soffermano ad illuminare l’umanità del protagonista – un Amadio, che, non a caso, è il solo a non avere un alter ego se non nel momento narcisistico, che lo vede avvolgersi nell’abbraccio, ma con uno diverso da sé. Sono i soli momenti – poetici -, in cui il protagonista, in uno stato di coscienza alterata – dalla preanestesia in un caso e dal panico nell’altro – lascia affiorare la verità che è in sé. Per il resto il ritmo è serrato, veloce, da sketch pubblicitario: il mordi-e-fuggi di un mondo che sa sì graffiare con battute fulminee ed esilaranti, giocare coi doppi sensi, concedersi in fugaci mercimoni e promiscuità a fondo sessuale, ma resta al livello di un assoluto analfabetismo quanto a sentimento, emozione, riflessione. E, probabilmente, gli sta bene così – perché, in questo modo, non si tange il livello dell’ “ente, in cui ne va dello stesso essere”, per dirla alla Heidegger.

Mentre invece, qui tutto aleggia – e galleggia… – sulla superficie delle cose, mirabilmente reso attraverso la recitazione brillante e volutamente stereotipata degli attori di formazione Accademia dei Filodrammatici: Cinzia Spanò (la disorientata moglie di Lette e Fanny, ricca ed attempata disinibita azionista di maggioranza della holding), Michele Radice (Scheffler, ma anche l’improbabile chirurgo estetico, fautore della fortuna e delle bizzarre sciagure di ‘Brutto’) e Mirko Ciotta (Karlmann, sottoposto di Lette, divorato dallo spirito di competizione e il conflittuale, simbiotico figlio di Fanny, invischiato nello spassoso morboso rapporto con la ‘madre dominante’) e poi Tommaso Amadio alias ‘Brutto’, a cui drammaturgia e regia regalano un maggior agio espressivo e che sa equilibrare bene il suo ruolo da protagonista in un intreccio sempre inclusivo e mai prevaricativo dei compagni.

20 / 30 novembre 2014
BRUTTO
di Marius von Mayenburg | traduzione Umberto Gandini | regia Bruno Fornasari | con Tommaso Amadio, Mirko Ciotta, Michele Radice, Cinzia Spanò | scene e costumi Erika Carretta | produzione Teatro Filodrammatici