Giacomo Sette: Genesi di un’Esegesi Sragionata per Antonio Gramsci #130Gramsci

Continuiamo la collaborazione con Propositivo e Giacomo Sette per il progetto #130Gramsci. Il testo che segue racchiude l’origine del viaggio creativo che ha portato Giacomo alla scrittura dei tre Flussi che ci hanno fatto immaginare Gramsci accanto a noi, nelle stanza dove stiamo leggendo, magari che ci osserva e pensa che siamo ancora qui, incancreniti per certi versi. Che con la sua pettinatura inconfondibile appare dietro la schermo del telefono o del pc, e noi, che ci vediamo riflessi nelle spesse lenti dei suoi occhiali, vorremmo potergli fare un sacco di domande.

Nell’ambito della sezione “Gramsci è Teatro Sociale – come il mondo teatrale odierno commemora il pensatore e ne fa vivere l’esempio” a cura di Simone Pacini e Azzurra Lochi.

I tre Flussi di Giacomo Sette per #130Gramsci

Genesi di un’Esegesi Sragionata per Antonio Gramsci

Paralleli

1 Gennaio 2021, mi sveglio tardi anche se non ho fatto tardi. Sono stato con mio padre e sua moglie la notte del 31. Abbiamo agitato delle stelle di quelle fiammanti che finiscono subito, mentre il cielo di Roma brillava a intermittenza di fontane gigantesche e bombe accecanti e noi lì, alla ringhiera, in pigiama come gli psicotici nei paesini che vivono con le mamme vecchissime e guardano la gente dal balcone. Non stavo con papà a Capodanno tipo da quasi vent’anni. Non andavo a letto a Capodanno a mezzanotte e mezza tipo da quasi vent’anni. Da una parte mi dicevo, beh amen. Sai, c’è la pandemia, il coprifuoco, tutto. Da una parte mi dico, beh è bello, starsene con papà. Da quando il mondo è crollato sto tantissimo con papà. Dall’altra mi dico, eccoti qui. Trentun’anni, mezzo disoccupato e mezzo no, che aspetti i ristori e paghi i tuoi abbonamenti, dovresti stare a casa tua autonomo e pagato e invece sei un giovane borghese, nella casa più riscaldata che conosce, quella in cui vivi grazie ai tuoi. Dall’altra mi dico, e la gente, le strette, le grida, la notte dell’Uno che pizzica sempre nel naso, che c’ha quell’aria sulfurea di futuro e rivoluzione, di soldi soldi soldi, di amori immortali, fortune spropositate, draghi che volano via lasciando incustoditi tesori incredibili, gioielli scintillanti, felicità paradisiache – e poi c’è Gramsci. 

Da ragazzo Antonio Gramsci odiava un sacco di cose, paradossalmente la maggior parte delle lettere d’amore sue che abbiamo le ha scritte in carcere. Quando forse odiava o avrebbe dovuto odiare veramente. Questo fa già capire quanto fosse fico Gramsci. 

1 Gennaio 1916, Gramsci ha venticinque anni, sei anni meno di me adesso. Pubblica “Odio il Capodanno” per la Rubrica Sotto la Mole del giornale Avanti! Fuori c’è la guerra di trincea, tra un po’ l’Italia verrà maciullata da qualche parte su al nord, la gente morirà e già muore a secchi e chi resta lo fa quasi per sbaglio, come gli avessero chiuso la porta davanti perché s’è fatto tardi. Tutto porterà al fascismo e per lui al carcere. Non esiste ancora un PCI, il giovane sardo e i suoi compagni per ora non l’hanno fondato. La Russia non è bolscevica, ci sono solo sangue, gas e budella. Fango e partitelle di calcio tra nemici, nella neve, la notte di Natale, prima di spararsi ancora addosso. Intorno a Gramsci, tra neutralisti e interventisti, fioccano superuomini entusiasti, arditi, lanciatori di granate e strani fantasmi con la maschera antigas. Tutti marciano verso futuri straordinari e li celebrano alla grande. Tutti sono convinti di aprire un portale mistico che qualcuno ha messo lì tra la notte del 31 e quella dell’1, dove gli anni si danno il cambio e la manna scende dal cielo. Non è così, dice il venticinquenne rompipalle come tutti i venticinquenni che scrivono cose politiche, siamo quelli di ieri e finché non faremo a pezzi questo mondo per concimarlo e farne fiorire uno più giusto e più umano – saremo sempre così: ubriachi e stupidi, col tifo in trincea. 

Non c’è nessuna connessione tra questi due capodanni. 

Ma dal miscuglio dell’”Odio il Capodanno” di Gramsci col mio personalissimo e minuscolo mal di pancia legato alla stessa festa, nasce Esegesi sragionata. Tutti conosciamo i meme, molto veri oltretutto, sul che fai a Capodanno? Quest’anno lo sapevamo più o meno già: stavamo da qualche parte, chiusi, senza muoverci. 

La pianta grassa 

Così ho immaginato il Gramsci prigioniero dei fascisti che si trova a passare il suo tanto odiato Capodanno ancora in attesa di questa donna meravigliosa che è il socialismo. E in una specie di flusso di coscienza (materia su cui ricerco da parecchio tempo), lo immagino mischiarsi col Gramsci del ‘16 e con questo strano Capodanno attuale. Che poi cos’è se non sperare in un domani migliore. Penso al sol dell’avvenire, a questo paradiso di uguaglianza e libertà messo da qualche parte lì nel dopodomani. Insomma, al futuro, siamo pieni di futuro. Lottiamo instancabilmente per chi ci sarà. Per quei giovani e figli che pagheranno le nostre scelte come noi paghiamo quelle di due generazioni fa. L’eterna lotta dell’umanità per il lascito. Quel regalo che incartiamo sempre per chi verrà e ancora non esiste. La nostra straordinaria capacità di proiettarci nel futuro, immaginare il domani, prepararlo per persone che ancora non esistono. 

È una cosa che trovo molto romantica, struggente e credo proprio sia unica. Si annovera tra quelle centinaia di cose speciali che noi esseri umani facciamo grazie alla fantasia, che forse ben più della tecnica ci distingue dagli animali. E poi mi guardo qui, alla mia destra e ho una pianta grassa che d’inverno è naturalmente destinata a morire, ma io sono un essere umano e quindi lotto per farla vivere. Soprattutto la immagino quest’estate, quando sarà stupenda, davanti alla finestra più luminosa e la sua terra tornerà a fiorire. Ho la capacità di immaginarla sana e salva e rigogliosa nel futuro e uso il presente per realizzare questa pianta bellissima che ancora non esiste. 

Sì più che una genesi è un’altra storia. 

Però penso che noi siamo le piantine grasse del futuro per cui Antonio Gramsci, un ragazzo sardo con un sacco di capelli, ha vissuto il suo presente, senza mai smettere di scrivere, proiettarsi in avanti, amare, e immaginare.

Giacomo Sette

Murales di Valentina Vinci e Giulia Atzeri realizzato a Macomer durante il Festival della Resilienza 2019 – foto di Ilaria Giorgi