“Il Partito”: conversazione sull’opera musicale di Fausto Amodei per #130Gramsci

L’otto novembre 1926, Gramsci venne arrestato a Roma e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli, il pubblico ministero Michele Isgrò concluse la sua requisitoria con una frase rimasta famosa: «Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare». Come il pensiero di Gramsci riuscì ad andare oltre, ad evadere dalle mura della sua reclusione fisica, così la cultura, in questo lungo periodo di emergenza sanitaria che ha cambiato radicalmente la quotidianità, ha trovato il modo per affrontare i limiti portando avanti il suo ruolo di guida necessaria per l’essere umano, per essere presente e a supporto della società.

Sono tante le realtà che hanno contribuito alla salvaguardia dell’universo culturale portando avanti con fatica e difficoltà, ma con rigorosa dedizione e passione, la produzione artistica.

Per questo terzo appuntamento di #130Gramsci abbiamo intervistato l’APS Rosso un Fiore,  nata per organizzare le attività del Coro Inni e Canti di Lotta della Scuola Popolare di Testaccio, che per il centenario dalla nascita del Partito Comunista, sta lavorando alla realizzazione dello spettacolo Il Partito, opera musicale di Fausto Amodei tratta da “diario di trent’anni” di Camilla Ravera.

Susanna Cerboni, del gruppo “comunicazione” ci ha parlato di questo progetto, in cui la narrazione corale e il canto, cardine di tutto il lavoro, rispondono alla necessità di trasmettere storie di uomini e donne che hanno creduto in mondo diverso e che continuano a vivere.

Azzurra Lochi: Com’è nata l’idea di questo progetto artistico e in risposta a quali necessità?

Susanna Cerboni: L’idea è nata comprensibilmente dalla contingenza del centenario della nascita del partito comunista ma anche dall’avere a nostra disposizione l’opera di Fausto Amodei “Il Partito”, composta circa 40 anni fa ed ispirata al “Diario dei trent’anni” di Camilla Ravera in cui viene raccontata la storia del PCI dal ’21 fino agli anni della Liberazione. Risponde alla necessità di proporre una narrazione che abbia i nomi ed i volti dei  tanti uomini e donne che hanno creduto in un mondo diverso e che  per questo hanno combattuto. Vogliamo raccontare quindi una storia che non sia solo quella della dirigenza ma anche della base che con le sue lotte e la sua appassionata militanza ha contribuito, comunque poi sia andata, ad affermare dei diritti e dei principi fondamentali nei quali ancora oggi, nonostante le diverse sfumature politiche, ci riconosciamo.

AL: Perché e come nasce il gruppo di lavoro e da quanti anni la vostra realtà studia e pratica i canti di lotta? In che modo vi approcciate all’esplorazione dei canti e quale etica seguite?

SC: Il coro “Inni e Canti di lotta”  nasce spontaneamente intorno a Giovanna Marini, musicista, ricercatrice ed appassionata del canto popolare e sociale, all’inizio degli anni ’90 e da subito ha sentito la necessità di far conoscere il più possibile questo prezioso patrimonio. Da allora lo studio ed il canto insieme è continuato senza interruzioni. Negli anni il gruppo ha visto passare tantissime persone ed ognuna ha lasciato la sua impronta arricchendone la storia. Inizialmente diretto da Xavier Rebut, oggi la sua direzione è affidata a Sandra Cotronei. Attualmente siamo oltre 40 persone che sono state capaci di restare unite e coese nonostante la pandemia trovando modi e forme ogni volta diverse per poter continuare a cantare insieme. L’esempio della preparazione dello spettacolo Il Partito ne è una testimonianza. Il nostro modo di avvicinarci ai canti è improntato ad un senso di profondo rispetto consapevoli che ognuno di questi racconta una storia, individuale o collettiva, che segna un percorso importante. Non solo quello che i canti dicono infatti ma il come lo dicono è fondamentale per capire il mondo ed il contesto da cui nascono. Ogni cantore è come se ci affidasse una parte di sé e cercare il più possibile di capirla e riproporla nel modo corretto è il nostro modo di rispettarlo. Ma non nel senso di un ricalco o di una copia “fedele” bensì nel tentativo di evidenziarne le specificità ed i tratti che lo rendono unico. Non vogliamo cioè limitarci a cantare ma trasmettere storie che continuano a vivere con le nostre e con quelle di tanti altri.

AL: Come nasce il lavoro di messa in scena e come si sviluppa, che ruolo assume il canto all’interno dello spettacolo?

SC: Sulla messa in scena siamo ancora in fase progettuale. Verrà curata da Antonella Talamonti che di questo si occupa da tanti anni. Ci saranno sul palco una ventina di persone tra solisti e coristi e verrà pensata appunto una teatralizzazione attraverso lo studio dei movimenti e della gestione degli spazi. La parte del coro, che per motivi logistici non potrà essere in scena, sarà in platea ed interverrà in alcuni momenti dell’opera a rappresentare la voce della base, dei militanti, del popolo. Il tutto sarà arricchito da un’installazione progettata da Maria Chiara Calvani. Ovviamente il canto è il cardine di tutto con le musiche di Fausto Amodei, la concertazione di Giovanna Marini ed il  coro, diretto da Sandra Cotronei, che ne è protagonista.

AL: In che modo volete raccontare Il partito e qual è il messaggio che volete comunicare al pubblico?

SC: Lo spunto del racconto è, come detto, Il Diario di Trent’anni di Camilla Ravera a cui Fausto Amodei si è ispirato nel costruire i canti. Dunque fondamentalmente la nascita del PCI con tutti i suoi ideali e le sue contraddizioni. Una storia importante che ha continuato a vivere nonostante la repressione e la situazione di clandestinità, i cui ideali hanno ispirato le tante lotte e gli scioperi a partire dal dopoguerra. La storia di un partito che ha caratterizzato la democrazia del nostro paese. Quello che cerchiamo di comunicare non è un agiografico ritratto con atteggiamento reverenziale ma l’idea di una forza che, nonostante molte discutibili prese di posizione, è stata comunque il baluardo più significativo contro ingiustizie, soprusi ed arroganze del potere in anni anche molto difficili.

AL: Tra le tante figure che compongono il vostro spettacolo come verrà raccontata la figura di Gramsci e su quali aspetti del pensatore sardo vi concentrerete?

SC: Gramsci è uno dei protagonisti fondamentali di questo affascinante racconto, insieme alla sua figura si parla degli altri artefici del partito, ma si dà anche molto spazio alle lotte ed ai movimenti che in quegli anni sono nati. Col canto dal titolo “Le due vie” ispirato dal diario di Camilla Ravera e musicato da F. Amodei, si riporta il suo pensiero in modo quasi letterale, come ad esempio il discorso sull’esistenza di solo due vie possibili da intraprendere, l’insurrezione o l’accettazione di soccombere ad un inevitabile offensiva delle “caste dominanti”, e la sua azione, si parla dell’occupazione delle fabbriche e dei consigli da lui sostenuti, si racconta la lotta e le sue modalità, si parla di tutti i luoghi in cui i compagni si mossero.

Le due vie

(di Fausto Amodei, tratto da  Il Diario di Trent’anni di Camilla Ravera)

Che prospettiva maturasse 
è ancora Gramsci che lo avverte:
lui sa che la lotta di classe
ha solo più due strade aperte
su cui si gioca la partita, 
senza che esista una terza  via d’uscita:
o al proletariato rivoluzionario
la presa del potere riesce a consentire
di realizzare quel passaggio necessario
a nuovi modi di produrre e di distribuire,
soltanto in base ai quali si svilupperà la produttività,
o accadrà che la classe proprietaria 
con le caste governanti
lancerà un’offensiva reazionaria
delle più terrificanti
senza più rispettare le apparenze di legalità.
O accadrà che la classe proprietaria 
con le caste governanti
lancerà un’offensiva reazionaria
delle più terrificanti
senza più rispettare le apparenze di legalità.

SC: Il racconto è molto corale, fatto di tanti altri protagonisti, dirigenti,operai, resistenti e sconfitti che insieme formano un quadro che ben rappresenta cosa sia stato il PCI nella storia del  nostro paese in anni anche decisamente molto difficili.

illustrazione di Valentina Vinci per #130Gramsci

AL: Il vostro percorso artistico prevede non solo la produzione e la messa in scena dell’opera ma anche l’elaborazione di un cd e di un almanacco, me ne potete parlare?

SC: Sì, stiamo lavorando sia alla produzione di un cd che speriamo possa essere un live dal concerto che, Covid permettendo, abbiamo previsto per il 21,22 e 23 giugno a Roma al teatro Vascello, sia ad un almanacco che, attraverso pillole di storia, biografie, canti, riferimenti letterari, cinematografici e in generale artistici, possa offrire un panorama ampio del contesto socio-politico e culturale in cui il partito nasce e si sviluppa. Per questo ci siamo organizzati in gruppi di lavoro, ognuno con un compito specifico, e stiamo raccogliendo moltissimo materiale. L’almanacco avrà anche un aspetto multimediale per ampliare le possibilità di documentazione. Tutto ciò che per motivi pratici non potremo usare nell’almanacco verrà però conservato e chissà che poi non si riesca a pensare ad ulteriori modalità di trasmissione.

AL: Gramsci affermava: “La cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri.” Come rispondete a questo pensiero, anche attraverso un canto, e qual è secondo voi il ruolo che dovrebbe svolgere l’artista e l’intellettuale nel panorama odierno?

SC: Pensiero giustissimo. È proprio attraverso la cultura infatti che si può prendere piena coscienza di sé e del ruolo che si ha e si può avere nella vita. La cultura è vita. Senza la cultura non c’è veramente storia, non c’è soprattutto comprensione della storia individuale e/o collettiva. L’artista deve mettere a disposizione il suo estro per la collettività. Il bello per il bello, come teorizzava Oscar Wilde, serve al piacere personale e non alla crescita. Certo anche il piacere puro ha una sua funzione non trascurabile ma se si parla di società è importante, per dirla con Brecht, che la cultura sia offerta al numero più ampio possibile di persone per cercare di permettere lo sviluppo di comunità consapevoli e partecipanti. La cultura ai tempi del Covid ha dimostrato una capacità di resistenza e di forza inaspettata. Con i teatri ed i cinema chiusi, con l’impossibilità di organizzare concerti o dibattiti e presentazioni di libri, ha trovato vita sulla rete e sulle piattaforme, ha continuato a vivere attraverso i racconti e le narrazioni di attori e scrittori anche sui social. Insomma ha ribadito il suo ruolo e la volontà di non soccombere. Questo a nostro avviso è il ruolo della cultura e dell’arte. Il bello a disposizione di tutti. Un canto che ci viene in mente in questo senso è Ignoranti senza scuole, cantato dalle mondine della cooperativa dei Cappuccini di Vercelli, che affermano la loro volontà di appropriarsi degli strumenti culturali capaci di resistere all’arroganza di coloro che “hanno  i giornali, il cinema e la radio che difendono i profitti dei padron”.

Ignoranti senza scuole

Ignoranti senza scuole,
calpestate dal padron,
noi eravam la plebe della terra
ma in risaia come in prigion.
E ci hanno detto ma questa vita
la dovrete sempre far
e i padroni ci son sempre stati
e i padroni dovranno star.
Ma un bel giorno ci abbiam risposto
voi siete servi del padron
e se lottiamo avremo più giustizia,
più diritto di pane e di lavoro.
Ma i padroni hanno armi
di menzogna e corruzion
hanno i giornali il cinema la radio
che difendono i profitti del padron.
Ma “noi donne” è gran faro
che ci illumina il cammin
e per noi donne è un’arma di progresso
e di giustizia per tutte noi mondi