Giro di vite: Irene Ivaldi e gli spettri a teatro

Il pubblico entra in sala e Irene Ivaldi è già in scena, in penombra, accarezzata da una luce calda in tralice. È una presenza-assenza, una figura evanescente, uno spirito, che di sbieco non ci guarda. Sembra animata da tormenti. Man mano che il pubblico si accomoda il buio che la avvolge si fa sempre più inquietante, un abisso da cui emergono piccoli dettagli illuminati. Il volto è di profilo, le mani serrate sui braccioli, la testa è adagiata indietro, sullo schienale di una poltrona che sintetizza tutto il mobilio antico e pesante di una vecchia casa. È seduta in mezzo al vuoto del palco completamente messo a nudo, senza quinte e fondale a coprire i muri di cemento. Il faretto in controluce mette in evidenza la crocchia bionda di capelli, il contorno scuro dell’abito ottocentesco.

Il pubblico è in luce e Irene Ivaldi è ancora al buio quando inizia lo spettacolo e una voce maschile ci accompagna nella vicenda di questa governante, arrivata a Londra piena di entusiasmo e ritrovatasi a badare, nella remota campagna inglese, a due bambini orfani, Flora di 8 anni e Miles 9, in assenza del loro facoltoso zio. La storia ricalca il testo del 1898 di Herry James, un racconto di fantasmi di genere gotico, acclamato capolavoro di cui sono state elaborate poi numerose versioni e adattamenti. Il nodo drammaturgico è semplice: una governante finisce per convincersi che i bambini siano posseduti dalle anime di due malvagi individui defunti. Ma la grande abilità narrativa dell’autore amplifica la complessità della storia, trasformandola in una terribile avventura psichica, in cui nel disorientamento e terrore continui si insinua il Male, senza spiegazioni né soluzioni.

Lo spettacolo teatrale messo in scena dal regista Valter Malosti, che ne ha curato anche l’adattamento, è un vero e proprio horror, realizzato con una sola attrice e il progetto sonoro e di luci (sette proiettori) curato da Gup Alcaro. Questi soli tre elementi, corpo dell’attrice suono e luci, sono calibrati al millimetro, amplificati nella loro essenzialità e bastano a sostenere l’inquietudine e la suspense che la narrazione richiede. Costretta a restare sempre seduta, l’attrice utilizza ogni micromovimento del corpo e ogni variazione possibile della voce per portare avanti il suo lungo monologo in cui interpreta tutti i personaggi della storia, i quali man mano prendono vita in lei come voci che la tormentano senza tregua. Gli effetti sonori suggestionano la fantasia del pubblico e nel buio intorno alla scena si possono immaginare cose che non esistono. Da subito si è catapultati in una dimensione ambigua, tenebrosa, che stimola le inquietudini più suscettibili. Il meccanismo alla base di questa atmosfera di paura è il progetto sonoro: è la musica che dichiara il genere e gli effetti di tensione e sorpresa sono affidati alle scelte precise e agghiaccianti del genere horror.

foto: Andrea Macchia

In questo spettacolo la prova tecnica di Irene Vivaldi è di altissimo livello: sostiene la scena in un flusso continuo e si racconta come in una confessione, come un fiume in piena, come in un delirio senza tregua: è un racconto ma ciò che viene detto sembra avvenire in quel preciso istante. Le figure minacciose arrivano all’improvviso e si fanno presenza nella sua voce. Man mano che il testo si srotola, si popola di fantasmi, di ombre, di morte. Non c’è autocompiacimento nella narrazione, né melodramma. La recitazione è solida, non scade mai nella soluzione facile delle lacrime ma resta in contatto con l’emozione senza sfuggirle e la restituisce con precisione e chiarezza. La sensazione è che questo monologo potrebbe funzionare perfettamente anche come radiodramma. Ma sarebbe un peccato perdere le evoluzioni, simili alle fiamme del fuoco vivo, che compie il corpo dell’attrice sulla poltrona. Irene Ivaldi lavora sul confine sottile tra raccontare una storia e riviverla nel momento preciso, in un gioco di misura che si anima di visioni.

L’attenzione del pubblico è inchiodata sulla scena, in bilico tra attrazione e respingimento, come durante le proiezioni dei film del terrore, ma con il privilegio di vedere la scena emergere viva dal buio sotto i propri occhi. Non si tratta di mostrare la scena cruda e orrorifica, come fa o può fare la pellicola, bensì di utilizzare le possibilità espressive del teatro per far vivere allo spettatore un’esperienza estemporanea, reale, di forte suggestione, spaesamento e vertigine. Lo spettacolo si conclude nel momento preciso in cui questa tensione continua comincia ad essere fisiologicamente stancante. La rivelazione finale è il colpo di scena che assesta l’ultimo effetto sorpresa per il pubblico, il quale, finito lo spettacolo, uscirà dalla sala con domande inquietanti ancora irrisolte, perplessità a cui lo stesso autore Herry James decise di non dare una risposta. Perché in definitiva, nel buio profondo delle nostre paure, il Male può assumere per ognuno di noi un significato diverso.

Durata: 60 minuti

Di Henry James / Traduzione di Nadia Fusini / Con Irene Ivaldi / Adattamento teatrale e regia Valter Malosti
Progetto sonoro e programmazione luci Gup Alcaro / Fonico Vincenzo Scorza / Costume Federica Genovesi / Frammenti sonori da Craig Armstrong, Benjamin Britten, Frederich Chopin, Brian Eno, Dan Gibson, Chihei Hatakeyama, Fovea Hex, David Lynch & Dean Hurley, Krzysztof Penderecki, Pablo Reche, Pablo Sanz, Hiroki Sasajima, John Tavener, The Caretaker, Chris Watson, John Zorn
Produzione Teatro di Dioniso – Festival delle Colline Torinesi

Visto a Torino, Teatro Astra, il 19 novembre 2021