“Al Hodood” (Sul confine): un progetto di teatro nei campi profughi di Riccardo Vannuccini. Parole e sogni dal confine della Giordania

La mattina del 29 Gennaio 2015 alle ore 8.00 italiane per la prima volta ho parlato con Riccardo Vannuccini. Lui, Elisa Menon, Maria Sandrelli e Marco Fabris si trovavano in Giordania e stavano lavorando a Teatro in Fuga in collaborazione con INTERSOS ed una ONG siriana. Un interessantissimo progetto di teatro con migranti – per fame e per guerra – e con rifugiati politici. La connessione tra l’Italia e la Giordania non era ottima, ma la sua voce arrivava forte e chiara. Ero molto emozionata nel sentirlo, perché la sera precedente mi aveva spedito delle immagini e dei video che aveva fatto nel campo spontaneo di Irbid a pochi chilometri dalla Siria, dove si trovano accampati i rifugiati siriani. Le immagini sono quelle di un campo spontaneo di rifugiati siriani: tante tende e terra incolta intorno. Ma nei video si sentono le voci dei bambini cantare e si vedono giocare in cerchio. Il teatro, portato da Riccardo e dai suoi collaboratori, risveglia la magia del gioco e dello stare insieme. Sembra potersi dimenticare del vento, dell’incertezza, della mancanza di normalità e dell’assenza di protezione dei fondamentali diritti dell’umanità. Con i canti dei bambini al posto delle tende appaiono cortili, case e piazze. Sembra di non essere in fuga, sembra di non essere mai scappati. Ogni posto diventa perfetto per giocare e per non dimenticarsi di essere bambini.

Foto di Marco Fabris

Foto di Marco Fabris                                                                         

Claudia Roselli: Caro Riccardo, come è nata l’idea di lavorare a questo progetto artistico con i rifugiati?
Riccardo Vannuccini:
Brevemente, sono quaranta anni che lavoro in teatro. Questo è il mio mestiere. Da venti anni, cioè dal 1994, ho cominciato a lavorare in un carcere femminile a Roma, il carcere di Rebibbia. Ho seguito il lavoro con i disabili, con donne vittime di violenza e poi questo ultimo progetto nelle zone di guerra, in particolare in Libano ed in Palestina. Teatro in fuga è nato con la collaborazione con INTERSOS in Libano. La NGO ci ha ospitati nel loro centro saudita che raccoglie i rifugiati siriani. Proprio dopo questa prima esperienza si è avviata la collaborazione con INTERSOS . A questa associazione abbiamo proposto una sorta di “pronto intervento teatrale” che abbiamo chiamato Teatro in Fuga. La proposta è piaciuta e siamo tornati infatti a lavorare in Giordania.Il teatro sociale se così si vuol chiamare non è per noi una nuova esperienza, ma è proprio il nostro ambito lavorativo. Perciò non è un episodio il nostro interesse in questo campo.

C.R.: Teatro in Fuga non è connesso solo al progetto dei workshop in Libano o in Giordania…
R.V.: No infatti, si rifà al concetto di fuga. Alle persone che fuggono dai paesi per fame o per guerra. Relativamente a Teatro in Fuga, ovvero al teatro con i migranti stiamo portando avanti un progetto al CARA a Castelnuovo di Porto ed al CARA a Gradisca di Isonzo.

C.R.: Perciò anche in Italia avete aperto questo dialogo interculturale nei due CARA. E la prima esperienza in Libano quando è cominciata?
R.V.: La prima esperienza è stata in Palestina ad Hebron nel 2006. Poi nel 2007 siamo stati in Libano. Poi in Lituania ma lì abbiamo lavorato in un centro per disabili. Nel 2014 siamo tornati in Libano.

Foto di Marco Fabris

Foto di Marco Fabris

C.R.: Ho visto che nei workshop teatrali internazionali in Giordania e in Libano avete lavorato per lo più con Che tipo di lavoro fate con i bambini ed i ragazzi? Avete cercato una speciale modalità di lavoro con loro?
R.V.: Il modo di lavorare è suddiviso tra una fase di allenamento e una di allestimento scenico. La fase di allenamento è condotta da persone più esperte di me in materia, che sono Elisa Menon e Maria Sandrelli e poi c’è una fase di allestimento scenico. Chiaramente in questi posti, l’iniziativa teatrale, come sai bene anche tu perché ho letto che ti occupi di queste cose, ha a che fare con la tradizione culturale dei partecipanti. Spesso i partecipanti hanno tradizioni molto diverse e spesso sono anche diverse le religioni di appartenenza. Addirittura il campo siriano spontaneo, è un campo di profughi rom. Quindi la situazione, se possibile, è ancora più complicata. I maschi adulti non vogliono che si faccia teatro. Più in generale i maschi non vogliono che le bambine femmine partecipino a questo lavoro. In Teatro in Fuga si deve tener conto non solo della direzione teatrale che vogliamo dare al lavoro. Ma questa direzione teatrale deve tenere conto di una serie di elementi importanti: le varie tradizioni culturali, le lingue diverse e soprattutto la guerra.

C.R.: Infatti dopo aver visto il video e aver sentito parlare una delle tue collaboratrici in Italiano mi sono domandata che lingua parlaste con i bambini e se ci fosse una traduttrice.
R.V.: Si c’è una traduttrice molto brava che parla l’arabo e l’italiano. Addirittura lei insegna italiano ad Ammam. Però poi il problema anche se è molto molto brava è sempre quello, non tanto della parola tradotta in sé per sé, quanto quello delle sfumature di significato. Per cui talvolta si creano dei fraintendimenti o momenti nei quali non veniamo compresi sino in fondo. Infatti il nostro tipo di teatro anche in Italia non fa parte della tradizione più riconosciuta. Noi facciamo un tipo di teatro di movimento. Quindi parliamo poco molto poco. Non ci rifacciamo al teatro di Gassman o Pirandello, ma più a Kantor o a Pina Bausch. In Italia siamo poco compresi, ma questo all’estero ci aiuta.

Foto di Marco Fabris

Foto di Marco Fabris

C.R.: Ho visto il video di Hykaia, Storie. Il lavoro che avete fatto in Libano. Ho visto che avete sviluppato un dialogo fatto di movimenti e racconti di storie. In particolare ho visto la scena del bambino che ha raccontato la storia della tigre che lo ha spaventato sulla strada di casa.
R.V.: E’ il nostro modo di lavorare: far raccontare le storie in maniera indiretta. Evitare il: io ho viaggiato tanto – io povero – io disgraziato – io fatico – io non so – io non parlo – io ho fame. Tutto questo lo leviamo e facciamo diventare le storie più grandi. Diciamo che tutti i bambini così diventano dei piccoli eroi: quello di cui parliamo sono traversare le montagne e volare sopra il mare. Quindi Amleto.

C.R.: Molti di questi bambini immagino che abbiano nella loro memoria fisica degli attraversamenti reali di confini geografici. Migrazioni e fughe fatte di distanze, nascondigli e fatica.
R.V.: Questi bambini sono scappati dalla Siria anche già due anni fa. Perciò vivono in questo campo già da due anni. Al CARA di Gradisca di Isonzo ci sono giovanotti afgani che ci hanno messo un anno per raggiungere l’Italia. Il problema del viaggio è importante. Nella voglia di fare teatro diventa spesso un racconto indiretto. Cerchiamo di evitare il folklore connesso alla figura del migrante, il folklore dell’”io ho viaggiato tanto”. Si è vero che probabilmente il loro viaggio è stato lungo, ma loro nei loro paesi forse facevano dei lavori normali: il contadino, l’idraulico, l’insegnante…..

Foto di Marco Fabris

Foto di Marco Fabris

C.R.: In Italia lavorate settimanalmente al CARA? Che genere di incontri fate? Loro vengono spontaneamente al gruppo del teatro?
R.V.: Nei CARA per esempio in quello di Gradisca di Isonzo questo è il terzo anno che lavoriamo e lì lavoriamo con gli adulti. Il primo anno c’era un gruppo di Afgani e Pakistani. Il secondo anno un gruppo di Africani e questo anno ancora non sappiamo come sarà composto il gruppo. Il CARA di Castelnuovo di Porto, è vicino Roma, lì i partecipanti sono fondamentalmente africani. All’inizio abbiamo fatto un lavoro di una volta al mese. Poi abbiamo proseguito con una volta alla settimana ed il 13 Giugno faremo lo spettacolo al teatro Argentina a Roma con il gruppo del CARA di Castelnuovo di Porto. A Maggio invece presenteremo lo spettacolo di Gradisca di Isonzo, a Gorizia. I partecipanti sono adulti in entrambi i gruppi.

C.R.: Avete notato nei gruppi, essendo persone provenienti da paesi diversi. Attitudini e modalità di lavoro differenti?
R.V.: Loro riescono a lavorare tutti insieme ma provengono da gruppi molto diversi. Nel gruppo di Gradisca di Isonzo c’erano persone provenienti da cinque paesi diversi, con culture e lingue diverse. Al di là del lavoro dei traduttori, l’inizio somiglia un po’ a quello di un lavoro musicale. Nel senso che la tromba che è molto diversa dal pianoforte. Ed il pianoforte è molto diverso dalla chitarra, dall’oud, dal flauto. Quindi si tratta di lavorare come con un’orchestra. Si tratta di trovare un campo sonoro, un campo scenico, un campo artistico in cui tutti possano cantare la propria musica. Si tratta cioè di accordare la prima nota. Dopo di che è meno complicato di quello che può sembrare. Questa fase di armonizzazione, preparazione del gruppo sembra un po’ lunga, un po’ faticosa ma è anche divertente.

C.R.: Ma invece su questi lavori più brevi essendo i gruppi composti da bambini e ragazzini, come vi rapportate con loro? Che difficoltà trovate? Quale bellezza? Come la tramutate, come la trasformate? Cosa cogliete in queste brevi esperienze? Quali emozioni? Oltre al fatto che cercate di lavorare sulla storia fantastica invece che sul disastro individuale , ognuno di loro immagino, sarà stracolmo di storie tristi.
R.V.: In Libano il lavoro è stato di un tempo molto corto, qui sono venti-venticinque giorni. Ho perso un po’ anche il senso del tempo. Ma fondamentalmente l’obbiettivo è quello di far rimettere in gioco i bambini. Di far loro riprendere la confidenza con il gioco. La prima idea è quella di rimetterli nei loro panni di bambini. Reinsegnare loro la strada del gioco. Tanti sono stanchi, stupiti… Vengono da giornate di elemosine, tanti di loro anche lavorano.. Il primo obbiettivo è quello di rimettere i bambini nel campo del gioco. Il gioco come elemento fondamentale del teatro. In una prima fase favoriamo un inizio caotico e poi indirizziamo questa fase caotica e di ripresa dell’entusiasmo, verso una composizione.Come in gruppo sportivo diamo ai bambini un obbiettivo. Quindi si forma un gruppo, come in un gruppo sportivo, come in una compagnia li mandiamo verso un obbiettivo. Rispetto a questo si formano entusiasmi, attenzioni…. C’è una prima fase dove è sempre un po’ difficile creare un ascolto attento tra i veri elementi del gruppo… Poi con la magia del gioco e del teatro, per incanto si creano delle relazioni e conseguentemente nasce anche lo spettacolo.. Il gruppo nasce con un unico obbiettivo che è quello di fare uno spettacolo.

Foto di Maria Sandrelli

Foto di Maria Sandrelli

C.R.: Dove presenterete gli spettacoli in Giordania?
R.V.: La performance Al Hodood, Sul Confine, sarà presentata nel campo palestinese di Irbid, sabato, e domenica nel centro culturale di una NGO giordana, il centro Queen Zain Alsharaf di Amman.

C.R.: C’é differenza tra il campo siriano e quello palestinese?
R.V.: Si il campo spontaneo siriano ad Irbid è fatto di tende come hai visto nel video ed è sorto circa due anni fa. Si trova a venti km dal confine Siriano. Quello palestinese invece è nato nel 1948, dopo la seconda guerra mondiale. Le case sono fatte di mattoni. Diciamo che la situazione è più confortevole e stabile.

C.R.: Nel campo palestinese c’e’ la sede di INTERSOS? Con uno spazio per il lavoro teatrale?
R.V.: Si. La mattina andiamo a prendere i bambini al campo siriano e li portiamo a lavorare nello spazio INTERSOS del campo palestinese.

C.R.: Sono diversi i gruppi?
R.V.: Si c’e’ molta differenza tra i bambini e le bambine. Dal campo siriano per lo più partecipano bambini maschi, solo una bambina. Non vogliono che le bambine partecipino. Nel campo palestinese invece partecipano per lo più bambine.

C.R.: I bambini si sono amalgamati? Parlano la stessa lingua?
R.V.: Parlano l’arabo. Dopo una prima fase iniziale, sì, i bambini hanno creato un gruppo. Adesso procediamo con pause e soste, verso la preparazione dello spettacolo. Infatti ora è un tardi, credo che devo andare.

C.R.: Che progetti avete per il futuro? Volete continuare con Teatri in fuga?
R.V.: Credo che la collaborazione con INTERSOS continuerà. Tra Maggio e Settembre torneremo forse in Giordania e nel Kurdistan.

C.R.: Complimenti Riccardo è un lavoro molto bello ed emozionante. Vi auguro buona prosecuzione.
R.V.: Grazie.

Foto di Marco Fabris

Foto di Marco Fabris

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